venerdì 26 settembre 2014


L'Inferno di Kond

CAPITOLO SECONDO


Kond si era subito messo in viaggio, senza avere alcuna meta. Così usano gli agenti segreti allorchè ricevono una missione segreta. Dopo un breve girovagare si ritrovò nella sala d’aspetto delle canoe spaziali della sua città, alla periferia dell’Impero Mondiale Tropical-bavarese dei fabbricanti di sigari di cioccolato. Al di là della brillante vetrata, i palmizi si flettevano al dolce vento tropicale. In lontananza le onde gorgogliavano, poteva benissimo trattarsi di schiuma di detersivo. I poveri delle favelas  lavavano i piatti sporchi  in mare, i ricchi vi riversavano gli scarichi delle loro industrie,  escrementi  di allevamenti di gatti d’angora  e chihuahua. Tanto ai ricconi non fregava niente di tenere il mare pulito, nelle loro ville avevano piscine di acqua  minerale. Kond  non riusciva a rilassarsi. Appena avuto l’incarico erano successe cose strane. Poco prima aveva ucciso il messicano, un tipo che gli stava dietro da tempo. Spesso aveva sospettato  di essere seguito.  L’Intelligence Bureau lo aveva avvertito che si aggiravano alluvionati, disoccupati, sfrattati, terremotati che, in guisa di falsi messicani, per quattro pesos ammazzavano gli agenti segreti. Aveva considerato l’avvertimento una fregnaccia. Quelli dell’Intelligence erano degli scaldasedie ma questa volta, doveva ammetterlo, avevano visto giusto. Il messicano, dopo tanti anni che gli era alle spalle, aveva tentato di assassinarlo sotto la doccia. Come al solito, l’incarico, incomprensibile o quasi per Kond, era invece chiarissimo ai suoi nemici. Questi sapevano sempre perfettamente quale fosse l’incarico di Kond  mentre  egli, diretto interessato,  ne era all’oscuro oppure ne aveva una conoscenza vaga. Questo poneva Kond in evidente svantaggio rispetto agli avversari che sapevano sempre in anticipo le sue mosse. L’unico rimedio era di agire e reagire in modo imprevedibile  e nel contempo fare il contrario di tutto e tutto all’incontrario.Col tempo questo stato di cose gli aveva provocato turbe psichiche e caratteriali. Le superava bevendo fantasiosi cocktail prima di cena. Il migliore della stagione era stato il Rum-Martini Smoked  a base di rum chiaro e alcolato di sigaro  servito  al  Nottingham Forrest  Bar  di Milano  dal barman  Dario Comini in coppette ben fredde, con ghiaccio cristallino, direttamente  dal mixing glass. Il suo psicanalista , naturalmente, non era d’accordo con questa cura, cercava di propinargli, ognivolta,  Prozac-Fluoxeren, Tavor. Col cazzo! Kond non si faceva fregare dagli psicofarmaci degli strizzacervelli. Quando si sentiva proprio giù trangugiava un cocktail bi-power di Katamina, menta piperita, peperoncino  calabrese, polvere di ossa di Tirannosauro Rex, carne viva  di formiche rosse del deserto texano, grattugiata di  viagra e bottarga, il tutto agitato con marsala all’uovo di struzzo  in piscio di toro miura  ghiacciato. Il beveraggio risultava mortale per i bulbi piliferi se si sbagliavano le fasi lunari. Kond  non voleva assolutamente rischiare di ritrovarsi calvo e privo del folto vello sul torace dagli scultorei pettorali. Aveva più volte chiesto al Capo di cambiare psicanalista  ma era l’unico rimasto a piede libero. Agli altri era stata ritirata la licenza. Erano risultati sani di mente, cosa assolutamente ostativa all’esercizio della professione. Kond  non era un agente qualsiasi; poteva uccidere quando e come voleva senza  dover chiamare Londra, sbrigare tutte le formalità del caso e prendere magari la laurea in medicina. Andò a specchiarsi nella vetrata. Constatò con sollievo che non aveva più messicani  alle  spalle. Fu molto felice di vedersi  bello, abbronzato, atletico, con i capelli  acconciati di fresco dal parrucchiere, infilato nel completo di Giorgio, che è  tutto dire. Si diede una passata di rimmel sulle ciglia ed inforcò  gli occhiali scuri. Due bellissime fotomodelle, che passavano da lì per caso, lo squadrarono fino alla punta dei mocassini dove spuntava l’alluce ferito. Non ci badò.  