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CAPITOLO
TERZO
Il taxi fermò davanti ad un locale con la facciata ricoperta da
margheritine di neon. Non emanavano profumo ma lattiginosa luce. Eleganti fregi
barocchi, in stucco bianco, imbrattati di guano di piccione ed escrementi vari,
venivano spennellati, ad intermittenza, dai lampi giallognoli di bluastri fari
abbaglianti . Quello che si dice un locale di merda! Kond, non più cullato dal
rombare del motore, si svegliò. Respirava con difficoltà. Le narici incrostate
di caccole lo costringevano a respirare con la bocca aperta. Un conato di
vomito gli salì dalle viscere. Il tanfo di Tu-Stronz era un misto di cacca di gatto, orina di ratto e sciolta di
scrofa gravida. Non era servito a niente viaggiare con i finestrini aperti. Per
non finire soffocato dallo schifo Kond
si lanciò fuori dal taxi con una capriola da stuntman. Si alzò con un
scatto di reni, elegante come uno schiocco di frusta. Si ripulì il naso. Con
l’unghia del dito indice della mano destra grattò le caccole fetide dalle
narici. Ne ricavò una scarica di palline a lupara. Colpirono, casualmente, due
picciotti di passaggio che cantavano Sciuri, sciuri. Indossavano camicie
bianche e gli abiti nero carbone della festa. Guidavano un carretto, dipinto
con coloratissime scene dell’Orlando Furioso, trainato da un mulo delle
Madonie, bardato con finimenti borchiati d’argento e pennacchi sgargianti
all’agrigentina. Si recavano ad una festa di Prima Comunione. Era quella di
Kond. Un vecchio ricordo di passaggio. Immortalato in una foto incorniciata
d’argento sulla credenza di noce lucidato del soggiorno. Un Kond tredicenne in
vestito grigio chiaro, pantaloni corti,
la fascia bianca con la frangia d’oro legata al braccio sopra il gomito, il
viso contratto per il sole negli occhi ed un dito nel naso. Si sarebbe
vergognato a lungo di quella foto. Non aveva potuto distruggerla, era l’unica
della sua Prima Comunione anche se non era mai stato battezzato. Lo zio
fotografo aveva immortalato quel momento di rinointimità per fargli un
dispetto. Aveva consegnato alla storia un ragazzo che si mette le dita nel
naso. Da allora Kond cercò il riscatto,
stava solo pulendo le canne del suo rinofucile ed avrebbe usato le sue caccole
come pallettoni mortali. I picciotti, infatti, erano caduti stramazzati sulle
stanghe. Il mulo imperturbato trainava
il calesse per la sua strada. I cadaveri in bilico oscillavano penzoloni. Le
coppole si staccarono dalle teste e rotolarono sul selciato. I crani scoperti
brillarono di tristissima calvizie precoce alla luce del neon. Bastavano
quattro caccole, full metal jacket, come quelle prodotte dal naso
di Kond, una specie di rinofucile
a canne mozze, per accoppare qualcuno nel buio. All’inferno anche l’oggetto più
inoffensivo può trasformarsi in un’arma letale. Alla luce del sole, comunque,
le sparate di caccole non uccidevano nessuno. Le vibrazioni solari le
imprigionavano in una sorta di vischiosa ragnatela luminosa, la caccola si
liquefaceva a mezz’aria, finiva sul selciato come una nera cicca di chewing
gum. Delle vere leccornie per i barboni di mezza età rovinatisi con le
speculazioni sul succo d’arancia rossa allungato con piscio di scimmia. Kond,
liberate le narici dalle fetide caccole, ne ebbe immediato sollievo. I polmoni si aprirono all’aria fresca di
brezza proveniente dal mare per ricchi posto all’altra parte della città. Si
guardò velocemente intorno per capire dove era finito. Un agente segreto deve
sempre sapere dove si trova. Era una delle prime cose che gli avevano insegnato
al corso. Questo però non gli era servito a capire che si trovava all’inferno.
Kond, come al solito, si fermò alle apparenze. Erano in un quartiere “bene”.Un
posto pulito, silenzioso, ordinato, tranquillo. Per strada non c’erano barboni
né poveracci.
