lunedì 29 settembre 2014

16

CAPITOLO TERZO

Il taxi fermò davanti ad un locale con la facciata ricoperta da margheritine di neon. Non emanavano profumo ma lattiginosa luce. Eleganti fregi barocchi, in stucco bianco, imbrattati di guano di piccione ed escrementi vari, venivano spennellati, ad intermittenza, dai lampi giallognoli di bluastri fari abbaglianti . Quello che si dice un locale di merda! Kond, non più cullato dal rombare del motore, si svegliò. Respirava con difficoltà. Le narici incrostate di caccole lo costringevano a respirare con la bocca aperta. Un conato di vomito gli salì dalle viscere. Il tanfo di Tu-Stronz era un misto di  cacca di gatto, orina di ratto e sciolta di scrofa gravida. Non era servito a niente viaggiare con i finestrini aperti. Per non finire soffocato dallo schifo Kond  si lanciò fuori dal taxi con una capriola da stuntman. Si alzò con un scatto di reni, elegante come uno schiocco di frusta. Si ripulì il naso. Con l’unghia del dito indice della mano destra grattò le caccole fetide dalle narici. Ne ricavò una scarica di palline a lupara. Colpirono, casualmente, due picciotti di passaggio che cantavano Sciuri, sciuri. Indossavano camicie bianche e gli abiti nero carbone della festa. Guidavano un carretto, dipinto con coloratissime scene dell’Orlando Furioso, trainato da un mulo delle Madonie, bardato con finimenti borchiati d’argento e pennacchi sgargianti all’agrigentina. Si recavano ad una festa di Prima Comunione. Era quella di Kond. Un vecchio ricordo di passaggio. Immortalato in una foto incorniciata d’argento sulla credenza di noce lucidato del soggiorno. Un Kond tredicenne in vestito grigio chiaro,  pantaloni corti, la fascia bianca con la frangia d’oro legata al braccio sopra il gomito, il viso contratto per il sole negli occhi ed un dito nel naso. Si sarebbe vergognato a lungo di quella foto. Non aveva potuto distruggerla, era l’unica della sua Prima Comunione anche se non era mai stato battezzato. Lo zio fotografo aveva immortalato quel momento di rinointimità per fargli un dispetto. Aveva consegnato alla storia un ragazzo che si mette le dita nel naso.  Da allora Kond cercò il riscatto, stava solo pulendo le canne del suo rinofucile ed avrebbe usato le sue caccole come pallettoni mortali. I picciotti, infatti, erano caduti stramazzati sulle stanghe. Il mulo  imperturbato trainava il calesse per la sua strada. I cadaveri in bilico oscillavano penzoloni. Le coppole si staccarono dalle teste e rotolarono sul selciato. I crani scoperti brillarono di tristissima calvizie precoce alla luce del neon. Bastavano quattro caccole, full metal jacket, come quelle prodotte dal naso di  Kond, una specie di rinofucile a canne mozze, per accoppare qualcuno nel buio. All’inferno anche l’oggetto più inoffensivo può trasformarsi in un’arma letale. Alla luce del sole, comunque, le sparate di caccole non uccidevano nessuno. Le vibrazioni solari le imprigionavano in una sorta di vischiosa ragnatela luminosa, la caccola si liquefaceva a mezz’aria, finiva sul selciato come una nera cicca di chewing gum. Delle vere leccornie per i barboni di mezza età rovinatisi con le speculazioni sul succo d’arancia rossa allungato con piscio di scimmia. Kond, liberate le narici dalle fetide caccole, ne ebbe immediato sollievo.  I polmoni si aprirono all’aria fresca di brezza proveniente dal mare per ricchi posto all’altra parte della città. Si guardò velocemente intorno per capire dove era finito. Un agente segreto deve sempre sapere dove si trova. Era una delle prime cose che gli avevano insegnato al corso. Questo però non gli era servito a capire che si trovava all’inferno. Kond, come al solito, si fermò alle apparenze. Erano in un quartiere “bene”.Un posto pulito, silenzioso, ordinato, tranquillo. Per strada non c’erano barboni né poveracci.
17