Sapeva di essere bello. Era troppo innamorato di se stesso per poter amare una o più  fotomodelle. A queste, del resto, si dedicava solo per beneficenza. Preferiva il più delle volte godere in solitario,  dinanzi alla foto di Rita  Hayworth, ci pensava lui a spogliarla, e le lasciava indosso solo i guanti e una frusta da cocchiere. Era eccitato anche da Marlene Dietrich del film L’angelo azzurro che cantava con voce roca, seduta sulla botte in cui immaginava di essere rinchiuso, con la sua biancheria intima  non lavata. Ripensò  al contenuto della missiva. Il Capo, nell’astruso linguaggio cifrato che si ostinava ad usare anche per dire “buongiorno”, aveva voluto avvertirlo che gli sarebbe capitato qualcosa nelle prime ore  della mattinata.  Infatti quel giorno  temette di non di andare di corpo regolarmente come al solito. Questo gli avrebbe impedito di uscire di casa con tranquillità. Poteva scappargli la cacca in un momento inopportuno. Kond era abitudinario. Defecare dopo il sonno notturno lo predisponeva ad affrontare con serenità ed efficienza la giornata. Se questo non si verificava, la vita, si fa per dire, ne era sconvolta. Il fatto di non riuscire a liberarsi delle feci lo gettava in una profonda prostrazione fisica, psichica, etica e morale. Si sentiva letteralmente un sacco di merda.  Perdeva la superstima che aveva di se stesso, essenziale per  fare il suo mestiere. Un agente segreto per poter continuare ad essere tale deve avere la capacità di andare regolarmente di corpo due volte al giorno; la mattina, appena alzato  e la sera, prima di andare a letto. Questa regolarità svizzera indefettibile era quanto più distingueva gli agenti segreti  dal resto del genere umano, afflitto da stipsi e disordini defecatori di ogni tipo. Fortunatamente, anche  quella  mattina, Kond andò regolarmente di corpo. Tirò lo scarico e, come sempre,  contemplando lo stronzo perfetto,  pensò: Sono un uomo felice. Era un vero artista della cacata. In questo, pochi colleghi lo superavano. Il messicano aveva agito dopo, quando Kond, soddisfatto del buon inizio di giornata, si era  infilato sotto la doccia per l’igienica abluzione delle parti pudende. Non poteva stare in piedi. L’alluce gli doleva. Nella vetrata  vide riflesso il suo viso leggermente contratto dal dolore. Era un vile, non poteva vedersi soffrire. L’indifferenza verso la sofferenza altrui era grande quanto l’attenzione verso la propria. Kond non tollerava vi fosse la minima alterazione al proprio stato di benessere che doveva essere costante come la temperatura in una tomba egizia. Il dolore all’alluce gli procurava una infelicità fastidiosa alla quale non era abituato da tempo. Aveva trascorso quasi tutta la vita nella classica  bambagia, senza il minimo fastidio, neppure un graffietto sulla pelle delicatissima. La vista di una goccia del proprio sangue lo faceva svenire, ma le cose stavano cambiando. Era riuscito a fare una splendida ed inarrestabile carriera da agente segreto solo facendo abilmente finta di lavorare. In realtà senza fare un cazzo dalla mattina alla sera. Ogni giorno di lavoro, per lui, era stato una domenica. Con i Capi che si ritrovava era inutile lavorare, anzi poteva essere controproducente, incapaci com’erano di valutare la qualità di qualsiasi prestazione. Senza mai rischiare neppure una gocciolina di sudore aveva più di una volta lasciato intendere di aver salvato il mondo grazie al suo impegno e alla sua bravura. Questo ai suoi Capi andava bene. Kond lasciava a loro  i meriti  eventuali da rivendicare verso i politici che erano i veri padroni della baracca, i più imbecilli. Erano soddisfatti quando potevano rubare più dei Capi di Kond. A Kond, per ora, bastava  rubare lo stipendio, farsi pagare a piè  di lista  i suoi sfizi, in giro per il mondo. Con i suoi Capi sapeva come andare d’accordo. Seguiva la regola aurea dell’ambiente militare: Il superiore ha sempre ragione, anche e specie quando ha torto. Qualcosa, però, stava cambiando. Kond correva il rischio, dopo anni di ozio dorato e ben pagato, di dover lavorare. Questo lo preoccupava non poco. Chi lavorava sul serio rischiava la propria vita. Non ci sarebbe stato alcun premio extra, un agente segreto era pagato per questo. Il fatto di doversi guadagnare lo stipendio lo umiliava. Era  la dimostrazione di non essere più furbo degli altri, di