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L’atmosfera era sterilizzata, la gente selezionata. Non vi si poteva
accedere, infatti, se non si aveva un abito firmato, i denti bianchissimi e
l’alito profumato di menta. I marciapiedi erano coperti di moquette. Vi si
poteva camminare scalzi, come su un morbido tappeto di tenero pelo di fighetta
pettinata. Tu-Stronz era sceso dall’auto vomitando topolini impiastricciati di
fetido liquido intestinale. Questo gli imbrattò la divisa bianco avorio da
Fedelmaresciallo dell’Aviazione nazista cresciutagli sulla pelle durante il sonno. Non era più a
forma di Gabibbo ma aveva assunto le sembianze di Göring, al massimo della sua forma a botte. Tu-Stronz
infatti aveva la capacità di mutare aspetto come un camaleonte ma non poteva
dimagrire. La grossa pancia a mongolfiera era un elemento ineliminabile. Eccoci
arrivati! esclamò soddisfatto e allungò al tassista una lauta mancia in
noccioline americane, valeva come denaro sonante nell’ambiente. L’economia
infernale, infatti, consentiva ad ognuno di creare a suo piacimento moneta con
cui estinguere ogni obbligazione ma unicamente verso l’umanità inferiore.
Questa era costituita, in massima parte, da lavoratori interinali, precari, a
progetto, co-co-cò, chicchirichì, poveracci con licenze scadute, abusivi,
clandestini. All’inferno il sogno degli alchimisti di tramutare lo sterco in
oro era una possibilità alla portata di chiunque. Bastava fare la cacca ma
tutti erano affetti da una invincibile stipsi cronica. Emorroidi in fiamme,
grosse come uova, ostruivano l’ano degli abitanti infernali. Nessuno riusciva
ad espellere le proprie feci se non squarciandosi le viscere. Solo così ci si
poteva procurare la necessaria materia
prima per fare denaro. Tu-Stronz prese, cameratescamente, sottobraccio Kond. A
grandi passi si avviarono verso il locale con l’insegna : “La Vita rosa”. Non
era dal “Pazzo di Capodichino ti taglio la testa e me la mangio” – notò
Kond- Ma chi se ne frega! - concluse tra sè e sè - Un
locale vale l’altro per trascorrere una serata in allegria, ubriacarsi
come porci depressi e scopare alla cieca nel buio chi capita. Prima di
varcare l’uscio si travestirono da imbecilli pieni di soldi. Era l’unico modo
per avere ovunque porte aperte. Infatti, ogni giorno, venivano estratte a
sorte, fra la popolazione residente, persone da beneficiare con ingenti somme di
denaro. Spesso la fortuna baciava
imbecilli che, in quanto tali, non avevano mai avuto disponibilità di
denaro in vita loro. All’improvviso si
trovavano a disporne per un’ingente somma ma la perdevano in breve volgere di
tempo. Finivano, infatti, inevitabilmente nelle trappole e nei raggiri dei
cacciatori di imbecilli ricchi. Kond li reputava una sorta di giustizieri
sociali, una categoria benemerita che correggeva l’ingiustizia derivante dalla
fortuna cieca. Kond condivideva la decisione di Giove di accecare Pluto, Dio
della Ricchezza, perché questi distribuiva denaro agli uomini senza tener conto
dei meriti. Non è giusto che un imbecille sia ricco. La ricchezza dovrebbe
premiare soltanto l’intelligenza, l’onestà, la bontà. In realtà non è così. Il
mondo è pieno di ricchi senza merito, emeriti imbecilli, persone disoneste,
malvagie e prive di scrupoli. La persona meglio accolta in società è
l’imbecille ricco. Infatti tutti sperano di riuscire a portargli via i soldi.
