L'Inferno di Kond
CAPITOLO SECONDO
Kond si era
subito messo in viaggio, senza avere alcuna meta. Così usano gli agenti segreti
allorchè ricevono una missione segreta. Dopo un breve girovagare si ritrovò
nella sala d’aspetto delle canoe spaziali della sua città, alla periferia
dell’Impero Mondiale Tropical-bavarese dei fabbricanti di sigari di cioccolato.
Al di là della brillante vetrata, i palmizi si flettevano al dolce vento
tropicale. In lontananza le onde gorgogliavano, poteva benissimo trattarsi di
schiuma di detersivo. I poveri delle favelas lavavano i piatti sporchi in mare, i ricchi vi riversavano gli scarichi
delle loro industrie, escrementi di allevamenti di gatti d’angora e chihuahua. Tanto ai ricconi non fregava
niente di tenere il mare pulito, nelle loro ville avevano piscine di acqua minerale. Kond non riusciva a rilassarsi. Appena avuto
l’incarico erano successe cose strane. Poco prima aveva ucciso il messicano, un
tipo che gli stava dietro da tempo. Spesso aveva sospettato di essere seguito. L’Intelligence Bureau lo aveva
avvertito che si aggiravano alluvionati, disoccupati, sfrattati, terremotati
che, in guisa di falsi messicani, per quattro pesos ammazzavano gli
agenti segreti. Aveva considerato l’avvertimento una fregnaccia. Quelli dell’Intelligence
erano degli scaldasedie ma questa volta, doveva ammetterlo, avevano visto
giusto. Il messicano, dopo tanti anni che gli era alle spalle, aveva tentato di
assassinarlo sotto la doccia. Come al solito, l’incarico, incomprensibile o
quasi per Kond, era invece chiarissimo ai suoi nemici. Questi sapevano sempre
perfettamente quale fosse l’incarico di Kond
mentre egli, diretto
interessato, ne era all’oscuro oppure ne
aveva una conoscenza vaga. Questo poneva Kond in evidente svantaggio rispetto
agli avversari che sapevano sempre in anticipo le sue mosse. L’unico rimedio
era di agire e reagire in modo imprevedibile
e nel contempo fare il contrario di tutto e tutto all’incontrario.Col
tempo questo stato di cose gli aveva provocato turbe psichiche e caratteriali.
Le superava bevendo fantasiosi cocktail prima di cena. Il migliore della
stagione era stato il Rum-Martini Smoked a base di rum chiaro e alcolato di sigaro servito
al Nottingham Forrest Bar di
Milano dal barman Dario Comini in coppette ben fredde, con
ghiaccio cristallino, direttamente dal
mixing glass. Il suo psicanalista , naturalmente, non era d’accordo con questa
cura, cercava di propinargli, ognivolta,
Prozac-Fluoxeren, Tavor. Col cazzo! Kond non si faceva
fregare dagli psicofarmaci degli strizzacervelli. Quando si sentiva proprio giù
trangugiava un cocktail bi-power di Katamina, menta piperita,
peperoncino calabrese, polvere di ossa
di Tirannosauro Rex, carne viva
di formiche rosse del deserto texano, grattugiata di viagra e bottarga, il tutto agitato
con marsala all’uovo di struzzo in
piscio di toro miura ghiacciato.
Il beveraggio risultava mortale per i bulbi piliferi se si sbagliavano le fasi
lunari. Kond non voleva assolutamente
rischiare di ritrovarsi calvo e privo del folto vello sul torace dagli
scultorei pettorali. Aveva più volte chiesto al Capo di cambiare
psicanalista ma era l’unico rimasto a
piede libero. Agli altri era stata ritirata la licenza. Erano risultati sani di
mente, cosa assolutamente ostativa all’esercizio della professione. Kond non era un agente qualsiasi; poteva uccidere
quando e come voleva senza dover
chiamare Londra, sbrigare tutte le formalità del caso e prendere magari la
laurea in medicina. Andò a specchiarsi nella vetrata. Constatò con sollievo che
non aveva più messicani alle spalle. Fu molto felice di vedersi bello, abbronzato, atletico, con i
capelli acconciati di fresco dal
parrucchiere, infilato nel completo di Giorgio, che è tutto dire. Si diede una passata di rimmel
sulle ciglia ed inforcò gli occhiali
scuri. Due bellissime fotomodelle, che passavano da lì per caso, lo squadrarono
fino alla punta dei mocassini dove spuntava l’alluce ferito. Non ci badò. Sapeva di essere bello. Era troppo innamorato
di se stesso per poter amare una o più
fotomodelle. A queste, del resto, si dedicava solo per beneficenza.