quanti dovevano lavorare per vivere. E se non si è più furbi degli altri come si fa a fare l’agente segreto? Kond si reputava al di fuori degli “altri”, uomo “al di fuori”,  furbo navigato e patentato. Gli “al di fuori” erano i nuovi nobili dell’Era anarcoburina,  postdemocristiana,  liberalcasinista, fatta di “incularella” e Gazzetta dello Sport. Tutto era iniziato con la scoperta dell’altra faccia della luna, dove sono i tesori  smarriti della terra. Kond  aveva scelto la carriera di agente segreto principalmente perché era quella che più di ogni altra consentiva di guadagnare senza lavorare e fare la bella vita,  a spese dello Stato con rimborsi a piè di lista. Gli ultimi avvenimenti facevano pensare  che questo periodo di scrocco felice stava per finire. La sola parola “lavoro” mise Kond in una sgradevole sensazione di affaticamento. Ritornò alla sedia e questa si trasformò nel trono della tribù Magani appena ci posò sopra le chiappe. Rivide la scena del fallito attentato alla sua tranquillissima esistenza. Il falso messicano stendeva il braccio per colpirlo con un coltello a serramanico. Aveva entrambe le mani impegnate, una  dal flacone del bagnoschiuma, l’altra da una spugna. Fu costretto a difendersi allungando un calcione con il piede destro. Il  falso messicano fu colpito nelle palle inguinali, si aprirono come noci secche, al che lasciò cadere il coltello, indietreggiò, scivolò battendo la nuca sul bordo del bidet. La bocca si aprì ad <<O>> , senza emettere neppure un rantolo. Gonfio e livido come un sacchetto della spazzatura, Kond lo coprì con la schiuma rapida e lo lasciò  in preda alle lamette da barba. Avrebbe preferito ucciderlo diversamente, senza usare il piede. Ora l’alluce, gonfio e livido, affiorava dalla punta del mocassino in pelle butterata di struzzo come la con-turbante testa di un sultano. Le scarpe, fatte su  misura a Londra da un ciabattino negro, gli erano costate due fette biscottate spalmate di burro e marmellata di mirtilli. Gli era spiaciuto, pertanto, quando le aveva tagliate in punta, per permettere all’alluce rigonfio di fuoriuscire senza essere costretto nella scarpa. In quell’alluce martoriato riviveva i dolori e le angosce della pubertà. A causa di un’unghia incarnita dovette abbandonare il fortunato esordio di una carriera calcistica nella squadra della parrocchia. Curò l’unghia  amorevolmente con  allume di rocca per alcuni mesi. Fu inutile, dovette ricorrere al chirurgo. La blanda anestesia locale non evitò che sentisse la pinza a cuneo penetrare sotto l’unghia, lo strappo deciso con cui il medico, dopo aver roteato la pinza da destra a sinistra, estrasse l’unghia dal dito. In quel momento vide le stelle, proprio come nei fumetti, un turbinio di stelle gialle lampeggianti ad intermittenza. Il dolore era stato tanto intenso che il cervello  annullò ogni contatto con quella parte del corpo. Per alcuni minuti ebbe la sensazione che il dito fosse venuto via con l’unghia. Il medico glielo fasciò e lo dimise. Dopo una diecina di minuti l’alluce tornò a vivere. Inviava un dolore pulsante come un martello pneumatico nei più profondi terminali nervosi del cervello. Fu in quell’occasione che Kond tracannò per la prima volta un bicchierone di pregiato cognac. L’alcool confuse il cervello. Si addormentò con la sensazione di avere il piede fra le nuvole bianche di un cielo profondamente azzurro. Stava rivivendo quel lontano ricordo allorché una fitta da pestata gli risalì, con la velocità della luce, dall’alluce ferito fino ai terminali cerebrali, deputati al dolore, rifatti in rame e selenio. Represse l’ululato da ungulato mannaro in un impercettibile mugugno. Era addestrato a reprimere qualsiasi manifestazione di dolore. La prima cosa che un agente segreto deve imparare è a soffrire ridendo e a ridere sotto i baffi. Kond fece entrambe le cose. Un uomo che probabilmente aveva una mamma paralitica a Las Vegas gli schiacciava il piede con uno scarpone ferrato da montanaro tirolese e diceva: Mi scusi, mi scusi.  