Kond e Tu-Stronz così travestiti entrarono nel locale senza essere
bloccati dai giganteschi lottatori di
sumo mascherati da pantera rosa posti a guardia dell’ingresso. Anzi questi
spalancarono loro le porte trattandosi di imbecilli ricchi . Il modo più veloce
di perdere soldi era con le donne. Vi erano donne ed altri “animali sessuali”,
per tutti i gusti e le tasche. Chi resisteva al fascino muliebre era tentato
con i cavalli. Chi non si faceva contagiare dal gioco delle corse ippiche e
proprio non si riusciva a disfarsi del proprio denaro con altri giochi
d’azzardo, veniva avvicinato da suadenti e solerti consulenti finanziari.
Questi consigliavano alla
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bisogna, muniti di computer portatile e penna stilografica, caricata
con inchiostro ricavato dal sangue dei debitori insolventi. Chi era riuscito a
salvare i propri soldi dalle sirene sessuali, dal gioco e aveva messo in fuga i
promotori finanziari sparando, poteva
sedersi ad un tavolo ed ordinare da mangiare. Era il quarto modo per uscire dal locale senza più un soldo. Kond lo
capì. In quel locale, comunque andava, ti inculavano i soldi. Probabilmente,
anche qualcos’altro ma Kond non se ne preoccupò. Spettava a Tu-Stronz saldare il conto. Si avviarono ad un tavolo
libero. Seguivano le chiappe nude cosparse apposta di gelato alla fragola di un
cameriere, dir poco, transessuale. I lampadari in porcellana rosa, a forma di
rosa, emanavano una luce rosa. Tutto era tinto, non Brass ma di rosa. I
camerieri si chiamavano Rosa, portavano una rosa nei capelli o ne stringevano
il gambo tra i denti. Le labbra sanguinavano per la gioia dei sadomasochisti.
Kond si sentì come un confetto in una bomboniera di porcellana rosa. C’era
gente truccata vistosamente ma svestita alla moda tropicale. Dov’erano
finiti? - si chiese Kond, tra sé e
sé. Fin da piccolo era stato allevato
con merendine al caviale della Neva. In fatto di cucina era esigentissimo.
Dubitò che in quel locale si mangiasse bene. C’erano troppi orpelli e finti pan
di zucchero. Il pavimento era in delicato
marmo rosa, cosparso a caso di rose, tanto che si rischiava di metterci il
piede sopra e scivolare. Questo capitava spesso ad anziane signore e ai loro
attempati accopagnatori. Un modo per eliminare la vecchia clientela era di
renderla storpia e claudicante. Infermità ripagate dalle assicurazioni con
cospicui risarcimenti che i vecchi invalidi perdevano, seduta stante, alle
slot-machine o a poker strip. Restavano, praticamente, in mutande. La vista di quelle carni flosce,
raggrinzite, piagate, scrofolose e purulente provocava un ribrezzo generale.
Severissime infermiere svizzere, in camice rosa shocking, conducevano bare a
ruote. In queste, senza tante storie, richiudevano i riottosi vecchietti e le
arzille vecchiette senza più un soldo oppure li gettavano in pasto ai maiali
cannibali che si aggiravano fra i tavoli, portati, a guinzaglio lungo, da
inservienti ghiotti di fegato di merluzzo o diplomati in handicap. Le pareti
erano tappezzate con carta rosa. Tra i motivi floreali spuntavano babbuini rosa. I musi digrignanti
mostravano l’acuminata chiostra di denti leonini. Alcuni si ingroppavano o
saltavano esponendo penzoloni l’eccitazione vermiglia di peni allungati ed
appuntiti come quelli dei cani. I particolari bestiali mitigavano la
delicatezza del colore rosa. Si attenuava così la rassicurante atmosfera
d’inoffensiva innocenza. Calava una lugubre atmosfera di festa africana al
chiaro di luna di saturno. Kond notò la scena di un avventore che, per non
pagare il conto e i debiti di gioco, si fingeva pazzo. Si era alla solite. “Chi