Preferiva il più delle volte godere in solitario, dinanzi alla foto di Rita Hayworth, ci pensava lui a spogliarla, e le
lasciava indosso solo i guanti e una frusta da cocchiere. Era eccitato anche da
Marlene Dietrich del film L’angelo azzurro che cantava con voce roca,
seduta sulla botte in cui immaginava di essere rinchiuso, con la sua biancheria
intima non lavata. Ripensò al contenuto della missiva. Il Capo, nell’astruso
linguaggio cifrato che si ostinava ad usare anche per dire “buongiorno”, aveva
voluto avvertirlo che gli sarebbe capitato qualcosa nelle prime ore della mattinata. Infatti quel giorno temette di non di andare di corpo
regolarmente come al solito. Questo gli avrebbe impedito di uscire di casa con
tranquillità. Poteva scappargli la cacca in un momento inopportuno. Kond era
abitudinario. Defecare dopo il sonno notturno lo predisponeva ad affrontare con
serenità ed efficienza la giornata. Se questo non si verificava, la vita, si fa
per dire, ne era sconvolta. Il fatto di non riuscire a liberarsi delle feci lo
gettava in una profonda prostrazione fisica, psichica, etica e morale. Si
sentiva letteralmente un sacco di merda.
Perdeva la superstima che aveva di se stesso, essenziale per fare il suo mestiere. Un agente segreto per
poter continuare ad essere tale deve avere la capacità di andare regolarmente
di corpo due volte al giorno; la mattina, appena alzato e la sera, prima di andare a letto. Questa
regolarità svizzera indefettibile era quanto più distingueva gli agenti segreti
dal resto del genere umano, afflitto da
stipsi e disordini defecatori di ogni tipo. Fortunatamente, anche quella
mattina, Kond andò regolarmente di corpo. Tirò lo scarico e, come
sempre, contemplando lo stronzo
perfetto, pensò: Sono un uomo felice.
Era un vero artista della cacata. In questo, pochi colleghi lo superavano. Il
messicano aveva agito dopo, quando Kond, soddisfatto del buon inizio di
giornata, si era infilato sotto la
doccia per l’igienica abluzione delle parti pudende. Non poteva stare in piedi.
L’alluce gli doleva. Nella vetrata vide
riflesso il suo viso leggermente contratto dal dolore. Era un vile, non poteva
vedersi soffrire. L’indifferenza verso la sofferenza altrui era grande quanto
l’attenzione verso la propria. Kond non tollerava vi fosse la minima
alterazione al proprio stato di benessere che doveva essere costante come la
temperatura in una tomba egizia. Il dolore all’alluce gli procurava una
infelicità fastidiosa alla quale non era abituato da tempo. Aveva trascorso
quasi tutta la vita nella classica
bambagia, senza il minimo fastidio, neppure un graffietto sulla pelle
delicatissima. La vista di una goccia del proprio sangue lo faceva svenire, ma
le cose stavano cambiando. Era riuscito a fare una splendida ed inarrestabile
carriera da agente segreto solo facendo abilmente finta di lavorare. In realtà
senza fare un cazzo dalla mattina alla sera. Ogni giorno di lavoro, per lui,
era stato una domenica. Con i Capi che si ritrovava era inutile lavorare, anzi
poteva essere controproducente, incapaci com’erano di valutare la qualità di
qualsiasi prestazione. Senza mai rischiare neppure una gocciolina di sudore
aveva più di una volta lasciato intendere di aver salvato il mondo grazie al
suo impegno e alla sua bravura. Questo ai suoi Capi andava bene. Kond lasciava
a loro i meriti eventuali da rivendicare verso i politici che
erano i veri padroni della baracca, i più imbecilli. Erano soddisfatti quando
potevano rubare più dei Capi di Kond. A Kond, per ora, bastava rubare lo stipendio, farsi pagare a piè di lista
i suoi sfizi, in giro per il mondo. Con i suoi Capi sapeva come andare
d’accordo. Seguiva la regola aurea dell’ambiente militare: Il superiore ha
sempre ragione, anche e specie quando ha torto. Qualcosa, però, stava