Nello stesso tempo gli spolverava la giacca cosparsa di zucchero versato da una zuccheriera in cristallo, finemente incisa con scene neoclassiche di vita bucolica. Kond ammirò la squisita fattura della zuccheriera in tono con lo sfarzo di quella sala d’aspetto per tutto il resto squallidissima e lurida. I prodotti serviti al bar erano d’infima qualità ma presentati in vasellame prezioso, mai lavato, con posate d’oro massiccio, sporchissime e incrostate di avanzi. La circostanza che quell’uomo potesse avere una madre paralitica a Las Vegas lo impensierì. Il Capo qualche volta amava travestirsi da uomo con la mamma paralitica ma non a Las Vegas bensì a Miami. Ma...ma...lei, è mr. Kond..ahm...Kond! esclamò il tirolese allorché Kond riaffiorò da sotto lo strato di zucchero e tirò via una palla di gomma. Kond osservò la palla rimbalzare lontano. Non riuscì a trarre alcuna conclusione se non che i tirolesi, come tutta la gente di montagna, era gente furba, “scarpe grosse, cervello fino”. Bisognava stare all’erta, eventualmente fucilarli e poi processarli. Quell’uomo poteva benissimo avere la mamma paralitica a Las Vegas, essere il Capo travestito da tale. Kond aveva già avuto problemi con lo zucchero. Se c’era di mezzo lo zucchero non gli capitava mai niente di buono. Non molto tempo fa aveva ucciso inavvertitamente la prima moglie, a seguito di un futile litigio. Si discuteva su quanti cucchiaini di zucchero mettere nel caffè. Mentre discettavano pacatamente di grammi e granelli, si ritrovò con il cadavere insanguinato della consorte, piegata al suo fianco come una bambola di pezza. L’espressione del viso era attonita e stralunata, la bocca contorta in una smorfia buffa, gli occhi sbarrati, come abbagliati da un lampo di flash. L’aveva trafitta con una cannuccia appuntita, sotto l’orecchio destro recidendole la carotide. Il sangue zampillava dalla cannuccia con un arco rosso vivo in una pozza spumeggiante. Kond si chiese come aveva potuto uccidere sua moglie senza essere mai stato sposato. Sicuramente doveva trattarsi di uno scambio di persona. Quella moglie non gli apparteneva essendo stato sempre scapolo. Eppure, senza ombra di dubbio, si trattava di una moglie. Diversamente non avrebbe insistito a voler contare i granelli di zucchero contenuti in un cucchiaino d’argento bagnato di saliva. Per risolvere la diatriba aveva dovuto ucciderla utilizzando il primo oggetto a portata di mano, una cannuccia usata poco prima per bere una Fanta. Aveva afferrato la cannuccia immersa nell’aranciata, l’aveva tranciata a punta e gliel’aveva conficcata in gola. Era riuscito in un’impresa impossibile a qualsiasi altro, uccidere la moglie senza averla, per giunta con una cannuccia. Un agente segreto del suo calibro poteva uccidere  anche con uno sputo, o, con l’alito all’aglio fresco, coltivato in fanghi radioattivi. Fu l’ennesima conferma che poteva compiere imprese precluse a qualsiasi altro. Se ne andò di casa lasciando la moglie, non sua, a galleggiare in un lago di sangue insieme a suoi topini bianchi su barchette di carta che cantavano a squarciagola:Oiolì, oiolà!. Questa volta la situazione era diversa; non era una questione solo di zucchero ma c’era di mezzo la missione, un montanaro tirolese con uno scarpone ferrato poggiato sul suo alluce ferito. Poteva trattarsi del Teseo del messaggio ma aveva qualche dubbio. Niente dell’antico eroe greco si riscontrava nelle sembianze di quel figuro. Questi ridacchiò, gli diede una pacca sulla spalla ed esclamò: E’ proprio un incontro fortunato! – e gli tese la mano. Kond, per educazione, gliela strinse, in segno di pace, come si usa cretinamente nella Messa postconciliare. Fu come stringere un guanto da baseball immerso nell’olio di sesamo. Era la  mano grassa, irsuta  e sudaticcia da salumiere o da stupratore di retrobottega. Ritrasse disgustato la propria delicata e bianchissima come quella di Chopin, affidata settimanalmente alle cure dei migliori manicure di Parigi. Che schifo! - esclamò Kond dentro di sé e fece per alzarsi. Gli era venuta una gran voglia di andare in Giamaica, a farsi un rhum agricole sotto una pannizza di foglie di banano con l’odore di salsedine nelle narici, un buon sigaro cubano stretto tra i denti, tirando delle aromatiche boccate di fumo. Il tirolese lo teneva inchiodato al suolo con il suo maledetto scarpone e in maniera confidenziale gli bofonchiò: Permetta