si finge pazzo per non pagare vuol dire che pazzo non è! ”, avvertiva un
cartello all’ingresso. Valeva il comma 22. Non gli servì a niente appallottolare il
risotto e lanciarlo contro le pareti. Le polpette si disfacevano spargendo riso
tutt’intorno. Quello che rimaneva appiccicato sulla parete si affrettava a
leccarlo passando la lingua sulle oscene raffigurazioni dei babbuini. La
scena non si protrasse per molto. Venne bloccato, denudato e lanciato, più
volte, con violenza, da ferocissimi energumeni sulla parete come una palla di
risotto fino a quando rimase per sempre appiccicato sulla carta da parati,
ridotto ad un sanguinolente grumo rosa,confuso tra i babbuini. Kond si spiegò
così la presenza di quelle escrescenze rosacee sulle pareti, ancora stillanti
sangue fresco, quella carne tremolante come gelatina, lì lì a cadere giù, il
fetore di carne maciullata, putrida, brulicante di vermi bianchi, gonfi di pus
giallo e fiele. Erano i resti degli avventori insolventi spiaccicati a fare tappezzeria. Un locale
rosa ma di inaudita violenza.- pensò Kond, tra sé. Si chiedeva come
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avrebbero fatto con Tu-Stronz se non avesse pagato il conto. Era
impossibile lanciare la sua immensa mole sulle pareti del locale. Chi
potenzialmente poteva finire a fare da tappezzeria era lui ma non si soffermò
neppure a considerare l’eventualità, era un agente segreto. Spostò la sua
attenzione su un tipo con occhiali tondi e pizzetto. Suonava una viola da
gamba, l’antico strumento inglese dal suono simile alla voce delle sirene,
tanto è dolce e delicato. Kond non si chiese cosa ci facesse quel musicista in
un posto simile né si chiese che senso avesse suonare una musica così
“reservata”. Lì nessuno poteva ascoltarla. Era soffocata da un brusio
assordante, grida strazianti, urla disumane, vociare sguaiato, turpiloquio
blasfemo, discussioni rissose, insulti, ingiurie ed ogni sorta di verso
animalesco e rumore fastidiosissimo ed insopportabile ad orecchio umano, come è
tipico di ogni luogo infernale degno di questo nome. Il musicista non ne sembrava
minimamente disturbato. Suonava in silenzio. La sua viola da gamba non aveva
corde, non emetteva alcun suono, come è giusto che sia nel regno dei morti. Qui
manca il silenzio e le note musicali non esistono. Finito il suo pezzo depose
lo strumento e con un piattino fece il giro dei tavoli a raccogliere qualche
offerta. Fatto il pieno di castagne secche e qualche nocciolina, si avviò verso
l’uscita mentre alcuni froci avvinazzati gli distruggevano la viola da gamba
saltandogli su a piè pari. Kond si commosse a quella vista. Era sensibile alla
condizione dei musicisti ambulanti. Probabilmente sarebbe stato il suo destino
se non fosse entrato con un gran calcio in culo nei Servizi Segreti. Ebbe
l’impulso di fermare i vandali froci. Ci rinunciò, li lasciò fare. Si limitò a
considerare che ormai l’umanità aveva raggiunto un livello di insensibilità
insopportabile. Da animo sensibile, qual’era, stentava ormai a riconoscersi nei
propri simili. Ma in quale altro mondo poteva mai andare, se non all’inferno? Non
possiamo ritagliarci un mondo fatto su misura per noi. Se non possiamo
modificarlo, dobbiamo rassegarci ad accettare quello che ci è dato di vivere.
Kond era finito all’inferno. Gli toccava restarci. A meno che non gli riuscisse un impresa, mai compiuta da essere
umano vivo o morto che sia; evadere, rinascere o morire una seconda volta e
prendere così un’altra strada, verso quell’altro mondo dell’al di là che si
spera sia il Paradiso. Gli mancava, per ora, la consapevolezza di essere morto.