L’atmosfera era sterilizzata, la gente selezionata. Non vi si poteva accedere, infatti, se non si aveva un abito firmato, i denti bianchissimi e l’alito profumato di menta. I marciapiedi erano coperti di moquette. Vi si poteva camminare scalzi, come su un morbido tappeto di tenero pelo di fighetta pettinata. Tu-Stronz era sceso dall’auto vomitando topolini impiastricciati di fetido liquido intestinale. Questo gli imbrattò la divisa bianco avorio da Fedelmaresciallo dell’Aviazione nazista cresciutagli  sulla pelle durante il sonno. Non era più a forma di Gabibbo ma aveva assunto le sembianze di Göring,  al massimo della sua forma a botte. Tu-Stronz infatti aveva la capacità di mutare aspetto come un camaleonte ma non poteva dimagrire. La grossa pancia a mongolfiera era un elemento ineliminabile. Eccoci arrivati! esclamò soddisfatto e allungò al tassista una lauta mancia in noccioline americane, valeva come denaro sonante nell’ambiente. L’economia infernale, infatti, consentiva ad ognuno di creare a suo piacimento moneta con cui estinguere ogni obbligazione ma unicamente verso l’umanità inferiore. Questa era costituita, in massima parte, da lavoratori interinali, precari, a progetto, co-co-cò, chicchirichì, poveracci con licenze scadute, abusivi, clandestini. All’inferno il sogno degli alchimisti di tramutare lo sterco in oro era una possibilità alla portata di chiunque. Bastava fare la cacca ma tutti erano affetti da una invincibile stipsi cronica. Emorroidi in fiamme, grosse come uova, ostruivano l’ano degli abitanti infernali. Nessuno riusciva ad espellere le proprie feci se non squarciandosi le viscere. Solo così ci si poteva procurare  la necessaria materia prima per fare denaro. Tu-Stronz prese, cameratescamente, sottobraccio Kond. A grandi passi si avviarono verso il locale con l’insegna : “La Vita rosa”. Non era dal “Pazzo di Capodichino ti taglio la testa e me la mangio” – notò Kond-  Ma chi  se ne frega! - concluse tra sè e sè - Un locale vale l’altro per trascorrere una serata in allegria, ubriacarsi come porci depressi e scopare alla cieca nel buio chi capita. Prima di varcare l’uscio si travestirono da imbecilli pieni di soldi. Era l’unico modo per avere ovunque porte aperte. Infatti, ogni giorno, venivano estratte a sorte, fra la popolazione residente, persone da beneficiare con ingenti somme di denaro. Spesso la fortuna baciava  imbecilli che, in quanto tali, non avevano mai avuto disponibilità di denaro in vita loro. All’improvviso  si trovavano a disporne per un’ingente somma ma la perdevano in breve volgere di tempo. Finivano, infatti, inevitabilmente nelle trappole e nei raggiri dei cacciatori di imbecilli ricchi. Kond li reputava una sorta di giustizieri sociali, una categoria benemerita che correggeva l’ingiustizia derivante dalla fortuna cieca. Kond condivideva la decisione di Giove di accecare Pluto, Dio della Ricchezza, perché questi distribuiva denaro agli uomini senza tener conto dei meriti. Non è giusto che un imbecille sia ricco. La ricchezza dovrebbe premiare soltanto l’intelligenza, l’onestà, la bontà. In realtà non è così. Il mondo è pieno di ricchi senza merito, emeriti imbecilli, persone disoneste, malvagie e prive di scrupoli. La persona meglio accolta in società è l’imbecille ricco. Infatti tutti sperano di riuscire a portargli via i soldi. Kond e Tu-Stronz così travestiti entrarono nel locale senza essere bloccati  dai giganteschi lottatori di sumo mascherati da pantera rosa posti a guardia dell’ingresso. Anzi questi spalancarono loro le porte trattandosi di imbecilli ricchi . Il modo più veloce di perdere soldi era con le donne. Vi erano donne ed altri “animali sessuali”, per tutti i gusti e le tasche. Chi resisteva al fascino muliebre era tentato con i cavalli. Chi non si faceva contagiare dal gioco delle corse ippiche e proprio non si riusciva a disfarsi del proprio denaro con altri giochi d’azzardo, veniva avvicinato da suadenti e solerti consulenti finanziari. Questi consigliavano alla