che mi presenti, Tu-Stronz. Forse non si ricorda di me ma ci siamo già incontrati. Vedo che zoppica - Kond era riuscito a liberare il piede e si era alzato mostrando una evidente zoppia -  Spero di non averle fatto male. Con questi scarponi mi capita spesso di pestare qualcuno. Ho bisogno dei grandi spazi delle mie valli per muovermi. Ma sono assicurato per un massimale illimitato. Aspetti che prendo il numero delle sue scarpe. L’assicurazione la risarcirà integralmente. Potrà comprarsi un piede nuovo. Le dimensioni di Tu-Stronz, un tipico prodotto della vittoria degli allevatori di suini nella guerra contro l’Islam sterminatore di maiali, erano quelle di un teutonico pachiderma che aveva esagerato con birra, patate, salsicce, stinco di maiale  e crauti.  La pancia rotonda come una mongolfiera. scoreggiava sonoramente ad ogni movimento. Kond decise di accettare ancora per un pò quella disgustosa invadenza, almeno fino a quando non avesse ben compreso se era dovuta ad uno strano scherzo del destino oppure ad una copertura mimetica del contatto, citato nel messaggio come Teseo. Non staccò bottone e con finta noncuranza batté il ferro ancora caldo: Ho l’impressione di averla incontrata da qualche parte. Mi aiuti a ricordare. Ho lavorato per alcuni anni nel settore dei salumi. Seguirono energiche martellate su un ferro incandescente prontamente tirato fuori da un taschino del panciotto di Tu-Stronz che gongolante come Ollio cantilenò: Io ho incontrato lei e non viceversa. Kond con la mente sempre più affannata dal dilemma su Teseo esclamò: Come sarebbe!? Tu-Stronz assunse un’aria furba pagandola a rate e, scoreggiando allegramente, aggiunse con il fare ilare e gioioso del bimbo appena adescato dall’esperto pedofilo: L’ho vista al cinema! In un film dove lei gioca a poker con quel francese, Le Prendo. Kond spesso interpretava la parte di agente segreto in filmetti di serie B, destinati ai drive-in delle periferie texane, con molto sangue e quintali di popcorn. Era un modo per confondere la sua identità. Mescolava realtà e finzione. Spesso  riusciva a scoparsi qualche attricetta dalla figa rasata. In tal modo nessuno era mai sicuro se lo faceva o lo era. Confondere i ruoli, essere ciò che non si è. Questo fa di un agente segreto il camaleonte di identità ideale per chattare ma che, mescolato nella folla anonima delle megalopoli di mortiviventi, tutti conoscono per averlo visto almeno una volta in quel filmetto di serie B. E chi non avrebbe voluto essere al suo posto mentre si porta a letto l’attricetta della porta accanto. Beviamo qualcosa? propose Tu-Stronz e lasciò andare il ferro rovente sulla moquette della sala d’aspetto, insieme a qualche scoreggia. Kond, indifferente alle scoregge, se ne fregò. Non aveva più bisogno di battere il ferro. Lo facesse qualcun’altro. Non poteva perdersi in retoriche cazzate. Era stufo di fare il maniscalco dell’Organizzazione. Il ferro protestò la sua inutilità con uno sfrigolio sinistro da pancetta abbrustolita. Si sprigionò un tremendo puzzo. Al confronto, le scoregge di Tu-Stronz sembrava profumo di mammolette appena raccolte. La moquette, tutta la sala d’aspetto, erano di mefitica plastica, la materia prima dell’inferno. Ma certo vecchio mio! esclamò Kond con un improvviso vuoto di consapevolezza ma deciso ad allontanarsi da quel luogo fatto di plastica. Questo materiale rivelava  che si trovavano  in un mondo di celluloide, precario ed infiammabile, usato per rubare la realtà agli esseri umani, per ridurli a consumatori passivi di patatine, hamburger, ketchup e formiche fritte in salsa dolce. Tu-Stronz  fu contento dell’appellativo vecchio mio. Il naso cominciò a colargli per la commozione. Gocce di plastica liquida gli uscivano dalle narici, cadevano sfrigolando sulla moquette. All’interno Tu-Stronz era fatto di plastica. Si scioglieva al fuoco delle emozioni. Tieni, pulisciti! escalmò Kond, con tenerezza. Gli allungò un kleenex. Tu-Stronz lo ringraziò. Aveva gli occhi pieni di rare lacrime di coccodrillo custodite in una preziosa boccetta di cristallo. Kond pensò a due banane flambé. Queste si trasformarono in un jumbo delle linee aeree nepalesi e si andarono a schiantare contro un