Era convinto di essere ancora vivo. Anche se cominciava a dubitarne, troppe
anomalie e strane coincidenze. Aveva perso il conto dei propri anni. Era
morto-vivo da un millennio, circa. Da quando,il biologo americano Aubrey de
Grey era riuscito a bloccare l’invecchiamento degli esseri umani. Questi erano,
praticamente, divenuti immortali ma non si era trovato il sistema di fornirli
di una memoria capace di conservare ricordi di mille anni di vita. Kond non
sapeva quando era nato. Anzi, considerati i secoli trascorsi, era convinto di
essere al mondo da sempre. Della propria vita passata aveva ricordi sempre più
vaghi e confusi. Ogni mattina si svegliava con la sensazione che fosse il suo
primo giorno di vita. Non ricordava nulla del giorno prima. Diventa
comprensibile che in tali condizioni, non si ricorda più nulla, neppure se si è
vivi o morti. Kond si era lasciato andare a pensierosi trastulli sentimentali
sull’onda della scena della viola da gamba, fatta a pezzi dai froci
avvinazzati. Fu riportato alla realtà da un improvviso, quanto divertente
gavettone alla pasta e fagioli mescolata a spurgo di pozzi neri di
tubercolosari che investì Tu-Stronz. Gli autori, alcuni buontemponi vestiti da
marinaretto fine ottocento, scapparono via ridendo a crepa pelle. Era un’usanza
del locale verso i clienti più affezionati e di riguardo. Tu-Stronz si scrollò
di dosso alcuni stronzi a banana di cacca indurita impigliatisi tra le
decorazioni e, come se nulla fosse, aggiustò l’enorme deretano sulla sedia e
disse fiero di sè: Mi hanno riconosciuto. Per anni sono stato il loro
migliore cliente.
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Anche gli
altri ospiti del locale erano rimasti divertiti dalla scena e si contorcevano
dalle risate sul pavimento cosparso da uno spesso strato di voluttàbro
costituito da escrementi, colatura di putridario e rose marce rubate dalle tombe dei cimiteri
del mondo sovrastante. Tu-Stronz emanava un puzzo nauseabondo. Kond aveva preso le sue precauzioni. Nella
inseparabile valigetta ventiquattrore in pelle di kaimano tigrato aveva un
prezioso dopobarba alla mirra e se ne era cosparso abbondantemente il
viso. E’ un vero posto di merda!
– esclamò Kond – Spero che non si
mangi da schifo! Un cameriere
vestito con una tunica rosa in groppa ad una gigantesca scrofa rosa si fermò al
loro tavolo: Bei maschioni, cosa vi porto? Stasera vi consiglio risotto alle
rose, tagliatelle rosa, aragosta, granchi, gamberoni, gamberetti, triglie,
dentice o pagello in salsa rosa. Cosa mi dite, carucci? Vi leggo la lista dei
vini – disse contorcendo le labbra impiastricciate di rossetto senza
aspettare alcuna risposta, frettolosamente, come la cameriera di un’affollata
pizzeria economica il sabato sera, snocciolò: Cirò di Buonvicino, Riviera
del Garda, Chiaretto, Cipressino, Sangiovese d’Aprilia, Picolit, Pinot rosa,
Ktrezter dell’Alto Adige, Cabernet rosato di Anjou Kokkineli e Rosella di
Cipro, Champagne Rosa-La grande Dame 1970 Veuve Clliquot. Non appena il
cameriere terminò l’elencazione dei vini la scrofa si imbizzarrì. Corse via
veloce come un cinghiale inseguito da una muta di cani. Schizzi di melma
finirono fin sulla candida tovaglia
ricamata delicatamente con roselline rosa. Ho l’impressione che mi ha
portato non solo in un posto veramente di merda ma dove ci prendono anche per il culo! - esclamò Kond con aria, estremamente,
contrariata nei confronti di Tu-Stronz – Ora comincio ad incazzarmi di
brutto!. Abbia un pò di pazienza, mr.Kond. Questo locale ha riaperto da
poco e non ancora ha riorganizzato il servizio alla perfezione. – disse
Tu-Stronz – E’ stato chiuso durante la pandemia di Aids. Ora che è stata
debellata ha riaperto come tutti i locali di orgoglio omosessuale. Il personale
è evidentemente senza esperienza. La clietela non è più selezionata come ai bei
tempi. I gay ricchi sono quasi tutti deceduti durante l’epidemia. Quelli senza
un soldo, non potendosi permettere una o più guardie del corpo, sono stati
trucidati dagli squadroni dei padri di famiglia con figlie zitelle.
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