cambiando. Kond correva il rischio, dopo anni di ozio dorato e ben pagato, di
dover lavorare. Questo lo preoccupava non poco. Chi lavorava sul serio
rischiava la propria vita. Non ci sarebbe stato alcun premio extra, un agente
segreto era pagato per questo. Il fatto di doversi guadagnare lo stipendio lo
umiliava. Era la dimostrazione di non
essere più furbo degli altri, di quanti dovevano lavorare per vivere. E se non
si è più furbi degli altri come si fa a fare l’agente segreto? Kond si reputava
al di fuori degli “altri”, uomo “al di fuori”,
furbo navigato e patentato. Gli “al di fuori” erano i nuovi nobili
dell’Era anarcoburina,
postdemocristiana, liberalcasinista,
fatta di “incularella” e Gazzetta dello Sport. Tutto era iniziato con la
scoperta dell’altra faccia della luna, dove sono i tesori smarriti della terra. Kond aveva scelto la carriera di agente segreto
principalmente perché era quella che più di ogni altra consentiva di guadagnare
senza lavorare e fare la bella vita, a
spese dello Stato con rimborsi a piè di lista. Gli ultimi avvenimenti facevano
pensare che questo periodo di scrocco
felice stava per finire. La sola parola “lavoro” mise Kond in una sgradevole
sensazione di affaticamento. Ritornò alla sedia e questa si trasformò nel trono
della tribù Magani appena ci posò sopra le chiappe. Rivide la scena del fallito
attentato alla sua tranquillissima esistenza. Il falso messicano stendeva il
braccio per colpirlo con un coltello a serramanico. Aveva entrambe le mani
impegnate, una dal flacone del bagnoschiuma,
l’altra da una spugna. Fu costretto a difendersi allungando un calcione con il
piede destro. Il falso messicano fu
colpito nelle palle inguinali, si aprirono come noci secche, al che lasciò
cadere il coltello, indietreggiò, scivolò battendo la nuca sul bordo del bidet.
La bocca si aprì ad <<O>> , senza emettere neppure un rantolo.
Gonfio e livido come un sacchetto della spazzatura, Kond lo coprì con la
schiuma rapida e lo lasciò in preda alle
lamette da barba. Avrebbe preferito ucciderlo diversamente, senza usare il
piede. Ora l’alluce, gonfio e livido, affiorava dalla punta del mocassino in
pelle butterata di struzzo come la con-turbante testa di un sultano. Le scarpe,
fatte su misura a Londra da un ciabattino
negro, gli erano costate due fette biscottate spalmate di burro e marmellata di
mirtilli. Gli era spiaciuto, pertanto, quando le aveva tagliate in punta, per
permettere all’alluce rigonfio di fuoriuscire senza essere costretto nella
scarpa. In quell’alluce martoriato riviveva i dolori e le angosce della
pubertà. A causa di un’unghia incarnita dovette abbandonare il fortunato
esordio di una carriera calcistica nella squadra della parrocchia. Curò
l’unghia amorevolmente con allume di rocca per alcuni mesi. Fu inutile,
dovette ricorrere al chirurgo. La blanda anestesia locale non evitò che
sentisse la pinza a cuneo penetrare sotto l’unghia, lo strappo deciso con cui
il medico, dopo aver roteato la pinza da destra a sinistra, estrasse l’unghia
dal dito. In quel momento vide le stelle, proprio come nei fumetti, un turbinio
di stelle gialle lampeggianti ad intermittenza. Il dolore era stato tanto
intenso che il cervello annullò ogni
contatto con quella parte del corpo. Per alcuni minuti ebbe la sensazione che
il dito fosse venuto via con l’unghia. Il medico glielo fasciò e lo dimise.
Dopo una diecina di minuti l’alluce tornò a vivere. Inviava un dolore pulsante
come un martello pneumatico nei più profondi terminali nervosi del cervello. Fu
in quell’occasione che Kond tracannò per la prima volta un bicchierone di
pregiato cognac. L’alcool confuse il cervello. Si addormentò con la sensazione
di avere il piede fra le nuvole bianche di un cielo profondamente azzurro.