anonimo paio di Torri Gemelle erette chissadove. Dimostrò a se stesso che era capace di pensare l’impensabile. Posso offrirti qualcosa? urlò Tu-Stronz. Timidissimo come la maggior parte degli obesi, saltò al collo di Kond. Questi vacillò sotto la mole del gigantesco kabibo tirolese. Lo rassicurò: Certo che puoi offrirmi da bere. Tu-Stronz si calmò; scese dal grembo di Kond e attirò l’attenzione di una cameriera. Ancheggiava, sballottolava due enormi seni, sicuramente rifatti al silicone, infilati in rispettivi tasconi, all’altezza del petto, veniva verso di loro. Li bloccò nei pressi di un tavolo di polistirolo che nella vita di tutti i giorni si faceva chiamare Mapelli. Intorno vi erano poltrone gonfiate con aria del mare di Capri; rilasciavano una profumata brezza marina, mescolata a fragranza di limoncedri, appena ci si poggiava sopra il sedere nudo. La cameriera, tettona e callipigia, il tipo di donna preferito da Kond, la versione geneticamente migliorata del clone di Marilyn Monroe, ne diede dimostrazione pratica. Alzò la gonna e poggiò lentamente sulla poltrona le candide chiappe a palla di cannone. Si liberò una profumata brezza di mare. In lontananza si sentì il canto delle sirene; proprio quelle di Ulisse, accompagnato da mandolini, ricavati dal culo di vergini fanciulle, suonati da vecchi eunuchi con l’unghia a mandorla del dito mignolo. Kond corresse il giudizio su quell’orrendo luogo di plastica. Si avvicinò alla cameriera. Non potette resistere al desiderio di sodomizzarla. Ne fu felice e di buon grado si prestò a soddisfare le voglie di Kond assumendo la posizione più adatta a prenderlo nel culo. Tu-Stronz osservò la scena interessato,con occhi roteanti e strabuzzati. Fino ad allora aveva visto solo i tori accoppiarsi in quel modo. Giunse alla conclusione che, ormai, fra uomini e bestie non c’era più alcuna differenza. Kond dopo essersi divertito col didietro passò sul davanti. Glielo mise fra le tette, di dimensioni imperiali, proprio come piacevano a lui, con capezzoli grandi come tappi di champagne. Tu-Stronz, a questa vista, riconobbe che gli uomini avevano più fantasia dei tori e le vacche-umane erano più versatili, potevano essere double-face. Una cameriera come te è sprecata in un locale di plastica come questo-   disse Kond mentre eiaculava nella bocca, stretta a ventosa sulla sommità della sua cappella. Intorno si era formata una piccola folla di curiosi, triste come quella dei cinema porno di periferia. Tu-Stronz  ne approfittò per raccogliere qualche spicciolo, spacciando la cosa come esibizione circense da strada, Da scaltro tirolese urbanizzato non si lasciava sfuggire nessuna occasione per fare soldi. Il dieci per cento del ricavato della questua lo diede alla cameriera. Piccola, hai una fortuna, davanti e di dietro.  – disse Kond – Ti serve un amministratore. Non puoi sprecarla in un locale di plastica a raccogliere qualche mancia dalla clientela di passaggio. Potresti prostituirti nel grande giro. Sei una donna da orgia. Vieni a trovarmi in ufficio. Gestisco a tempo perso un gruppo di puttane creole. Mi manca una bionda al platino. Telefonami per un appuntamento. Ti farò ricca. Troverai anche marito. Qualche indaffarato uomo di affari che ha bisogno di una bellezza da sfoggiare senza l’impegno di  scopare. Potrai, farti anche un figlio tuo, con chi vuoi.  Le porse il biglietto da visita, scritto con inchiostro simpatico. Riscaldalo fra le labbra della figa, quando vuoi leggerlo. Aggiunse con la voce roca, alla Bogart. Cosa ordiniamo? - chiese Tu-Stronz. Quello che c’era da prendere di buono in questo locale, era il culo della cameriera. L’ho già preso. Possiamo andare. – disse Kond. Era soddisfatto di aver assolto, anche questa volta, uno dei principali obblighi di un agente segreto: inculare le tettone callipige che capitano sulla sua strada. La cameriera, addestrata, come tutti i cloni di Marilyn,  a prenderlo nel culo e a succhiare cazzi, non disse una parola. Andò via sculettando come chi, anche per quel giorno, aveva fatto un incontro del cazzo. Una perfetta macchina di piacere. - commentò Kond accaldato dall’orgasmo. Io non ho preso niente. Mi è rimasta la sete. – protestò debolmente