18

bisogna, muniti di computer portatile e penna stilografica, caricata con inchiostro ricavato dal sangue dei debitori insolventi. Chi era riuscito a salvare i propri soldi dalle sirene sessuali, dal gioco e aveva messo in fuga i promotori finanziari sparando,  poteva sedersi ad un tavolo ed ordinare da mangiare. Era il quarto modo per  uscire dal locale senza più un soldo. Kond lo capì. In quel locale, comunque andava, ti inculavano i soldi. Probabilmente, anche qualcos’altro ma Kond non se ne preoccupò. Spettava a Tu-Stronz  saldare il conto. Si avviarono ad un tavolo libero. Seguivano le chiappe nude cosparse apposta di gelato alla fragola di un cameriere, dir poco, transessuale. I lampadari in porcellana rosa, a forma di rosa, emanavano una luce rosa. Tutto era tinto, non Brass ma di rosa. I camerieri si chiamavano Rosa, portavano una rosa nei capelli o ne stringevano il gambo tra i denti. Le labbra sanguinavano per la gioia dei sadomasochisti. Kond si sentì come un confetto in una bomboniera di porcellana rosa. C’era gente truccata vistosamente ma svestita alla moda tropicale. Dov’erano finiti? - si chiese  Kond, tra sé e sé.  Fin da piccolo era stato allevato con merendine al caviale della Neva. In fatto di cucina era esigentissimo. Dubitò che in quel locale si mangiasse bene. C’erano troppi orpelli e finti pan di zucchero.  Il pavimento era in delicato marmo rosa, cosparso a caso di rose, tanto che si rischiava di metterci il piede sopra e scivolare. Questo capitava spesso ad anziane signore e ai loro attempati accopagnatori. Un modo per eliminare la vecchia clientela era di renderla storpia e claudicante. Infermità ripagate dalle assicurazioni con cospicui risarcimenti che i vecchi invalidi perdevano, seduta stante, alle slot-machine o a poker strip. Restavano, praticamente,  in mutande. La vista di quelle carni flosce, raggrinzite, piagate, scrofolose e purulente provocava un ribrezzo generale. Severissime infermiere svizzere, in camice rosa shocking, conducevano bare a ruote. In queste, senza tante storie, richiudevano i riottosi vecchietti e le arzille vecchiette senza più un soldo oppure li gettavano in pasto ai maiali cannibali che si aggiravano fra i tavoli, portati, a guinzaglio lungo, da inservienti ghiotti di fegato di merluzzo o diplomati in handicap. Le pareti erano tappezzate con carta rosa. Tra i motivi floreali  spuntavano babbuini rosa. I musi digrignanti mostravano l’acuminata chiostra di denti leonini. Alcuni si ingroppavano o saltavano esponendo penzoloni l’eccitazione vermiglia di peni allungati ed appuntiti come quelli dei cani. I particolari bestiali mitigavano la delicatezza del colore rosa. Si attenuava così la rassicurante atmosfera d’inoffensiva innocenza. Calava una lugubre atmosfera di festa africana al chiaro di luna di saturno. Kond notò la scena di un avventore che, per non pagare il conto e i debiti di gioco, si fingeva pazzo. Si era alla solite. “Chi si finge pazzo per non pagare vuol dire che pazzo non è! ”, avvertiva un cartello all’ingresso. Valeva il comma 22.  Non gli servì a niente appallottolare il risotto e lanciarlo contro le pareti. Le polpette si disfacevano spargendo riso tutt’intorno. Quello che rimaneva appiccicato sulla parete si affrettava a leccarlo passando la  lingua  sulle oscene raffigurazioni dei babbuini. La scena non si protrasse per molto. Venne bloccato, denudato e lanciato, più volte, con violenza, da ferocissimi energumeni sulla parete come una palla di risotto fino a quando rimase per sempre appiccicato sulla carta da parati, ridotto ad un sanguinolente grumo rosa,confuso tra i babbuini. Kond si spiegò così la presenza di quelle escrescenze rosacee sulle pareti, ancora stillanti sangue fresco, quella carne tremolante come gelatina, lì lì a cadere giù, il fetore di carne maciullata, putrida, brulicante di vermi bianchi, gonfi di pus giallo e fiele. Erano i resti degli avventori insolventi  spiaccicati a fare tappezzeria. Un locale rosa ma di inaudita violenza.- pensò Kond, tra sé. Si chiedeva come
19