Stava rivivendo quel lontano ricordo allorché una fitta da pestata gli risalì,
con la velocità della luce, dall’alluce ferito fino ai terminali cerebrali,
deputati al dolore, rifatti in rame e selenio. Represse l’ululato da ungulato
mannaro in un impercettibile mugugno. Era addestrato a reprimere qualsiasi
manifestazione di dolore. La prima cosa che un agente segreto deve imparare è a
soffrire ridendo e a ridere sotto i baffi. Kond fece entrambe le cose. Un uomo
che probabilmente aveva una mamma paralitica a Las Vegas gli schiacciava il
piede con uno scarpone ferrato da montanaro tirolese e diceva: Mi scusi, mi
scusi. Nello stesso tempo gli
spolverava la giacca cosparsa di zucchero versato da una zuccheriera in
cristallo, finemente incisa con scene neoclassiche di vita bucolica. Kond
ammirò la squisita fattura della zuccheriera in tono con lo sfarzo di quella
sala d’aspetto per tutto il resto squallidissima e lurida. I prodotti serviti
al bar erano d’infima qualità ma presentati in vasellame prezioso, mai lavato,
con posate d’oro massiccio, sporchissime e incrostate di avanzi. La circostanza
che quell’uomo potesse avere una madre paralitica a Las Vegas lo impensierì. Il
Capo qualche volta amava travestirsi da uomo con la mamma paralitica ma non a
Las Vegas bensì a Miami. Ma...ma...lei, è mr. Kond..ahm...Kond! esclamò
il tirolese allorché Kond riaffiorò da sotto lo strato di zucchero e tirò via
una palla di gomma. Kond osservò la palla rimbalzare lontano. Non riuscì a
trarre alcuna conclusione se non che i tirolesi, come tutta la gente di
montagna, era gente furba, “scarpe grosse, cervello fino”. Bisognava stare
all’erta, eventualmente fucilarli e poi processarli. Quell’uomo poteva
benissimo avere la mamma paralitica a Las Vegas, essere il Capo travestito da
tale. Kond aveva già avuto problemi con lo zucchero. Se c’era di mezzo lo
zucchero non gli capitava mai niente di buono. Non molto tempo fa aveva ucciso
inavvertitamente la prima moglie, a seguito di un futile litigio. Si discuteva
su quanti cucchiaini di zucchero mettere nel caffè. Mentre discettavano
pacatamente di grammi e granelli, si ritrovò con il cadavere insanguinato della
consorte, piegata al suo fianco come una bambola di pezza. L’espressione del
viso era attonita e stralunata, la bocca contorta in una smorfia buffa, gli
occhi sbarrati, come abbagliati da un lampo di flash. L’aveva trafitta con una
cannuccia appuntita, sotto l’orecchio destro recidendole la carotide. Il sangue
zampillava dalla cannuccia con un arco rosso vivo in una pozza spumeggiante.
Kond si chiese come aveva potuto uccidere sua moglie senza essere mai stato
sposato. Sicuramente doveva trattarsi di uno scambio di persona. Quella moglie
non gli apparteneva essendo stato sempre scapolo. Eppure, senza ombra di
dubbio, si trattava di una moglie. Diversamente non avrebbe insistito a voler
contare i granelli di zucchero contenuti in un cucchiaino d’argento bagnato di
saliva. Per risolvere la diatriba aveva dovuto ucciderla utilizzando il primo
oggetto a portata di mano, una cannuccia usata poco prima per bere una Fanta.
Aveva afferrato la cannuccia immersa nell’aranciata, l’aveva tranciata a punta
e gliel’aveva conficcata in gola. Era riuscito in un’impresa impossibile a
qualsiasi altro, uccidere la moglie senza averla, per giunta con una cannuccia.
Un agente segreto del suo calibro poteva uccidere anche con uno sputo, o, con l’alito all’aglio
fresco, coltivato in fanghi radioattivi. Fu l’ennesima conferma che poteva
compiere imprese precluse a qualsiasi altro. Se ne andò di casa lasciando la
moglie, non sua, a galleggiare in un lago di sangue insieme a suoi topini
bianchi su barchette di carta che cantavano a squarciagola:Oiolì, oiolà!.
Questa volta la situazione era diversa; non era una questione solo di zucchero
ma c’era di mezzo la missione, un montanaro tirolese con uno scarpone ferrato
poggiato sul suo alluce ferito. Poteva trattarsi del Teseo del messaggio ma
aveva qualche dubbio. Niente dell’antico eroe greco si riscontrava nelle
sembianze di quel figuro. Questi ridacchiò, gli diede una pacca sulla spalla ed
esclamò: E’ proprio un incontro
fortunato! – e gli tese la mano. Kond, per educazione, gliela strinse, in
segno di pace, come si usa cretinamente nella Messa postconciliare. Fu come
stringere un guanto da baseball immerso nell’olio di sesamo. Era la mano grassa, irsuta e sudaticcia da salumiere o da stupratore di
retrobottega. Ritrasse disgustato la propria delicata e bianchissima come
quella di Chopin, affidata settimanalmente alle cure dei migliori manicure di
Parigi. Che schifo! - esclamò Kond dentro di sé e fece per alzarsi. Gli era
venuta una gran voglia di andare in Giamaica, a farsi un rhum agricole sotto una pannizza di foglie di
banano con l’odore di salsedine nelle narici, un buon sigaro cubano stretto tra
i denti, tirando delle aromatiche boccate di fumo. Il tirolese lo teneva
inchiodato al suolo con il suo maledetto scarpone e in maniera confidenziale
gli bofonchiò: Permetta che mi presenti,
Tu-Stronz. Forse non si ricorda di me ma ci siamo già incontrati. Vedo che
zoppica - Kond era riuscito a liberare il piede e si era alzato mostrando
una evidente zoppia - Spero di non averle fatto male. Con questi
scarponi mi capita spesso di pestare qualcuno. Ho bisogno dei grandi spazi
delle mie valli per muovermi. Ma sono assicurato per un massimale illimitato.