Tu-Stronz. Per accontentarlo Kond gli fece prendere un fracco di legnate umide da un gruppo di hooligan tenuto per questo a disposizione della clientela. Alla fine del pestaggio richiamò la cameriera-mucca-Marilyn ma questa era andata al bagno. Ne venne una eguale. Era un perfetto clone del precedente clone geneticamente migliorato di Marilyn ma con i capelli rossi. Kond quando vedeva il rosso ridiventava un toro ma questa volta aveva il cannone scarico. Lasciò perdere. Strinse il cilicio che portava alla gamba destra ed ogni impulso lussurioso si smorzò. Tu-Stronz ordinò da bere mentre il tavolo di polistirolo gridava: Sono Mapelli! Sono Mapelli! Liberatemi. Nessuno ci fece caso, come al solito. Quando la procace mammellona si fu avvicinata, Kond ordinò un bicchiere di latte al seno e le allungò il solito biglietto da visita, con l’invito a passare dal suo ufficio, nel fine settimana per un colloquio (chiamava così le sue scopate durante le ore di lavoro in sede). Per me un whiskey. – disse Tu-Stronz, Cercava di darsi un’aria da duro con la cameriera ma aveva una paura matta di essere messo alla prova. Il suo pisello, minuscolo come un rubinetto di borraccia da montanaro, era adatto solo alla minzione. La cameriera si allontanò ancheggiando superbamente verso il banco di mescita. Tornò con le mammelle penzoloni e un bicchiere, di preziosissimo cristallo di Boemia, intagliato a mano, colmo di ottimo whiskey insozzato di moscerini e cacche di mosche. A Kond porse un boccale di porcellana finissima decorato con scene di vita silvestre. Lo riempì di latte strizzandolo da una mammella. Complimenti! – esclamò Kond- Avevo pensato fossero di silicone ma sono autentiche mammelle da balia!  La cameriera intascò tre gusci di conchiglie della Polinesia, come prezzo della consumazione, dando di resto un preservativo, Andò via hysteron proteron, cioè con il posteriore davanti e viceversa, senza profferire parola. Tu-Stronz bevve tutto d’un fiato il whiskey. I moscerini gli andarono subito alla testa non essendo abituato ai superalcolici moscati. Allegro e rubizzo, propose a Kond di andare a mangiare gamberoni alla cannibale dal Pazzo di Capodichino,  al suono della canzone L’autunno è alle porte le mosche cominciano a morire. Abbozzò il motivetto scoreggiando. Kond accettò. Era deciso a scoprire chi era il Tu-Stronz finito sul suo piede, proprio il giorno in cui aveva l’alluce con turbante. Uscirono dalla sala d’aspetto. Dopo alcuni nano-minuti-siderali, giunsero alla Chrysler Imperial di Tu-Stronz, parcheggiata su un silenzioso ed oscuro marciapiede. La notte, appena calata, dai lucidi riflessi metallici di una pioggia acida sull’asfalto appiccicoso di sangue fresco. Era l’atmosfera naturale di un tranquillo posto all’inferno. All’interno dell’auto, un autista, berretto ed uniforme con bottoni e cordoni  dorati,  dormiva placidamente. Tu-Stronz ticchettò sul vetro. L’autista continuò a sfarfallare le labbra in placido sonno. Una pioggerellina fitta cadeva lentamente come bava di ragno. Il ticchettio fu ripetuto con maggiore intensità e velocità. Divenne tamburellamento variato, modulato su vecchi motivi di brani rock. Si trasformò in tambureggiare a mano aperta, poi a pugno, da pugno a pugni. Una notevole esecuzione su lamiera di Chrysler Imperial della colonna sonora  del film Tamburi Lontani ove procaci indigene la eseguivano battendo i seni  nudi su tronchi cavi. L’esibizione musicale di Tu-Stronz richiamò l’attenzione di alcuni passanti, uomini a forma d’insetto ed insetti di forma umana. I viandanti notturni delle vecchie metropoli, la loro vita trascorreva intrappolata per sempre in quella bava di ragno, che sembrava pioggerellina. Dalle finestre dei grattacieli-nani si affacciarono aficionado di rumba e “cha cha cha”. Con i loro strumenti a fiato e percussione si unirono a Tu-Stronz. Era un quartiere di gente allegra. Non si lasciava scappare nessun’occasione per fare festa e baldoria. Si finiva poi per scannarsi con coltelli da cucina e arrotolarsi a vicenda le budella con forchettoni. Si formò ben presto una piccola folla. Applaudiva, entusiasta la performance musicale, e ballava.  