lunedì 29 settembre 2014

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CAPITOLO TERZO

Il taxi fermò davanti ad un locale con la facciata ricoperta da margheritine di neon. Non emanavano profumo ma lattiginosa luce. Eleganti fregi barocchi, in stucco bianco, imbrattati di guano di piccione ed escrementi vari, venivano spennellati, ad intermittenza, dai lampi giallognoli di bluastri fari abbaglianti . Quello che si dice un locale di merda! Kond, non più cullato dal rombare del motore, si svegliò. Respirava con difficoltà. Le narici incrostate di caccole lo costringevano a respirare con la bocca aperta. Un conato di vomito gli salì dalle viscere. Il tanfo di Tu-Stronz era un misto di  cacca di gatto, orina di ratto e sciolta di scrofa gravida. Non era servito a niente viaggiare con i finestrini aperti. Per non finire soffocato dallo schifo Kond  si lanciò fuori dal taxi con una capriola da stuntman. Si alzò con un scatto di reni, elegante come uno schiocco di frusta. Si ripulì il naso. Con l’unghia del dito indice della mano destra grattò le caccole fetide dalle narici. Ne ricavò una scarica di palline a lupara. Colpirono, casualmente, due picciotti di passaggio che cantavano Sciuri, sciuri. Indossavano camicie bianche e gli abiti nero carbone della festa. Guidavano un carretto, dipinto con coloratissime scene dell’Orlando Furioso, trainato da un mulo delle Madonie, bardato con finimenti borchiati d’argento e pennacchi sgargianti all’agrigentina. Si recavano ad una festa di Prima Comunione. Era quella di Kond. Un vecchio ricordo di passaggio. Immortalato in una foto incorniciata d’argento sulla credenza di noce lucidato del soggiorno. Un Kond tredicenne in vestito grigio chiaro,  pantaloni corti, la fascia bianca con la frangia d’oro legata al braccio sopra il gomito, il viso contratto per il sole negli occhi ed un dito nel naso. Si sarebbe vergognato a lungo di quella foto. Non aveva potuto distruggerla, era l’unica della sua Prima Comunione anche se non era mai stato battezzato. Lo zio fotografo aveva immortalato quel momento di rinointimità per fargli un dispetto. Aveva consegnato alla storia un ragazzo che si mette le dita nel naso.  Da allora Kond cercò il riscatto, stava solo pulendo le canne del suo rinofucile ed avrebbe usato le sue caccole come pallettoni mortali. I picciotti, infatti, erano caduti stramazzati sulle stanghe. Il mulo  imperturbato trainava il calesse per la sua strada. I cadaveri in bilico oscillavano penzoloni. Le coppole si staccarono dalle teste e rotolarono sul selciato. I crani scoperti brillarono di tristissima calvizie precoce alla luce del neon. Bastavano quattro caccole, full metal jacket, come quelle prodotte dal naso di  Kond, una specie di rinofucile a canne mozze, per accoppare qualcuno nel buio. All’inferno anche l’oggetto più inoffensivo può trasformarsi in un’arma letale. Alla luce del sole, comunque, le sparate di caccole non uccidevano nessuno. Le vibrazioni solari le imprigionavano in una sorta di vischiosa ragnatela luminosa, la caccola si liquefaceva a mezz’aria, finiva sul selciato come una nera cicca di chewing gum. Delle vere leccornie per i barboni di mezza età rovinatisi con le speculazioni sul succo d’arancia rossa allungato con piscio di scimmia. Kond, liberate le narici dalle fetide caccole, ne ebbe immediato sollievo.  I polmoni si aprirono all’aria fresca di brezza proveniente dal mare per ricchi posto all’altra parte della città. Si guardò velocemente intorno per capire dove era finito. Un agente segreto deve sempre sapere dove si trova. Era una delle prime cose che gli avevano insegnato al corso. Questo però non gli era servito a capire che si trovava all’inferno. Kond, come al solito, si fermò alle apparenze. Erano in un quartiere “bene”.Un posto pulito, silenzioso, ordinato, tranquillo. Per strada non c’erano barboni né poveracci.