Aspetti che prendo il numero delle sue scarpe. L’assicurazione la risarcirà
integralmente. Potrà comprarsi un piede nuovo. Le dimensioni di Tu-Stronz, un tipico prodotto della vittoria
degli allevatori di suini nella guerra contro l’Islam sterminatore di maiali,
erano quelle di un teutonico pachiderma che aveva esagerato con birra, patate,
salsicce, stinco di maiale e
crauti. La pancia rotonda come una
mongolfiera. scoreggiava sonoramente ad ogni movimento. Kond decise di
accettare ancora per un pò quella disgustosa invadenza, almeno fino a quando
non avesse ben compreso se era dovuta ad uno strano scherzo del destino oppure
ad una copertura mimetica del contatto, citato nel messaggio come Teseo. Non
staccò bottone e con finta noncuranza batté il ferro ancora caldo: Ho l’impressione di averla incontrata da
qualche parte. Mi aiuti a ricordare. Ho lavorato per alcuni anni nel settore
dei salumi. Seguirono energiche
martellate su un ferro incandescente prontamente tirato fuori da un taschino
del panciotto di Tu-Stronz che gongolante come Ollio cantilenò: Io ho incontrato lei e non viceversa. Kond
con la mente sempre più affannata dal dilemma su Teseo esclamò: Come sarebbe!? Tu-Stronz assunse un’aria furba pagandola a rate e, scoreggiando
allegramente, aggiunse con il fare ilare e gioioso del bimbo appena adescato dall’esperto
pedofilo: L’ho vista al cinema! In
un film dove lei gioca a poker con quel francese, Le Prendo. Kond spesso interpretava la parte di agente
segreto in filmetti di serie B, destinati ai drive-in delle periferie texane,
con molto sangue e quintali di popcorn. Era un modo per confondere la sua
identità. Mescolava realtà e finzione. Spesso
riusciva a scoparsi qualche attricetta dalla figa rasata. In tal modo
nessuno era mai sicuro se lo faceva o lo era. Confondere i ruoli, essere ciò
che non si è. Questo fa di un agente segreto il camaleonte di identità ideale
per chattare ma che, mescolato nella folla anonima delle megalopoli di
mortiviventi, tutti conoscono per averlo visto almeno una volta in quel
filmetto di serie B. E chi non avrebbe voluto essere al suo posto mentre si
porta a letto l’attricetta della porta accanto. Beviamo qualcosa? propose
Tu-Stronz e lasciò andare il ferro rovente sulla moquette della sala d’aspetto,
insieme a qualche scoreggia. Kond, indifferente alle scoregge, se ne fregò. Non
aveva più bisogno di battere il ferro. Lo facesse qualcun’altro. Non poteva
perdersi in retoriche cazzate. Era stufo di fare il maniscalco
dell’Organizzazione. Il ferro protestò la sua inutilità con uno sfrigolio
sinistro da pancetta abbrustolita. Si sprigionò un tremendo puzzo. Al
confronto, le scoregge di Tu-Stronz sembrava profumo di mammolette appena
raccolte. La moquette, tutta la sala d’aspetto, erano di mefitica plastica, la
materia prima dell’inferno. Ma
certo vecchio mio! esclamò Kond
con un improvviso vuoto di consapevolezza ma deciso ad allontanarsi da quel
luogo fatto di plastica. Questo materiale rivelava che si trovavano in un mondo di celluloide, precario ed infiammabile,
usato per rubare la realtà agli esseri umani, per ridurli a consumatori passivi
di patatine, hamburger, ketchup e formiche fritte in salsa dolce.
Tu-Stronz fu contento dell’appellativo vecchio mio. Il naso cominciò a colargli per la commozione. Gocce di plastica
liquida gli uscivano dalle narici, cadevano sfrigolando sulla moquette.