avrebbero fatto con Tu-Stronz se non avesse pagato il conto. Era impossibile lanciare la sua immensa mole sulle pareti del locale. Chi potenzialmente poteva finire a fare da tappezzeria era lui ma non si soffermò neppure a considerare l’eventualità, era un agente segreto. Spostò la sua attenzione su un tipo con occhiali tondi e pizzetto. Suonava una viola da gamba, l’antico strumento inglese dal suono simile alla voce delle sirene, tanto è dolce e delicato. Kond non si chiese cosa ci facesse quel musicista in un posto simile né si chiese che senso avesse suonare una musica così “reservata”. Lì nessuno poteva ascoltarla. Era soffocata da un brusio assordante, grida strazianti, urla disumane, vociare sguaiato, turpiloquio blasfemo, discussioni rissose, insulti, ingiurie ed ogni sorta di verso animalesco e rumore fastidiosissimo ed insopportabile ad orecchio umano, come è tipico di ogni luogo infernale degno di questo nome. Il musicista non ne sembrava minimamente disturbato. Suonava in silenzio. La sua viola da gamba non aveva corde, non emetteva alcun suono, come è giusto che sia nel regno dei morti. Qui manca il silenzio e le note musicali non esistono. Finito il suo pezzo depose lo strumento e con un piattino fece il giro dei tavoli a raccogliere qualche offerta. Fatto il pieno di castagne secche e qualche nocciolina, si avviò verso l’uscita mentre alcuni froci avvinazzati gli distruggevano la viola da gamba saltandogli su a piè pari. Kond si commosse a quella vista. Era sensibile alla condizione dei musicisti ambulanti. Probabilmente sarebbe stato il suo destino se non fosse entrato con un gran calcio in culo nei Servizi Segreti. Ebbe l’impulso di fermare i vandali froci. Ci rinunciò, li lasciò fare. Si limitò a considerare che ormai l’umanità aveva raggiunto un livello di insensibilità insopportabile. Da animo sensibile, qual’era, stentava ormai a riconoscersi nei propri simili. Ma in quale altro mondo poteva mai andare, se non all’inferno? Non possiamo ritagliarci un mondo fatto su misura per noi. Se non possiamo modificarlo, dobbiamo rassegarci ad accettare quello che ci è dato di vivere. Kond era finito all’inferno. Gli toccava restarci. A meno che non gli  riuscisse un impresa, mai compiuta da essere umano vivo o morto che sia; evadere, rinascere o morire una seconda volta e prendere così un’altra strada, verso quell’altro mondo dell’al di là che si spera sia il Paradiso. Gli mancava, per ora, la consapevolezza di essere morto. Era convinto di essere ancora vivo. Anche se cominciava a dubitarne, troppe anomalie e strane coincidenze. Aveva perso il conto dei propri anni. Era morto-vivo da un millennio, circa. Da quando,il biologo americano Aubrey de Grey era riuscito a bloccare l’invecchiamento degli esseri umani. Questi erano, praticamente, divenuti immortali ma non si era trovato il sistema di fornirli di una memoria capace di conservare ricordi di mille anni di vita. Kond non sapeva quando era nato. Anzi, considerati i secoli trascorsi, era convinto di essere al mondo da sempre. Della propria vita passata aveva ricordi sempre più vaghi e confusi. Ogni mattina si svegliava con la sensazione che fosse il suo primo giorno di vita. Non ricordava nulla del giorno prima. Diventa comprensibile che in tali condizioni, non si ricorda più nulla, neppure se si è vivi o morti. Kond si era lasciato andare a pensierosi trastulli sentimentali sull’onda della scena della viola da gamba, fatta a pezzi dai froci avvinazzati. Fu riportato alla realtà da un improvviso, quanto divertente gavettone alla pasta e fagioli mescolata a spurgo di pozzi neri di tubercolosari che investì Tu-Stronz. Gli autori, alcuni buontemponi vestiti da marinaretto fine ottocento, scapparono via ridendo a crepa pelle. Era un’usanza del locale verso i clienti più affezionati e di riguardo. Tu-Stronz si scrollò di dosso alcuni stronzi a banana di cacca indurita impigliatisi tra le decorazioni e, come se nulla fosse, aggiustò l’enorme deretano sulla sedia e disse fiero di sè: Mi hanno riconosciuto. Per anni sono stato il loro migliore cliente.
20