L’autista continuava a dormire. Tu-Stronz si rese conto che niente avrebbe potuto svegliarlo. Sono desolato mr.Kond. Forse è preferibile prendere un taxi. Il mio autista Otello si è addormentato, forse è morto. Kond alla parola “morto” sobbalzò. Sapeva per esperienza e quieto vivere che, quando e se ci scappa il morto, è meglio filarsela, non impicciarsi. Kond era un cultore della viltà pragmatica.  Acconsentì, quindi, immantinente, alla proposta di Tu-Stronz. Presero un taxi a volo come si usa a New York. Al Pazzo di Capodichino Titagliolatestaemelamagno – gridò Tu-Stronz al tassista portoricano. Sfinito si lasciò andare alle fauci del sonno. Russava a bocca aperta come un tritapietre. Kond mise in atto il suo metodo infallibile per eliminare quel fastidiosissimo inconveniente. Da prestigiatore dilettante, quale era, trasse dalla manica della giacca alcuni dei suoi topolini bianchi. Tenendoli per la coda, li calò nella bocca di Tu-Stronz e gli rosicchiarono la gola.  Nel silenzio, Kond si rannicchiò in posizione fetale.Si addormentò con le ginocchia sotto il mento. Temeva di  allungare le gambe sotto il sedile anteriore. Aveva l’atavica ed ancestrale paura che qualcuno gli mangiasse i piedi se sporgevano dalla coperta. In lontananza li seguiva l’applauso della piccola folla di aficionado. Si vedevano  falò ed improvvisati riti voodoo. La Chrysler Imperial era diventata la bara a quattro ruote di Otello. L’inferno quella sera aveva un morto in più da tenere allegro. Due morti si allontanavano in un taxi. Alla guida vi era un portoricano ucciso qualche ora prima. Era stato un drogato, morto in crisi di astinenza, per rubargli il magro incasso della serata. Kond e tutti gli altri abitanti della terra non si erano accorti che erano morti da un pezzo. Conducevano la loro vita di sempre come se la morte non li avesse mai presi. Erano stati traghettati in quel mondo infernale, popolato da demoni che solo ai morti è concesso vedere perché non possono morire una seconda volta. Demoni che hanno il potere di togliere il sogno ai morti. Solo così smettono di sognare di vivere, si abbandonano al sonno eterno senza sogni, fatto di nulla. Kond fino a quel momento era stato un morto fortunato. Non aveva mai incontrato alcun demone invisibile ai vivi e rivelatore della morte ai morti. Pensava, quindi, di essere ancora in vita anche se sospettava che qualcosa fosse cambiato in lui. Qualche volta gli sembrava di non andare più regolarmente di corpo tre volte al giorno ma soltanto una volta all’anno. Aveva paura di incontrare il famigerato barzellettiere fallito, quello che non fa più ridere nessuno ma letteralmente cacare e lui non ce l’avrebbe fatta. Era la prova inequivocabile.  Chi non riesce più ad andare di corpo  è morto. Un certo giorno della sua vita, a causa dell’incontro con un messicano armato di coltello, era cambiato qualcosa. Si tagliava con la lametta mentre si sbarbava e non usciva più sangue rosso ma blu. Non aveva dato gran che importanza alla cosa. Era nobile di sangue blu da anni. La sensazione di sognare di vivere, persisteva. Pipò…pipò...pipò....suonava il tassista per farsi largo in mezzo al traffico notturno di fantasmi lattiginosi di ogni forma e colore mentre le fiamme dell’inferno ai lati della strada guizzavano mandando bagliori sinistri e sghignazzi di diavoli orrendi. Kond dormiva e vedeva nei suoi sogni tutt’altro scenario, come al solito sognava o di mangiare seduto innanzi a tavole lussuosamente imbandite oppure di fare sesso con donne stupende, con le settanta e più vergini che attendono l’eroe islamico nell’al di là.  Si bevve a gargarozzo un’intera bottiglia di champagne delle migliori annate e si rivoltò a dormire a pancia all’aria. Pipò...pipò...pipò...il taxi sfrecciava tra le fiamme dell’inferno verso uno dei tanti paradisi artificiali consentiti a quelli che ancora credono o sognano di essere vivi. L’importante è avere il controllo dei propri sogni. Kond lo aveva. Non avrebbe mai aperto gli occhi su quell’inferno vero. I morti non possono più aprire i loro occhi ma guardano attraverso gli occhi degli altri. Kond guardava il mondo attraverso i miei.                           
                          


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