All’interno Tu-Stronz era fatto di plastica. Si scioglieva al fuoco delle
emozioni. Tieni, pulisciti! escalmò Kond, con tenerezza. Gli allungò un
kleenex. Tu-Stronz lo ringraziò. Aveva gli occhi pieni di rare lacrime di
coccodrillo custodite in una preziosa boccetta di cristallo. Kond pensò a due
banane flambé. Queste si trasformarono in un jumbo delle linee aeree nepalesi e
si andarono a schiantare contro un anonimo paio di Torri Gemelle erette
chissadove. Dimostrò a se stesso che era capace di pensare l’impensabile. Posso offrirti qualcosa? urlò Tu-Stronz. Timidissimo come la maggior
parte degli obesi, saltò al collo di Kond. Questi vacillò sotto la mole del
gigantesco kabibo tirolese. Lo rassicurò: Certo che puoi offrirmi da bere. Tu-Stronz si calmò; scese dal grembo di Kond e attirò l’attenzione di
una cameriera. Ancheggiava, sballottolava due enormi seni, sicuramente rifatti
al silicone, infilati in rispettivi tasconi, all’altezza del petto, veniva
verso di loro. Li bloccò nei pressi di un tavolo di polistirolo che nella vita
di tutti i giorni si faceva chiamare Mapelli. Intorno vi erano poltrone gonfiate con
aria del mare di Capri; rilasciavano una profumata brezza marina, mescolata a
fragranza di limoncedri, appena ci si poggiava sopra il sedere nudo. La
cameriera, tettona e callipigia, il tipo di donna preferito da Kond, la
versione geneticamente migliorata del clone di Marilyn Monroe, ne diede
dimostrazione pratica. Alzò la gonna e poggiò lentamente sulla poltrona le
candide chiappe a palla di cannone. Si liberò una profumata brezza di mare. In
lontananza si sentì il canto delle sirene; proprio quelle di Ulisse,
accompagnato da mandolini, ricavati dal culo di vergini fanciulle, suonati da
vecchi eunuchi con l’unghia a mandorla del dito mignolo. Kond corresse il
giudizio su quell’orrendo luogo di plastica. Si avvicinò alla cameriera. Non
potette resistere al desiderio di sodomizzarla. Ne fu felice e di buon grado si
prestò a soddisfare le voglie di Kond assumendo la posizione più adatta a prenderlo
nel culo. Tu-Stronz osservò la scena interessato,con occhi roteanti e
strabuzzati. Fino ad allora aveva visto solo i tori accoppiarsi in quel modo.
Giunse alla conclusione che, ormai, fra uomini e bestie non c’era più alcuna
differenza. Kond dopo essersi divertito col didietro passò sul davanti. Glielo
mise fra le tette, di dimensioni imperiali, proprio come piacevano a lui, con
capezzoli grandi come tappi di champagne. Tu-Stronz, a questa vista, riconobbe
che gli uomini avevano più fantasia dei tori e le vacche-umane erano più
versatili, potevano essere double-face. Una
cameriera come te è sprecata in un locale di plastica come questo- disse Kond mentre eiaculava nella bocca,
stretta a ventosa sulla sommità della sua cappella. Intorno si era formata una
piccola folla di curiosi, triste come quella dei cinema porno di periferia.
Tu-Stronz ne approfittò per raccogliere
qualche spicciolo, spacciando la cosa come esibizione circense da strada, Da
scaltro tirolese urbanizzato non si lasciava sfuggire nessuna occasione per
fare soldi. Il dieci per cento del ricavato della questua lo diede alla
cameriera. Piccola, hai una
fortuna, davanti e di dietro. – disse Kond – Ti serve un amministratore.
Non puoi sprecarla in un locale di
plastica a raccogliere qualche mancia dalla clientela di passaggio. Potresti
prostituirti nel grande giro. Sei una donna da orgia. Vieni a trovarmi in
ufficio. Gestisco a tempo perso un gruppo di puttane creole. Mi manca una
bionda al platino. Telefonami per un appuntamento. Ti farò ricca. Troverai
anche marito. Qualche indaffarato uomo di affari che ha bisogno di una bellezza
da sfoggiare senza l’impegno di scopare.
Potrai, farti anche un figlio tuo, con chi vuoi. Le porse il biglietto da
visita, scritto con inchiostro simpatico. Riscaldalo fra le labbra della figa, quando vuoi leggerlo. Aggiunse con la voce roca, alla Bogart. Cosa ordiniamo? - chiese Tu-Stronz. Quello che c’era da prendere di buono in
questo locale, era il culo della cameriera. L’ho già preso. Possiamo andare. – disse Kond. Era soddisfatto di aver
assolto, anche questa volta, uno dei principali obblighi di un agente segreto:
inculare le tettone callipige che capitano sulla sua strada. La cameriera,
addestrata, come tutti i cloni di Marilyn,
a prenderlo nel culo e a succhiare cazzi, non disse una parola. Andò via
sculettando come chi, anche per quel giorno, aveva fatto un incontro del cazzo.
Una perfetta macchina di piacere.