Anche gli altri ospiti del locale erano rimasti divertiti dalla scena e si contorcevano dalle risate sul pavimento cosparso da uno spesso strato di voluttàbro costituito da escrementi, colatura di putridario e  rose marce rubate dalle tombe dei cimiteri del mondo sovrastante. Tu-Stronz emanava un puzzo nauseabondo.  Kond aveva preso le sue precauzioni. Nella inseparabile valigetta ventiquattrore in pelle di kaimano tigrato aveva un prezioso dopobarba alla mirra e se ne era cosparso abbondantemente il viso.  E’ un vero posto di merda! – esclamò Kond –  Spero che non si mangi da schifo!  Un cameriere vestito con una tunica rosa in groppa ad una gigantesca scrofa rosa si fermò al loro tavolo: Bei maschioni, cosa vi porto? Stasera vi consiglio risotto alle rose, tagliatelle rosa, aragosta, granchi, gamberoni, gamberetti, triglie, dentice o pagello in salsa rosa. Cosa mi dite, carucci? Vi leggo la lista dei vini – disse contorcendo le labbra impiastricciate di rossetto senza aspettare alcuna risposta, frettolosamente, come la cameriera di un’affollata pizzeria economica il sabato sera, snocciolò: Cirò di Buonvicino, Riviera del Garda, Chiaretto, Cipressino, Sangiovese d’Aprilia, Picolit, Pinot rosa, Ktrezter dell’Alto Adige, Cabernet rosato di Anjou Kokkineli e Rosella di Cipro, Champagne Rosa-La grande Dame 1970 Veuve Clliquot. Non appena il cameriere terminò l’elencazione dei vini la scrofa si imbizzarrì. Corse via veloce come un cinghiale inseguito da una muta di cani. Schizzi di melma finirono fin  sulla candida tovaglia ricamata delicatamente con roselline rosa. Ho l’impressione che mi ha portato non solo in un posto veramente di merda ma dove ci prendono anche  per il culo! - esclamò Kond con aria, estremamente, contrariata nei confronti di Tu-Stronz – Ora comincio ad incazzarmi di brutto!. Abbia un pò di pazienza, mr.Kond. Questo locale ha riaperto da poco e non ancora ha riorganizzato il servizio alla perfezione. – disse Tu-Stronz – E’ stato chiuso durante la pandemia di Aids. Ora che è stata debellata ha riaperto come tutti i locali di orgoglio omosessuale. Il personale è evidentemente senza esperienza. La clietela non è più selezionata come ai bei tempi. I gay ricchi sono quasi tutti deceduti durante l’epidemia. Quelli senza un soldo, non potendosi permettere una o più guardie del corpo, sono stati trucidati dagli squadroni dei padri di famiglia con figlie zitelle.                     

Nessun commento:

Posta un commento