- commentò Kond accaldato
dall’orgasmo. Io non ho preso
niente. Mi è rimasta la sete. –
protestò debolmente Tu-Stronz. Per accontentarlo Kond gli fece prendere un
fracco di legnate umide da un gruppo di hooligan tenuto per questo a
disposizione della clientela. Alla fine del pestaggio richiamò la
cameriera-mucca-Marilyn ma questa era andata al bagno. Ne venne una eguale. Era
un perfetto clone del precedente clone geneticamente migliorato di Marilyn ma
con i capelli rossi. Kond quando vedeva il rosso ridiventava un toro ma questa
volta aveva il cannone scarico. Lasciò perdere. Strinse il cilicio che portava
alla gamba destra ed ogni impulso lussurioso si smorzò. Tu-Stronz ordinò da
bere mentre il tavolo di polistirolo gridava: Sono Mapelli! Sono Mapelli! Liberatemi. Nessuno ci fece caso, come al solito. Quando la procace mammellona si
fu avvicinata, Kond ordinò un bicchiere di latte al seno e le allungò il solito
biglietto da visita, con l’invito a passare dal suo ufficio, nel fine settimana
per un colloquio (chiamava così le sue scopate durante le ore di lavoro in
sede). Per me un whiskey. – disse Tu-Stronz, Cercava di darsi un’aria
da duro con la cameriera ma aveva una paura matta di essere messo alla prova.
Il suo pisello, minuscolo come un rubinetto di borraccia da montanaro, era
adatto solo alla minzione. La cameriera si allontanò ancheggiando superbamente
verso il banco di mescita. Tornò con le mammelle penzoloni e un bicchiere, di
preziosissimo cristallo di Boemia, intagliato a mano, colmo di ottimo whiskey
insozzato di moscerini e cacche di mosche. A Kond porse un boccale di
porcellana finissima decorato con scene di vita silvestre. Lo riempì di latte
strizzandolo da una mammella. Complimenti!
– esclamò Kond- Avevo pensato fossero di silicone ma sono
autentiche mammelle da balia! La cameriera intascò tre gusci di conchiglie
della Polinesia, come prezzo della consumazione, dando di resto un
preservativo, Andò via hysteron
proteron, cioè con il posteriore
davanti e viceversa, senza profferire parola. Tu-Stronz bevve tutto d’un fiato
il whiskey. I moscerini gli andarono subito alla testa non essendo abituato ai
superalcolici moscati. Allegro e rubizzo, propose a Kond di andare a mangiare
gamberoni alla cannibale dal Pazzo
di Capodichino, al suono della canzone L’autunno è alle porte le mosche cominciano
a morire. Abbozzò il motivetto
scoreggiando. Kond accettò. Era deciso a scoprire chi era
il Tu-Stronz finito sul suo piede, proprio il giorno in cui aveva l’alluce con
turbante. Uscirono dalla sala d’aspetto. Dopo alcuni nano-minuti-siderali,
giunsero alla Chrysler Imperial di Tu-Stronz, parcheggiata su un silenzioso ed
oscuro marciapiede. La notte, appena calata, dai lucidi riflessi metallici di
una pioggia acida sull’asfalto appiccicoso di sangue fresco. Era l’atmosfera
naturale di un tranquillo posto all’inferno. All’interno dell’auto, un autista,
berretto ed uniforme con bottoni e cordoni
dorati, dormiva placidamente.
Tu-Stronz ticchettò sul vetro. L’autista continuò a sfarfallare le labbra in
placido sonno. Una pioggerellina fitta cadeva lentamente come bava di ragno. Il
ticchettio fu ripetuto con maggiore intensità e velocità. Divenne
tamburellamento variato, modulato su vecchi motivi di brani rock. Si trasformò
in tambureggiare a mano aperta, poi a pugno, da pugno a pugni. Una notevole
esecuzione su lamiera di Chrysler Imperial della colonna sonora del film Tamburi Lontani ove
procaci indigene la eseguivano battendo i seni
nudi su tronchi cavi. L’esibizione musicale di Tu-Stronz richiamò
l’attenzione di alcuni passanti, uomini a forma d’insetto ed insetti di forma
umana. I viandanti notturni delle vecchie metropoli, la loro vita trascorreva
intrappolata per sempre in quella bava di ragno, che sembrava pioggerellina.
Dalle finestre dei grattacieli-nani si affacciarono aficionado di rumba e “cha
cha cha”. Con i loro strumenti a fiato e percussione si unirono a Tu-Stronz.
Era un quartiere di gente allegra. Non si lasciava scappare nessun’occasione
per fare festa e baldoria. Si finiva poi per scannarsi con coltelli da cucina e
arrotolarsi a vicenda le budella con forchettoni. Si formò ben presto una
piccola folla. Applaudiva, entusiasta la performance musicale, e
ballava. L’autista continuava a dormire.
Tu-Stronz si rese conto che niente avrebbe potuto svegliarlo. Sono desolato mr.Kond. Forse è preferibile
prendere un taxi. Il mio autista Otello si è addormentato, forse è morto. Kond alla parola “morto” sobbalzò. Sapeva
per esperienza e quieto vivere che, quando e se ci scappa il morto, è meglio
filarsela, non impicciarsi. Kond era un cultore della viltà pragmatica. Acconsentì, quindi, immantinente, alla
proposta di Tu-Stronz. Presero un taxi a volo come si usa a New York. Al Pazzo di Capodichino
Titagliolatestaemelamagno – gridò
Tu-Stronz al tassista portoricano. Sfinito si lasciò andare alle fauci del
sonno. Russava a bocca aperta come un tritapietre. Kond mise in atto il suo
metodo infallibile per eliminare quel fastidiosissimo inconveniente. Da
prestigiatore dilettante, quale era, trasse dalla manica della giacca alcuni
dei suoi topolini bianchi. Tenendoli per la coda, li calò nella bocca di Tu-Stronz
e gli rosicchiarono la gola. Nel
silenzio, Kond si rannicchiò in posizione fetale.Si addormentò con le ginocchia
sotto il mento. Temeva di allungare le
gambe sotto il sedile anteriore. Aveva l’atavica ed ancestrale paura che
qualcuno gli mangiasse i piedi se sporgevano dalla coperta. In lontananza li
seguiva l’applauso della piccola folla di aficionado. Si
vedevano falò ed improvvisati riti
voodoo. La Chrysler Imperial era diventata la bara a quattro ruote di Otello.
L’inferno quella sera aveva un morto in più da tenere allegro. Due morti si
allontanavano in un taxi. Alla guida vi era un portoricano ucciso qualche ora
prima. Era stato un drogato, morto in crisi di astinenza, per rubargli il magro
incasso della serata. Kond e tutti gli altri abitanti della terra non si erano
accorti che erano morti da un pezzo. Conducevano la loro vita di sempre come se
la morte non li avesse mai presi. Erano stati traghettati in quel mondo
infernale, popolato da demoni che solo ai morti è concesso vedere perché non possono
morire una seconda volta. Demoni che hanno il potere di togliere il sogno ai
morti. Solo così smettono di sognare di vivere, si abbandonano al sonno eterno
senza sogni, fatto di nulla. Kond fino a quel momento era stato un morto
fortunato. Non aveva mai incontrato alcun demone invisibile ai vivi e
rivelatore della morte ai morti. Pensava, quindi, di essere ancora in vita
anche se sospettava che qualcosa fosse cambiato in lui. Qualche volta gli
sembrava di non andare più regolarmente di corpo tre volte al giorno ma
soltanto una volta all’anno. Aveva paura di incontrare il famigerato
barzellettiere fallito, quello che non fa più ridere nessuno ma letteralmente
cacare e lui non ce l’avrebbe fatta. Era la prova inequivocabile. Chi non riesce più ad andare di corpo è morto. Un certo giorno della sua vita, a
causa dell’incontro con un messicano armato di coltello, era cambiato qualcosa.
Si tagliava con la lametta mentre si sbarbava e non usciva più sangue rosso ma
blu. Non aveva dato gran che importanza alla cosa. Era nobile di sangue blu da
anni. La sensazione di sognare di vivere, persisteva.
Pipò…pipò...pipò....suonava il tassista per farsi largo in mezzo al traffico
notturno di fantasmi lattiginosi di ogni forma e colore mentre le fiamme
dell’inferno ai lati della strada guizzavano mandando bagliori sinistri e
sghignazzi di diavoli orrendi. Kond dormiva e vedeva nei suoi sogni tutt’altro
scenario, come al solito sognava o di mangiare seduto innanzi a tavole
lussuosamente imbandite oppure di fare sesso con donne stupende, con le
settanta e più vergini che attendono l’eroe islamico nell’al di là. Si bevve a gargarozzo un’intera bottiglia di
champagne delle migliori annate e si rivoltò a dormire a pancia all’aria. Pipò...pipò...pipò...il
taxi sfrecciava tra le fiamme dell’inferno verso uno dei tanti paradisi
artificiali consentiti a quelli che ancora credono o sognano di essere vivi.
L’importante è avere il controllo dei propri sogni. Kond lo aveva. Non avrebbe
mai aperto gli occhi su quell’inferno vero. I morti non possono più aprire i
loro occhi ma guardano attraverso gli occhi degli altri. Kond guardava il mondo
attraverso i miei.
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