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L’atmosfera era sterilizzata, la gente selezionata. Non vi si poteva accedere, infatti, se non si aveva un abito firmato, i denti bianchissimi e l’alito profumato di menta. I marciapiedi erano coperti di moquette. Vi si poteva camminare scalzi, come su un morbido tappeto di tenero pelo di fighetta pettinata. Tu-Stronz era sceso dall’auto vomitando topolini impiastricciati di fetido liquido intestinale. Questo gli imbrattò la divisa bianco avorio da Fedelmaresciallo dell’Aviazione nazista cresciutagli  sulla pelle durante il sonno. Non era più a forma di Gabibbo ma aveva assunto le sembianze di Göring,  al massimo della sua forma a botte. Tu-Stronz infatti aveva la capacità di mutare aspetto come un camaleonte ma non poteva dimagrire. La grossa pancia a mongolfiera era un elemento ineliminabile. Eccoci arrivati! esclamò soddisfatto e allungò al tassista una lauta mancia in noccioline americane, valeva come denaro sonante nell’ambiente. L’economia infernale, infatti, consentiva ad ognuno di creare a suo piacimento moneta con cui estinguere ogni obbligazione ma unicamente verso l’umanità inferiore. Questa era costituita, in massima parte, da lavoratori interinali, precari, a progetto, co-co-cò, chicchirichì, poveracci con licenze scadute, abusivi, clandestini. All’inferno il sogno degli alchimisti di tramutare lo sterco in oro era una possibilità alla portata di chiunque. Bastava fare la cacca ma tutti erano affetti da una invincibile stipsi cronica. Emorroidi in fiamme, grosse come uova, ostruivano l’ano degli abitanti infernali. Nessuno riusciva ad espellere le proprie feci se non squarciandosi le viscere. Solo così ci si poteva procurare  la necessaria materia prima per fare denaro. Tu-Stronz prese, cameratescamente, sottobraccio Kond. A grandi passi si avviarono verso il locale con l’insegna : “La Vita rosa”. Non era dal “Pazzo di Capodichino ti taglio la testa e me la mangio” – notò Kond-  Ma chi  se ne frega! - concluse tra sè e sè - Un locale vale l’altro per trascorrere una serata in allegria, ubriacarsi come porci depressi e scopare alla cieca nel buio chi capita. Prima di varcare l’uscio si travestirono da imbecilli pieni di soldi. Era l’unico modo per avere ovunque porte aperte. Infatti, ogni giorno, venivano estratte a sorte, fra la popolazione residente, persone da beneficiare con ingenti somme di denaro. Spesso la fortuna baciava  imbecilli che, in quanto tali, non avevano mai avuto disponibilità di denaro in vita loro. All’improvviso  si trovavano a disporne per un’ingente somma ma la perdevano in breve volgere di tempo. Finivano, infatti, inevitabilmente nelle trappole e nei raggiri dei cacciatori di imbecilli ricchi. Kond li reputava una sorta di giustizieri sociali, una categoria benemerita che correggeva l’ingiustizia derivante dalla fortuna cieca. Kond condivideva la decisione di Giove di accecare Pluto, Dio della Ricchezza, perché questi distribuiva denaro agli uomini senza tener conto dei meriti. Non è giusto che un imbecille sia ricco. La ricchezza dovrebbe premiare soltanto l’intelligenza, l’onestà, la bontà. In realtà non è così. Il mondo è pieno di ricchi senza merito, emeriti imbecilli, persone disoneste, malvagie e prive di scrupoli. La persona meglio accolta in società è l’imbecille ricco. Infatti tutti sperano di riuscire a portargli via i soldi. Kond e Tu-Stronz così travestiti entrarono nel locale senza essere bloccati  dai giganteschi lottatori di sumo mascherati da pantera rosa posti a guardia dell’ingresso. Anzi questi spalancarono loro le porte trattandosi di imbecilli ricchi . Il modo più veloce di perdere soldi era con le donne. Vi erano donne ed altri “animali sessuali”, per tutti i gusti e le tasche. Chi resisteva al fascino muliebre era tentato con i cavalli. Chi non si faceva contagiare dal gioco delle corse ippiche e proprio non si riusciva a disfarsi del proprio denaro con altri giochi d’azzardo, veniva avvicinato da suadenti e solerti consulenti finanziari. Questi consigliavano alla

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bisogna, muniti di computer portatile e penna stilografica, caricata con inchiostro ricavato dal sangue dei debitori insolventi. Chi era riuscito a salvare i propri soldi dalle sirene sessuali, dal gioco e aveva messo in fuga i promotori finanziari sparando,  poteva sedersi ad un tavolo ed ordinare da mangiare. Era il quarto modo per  uscire dal locale senza più un soldo. Kond lo capì. In quel locale, comunque andava, ti inculavano i soldi. Probabilmente, anche qualcos’altro ma Kond non se ne preoccupò. Spettava a Tu-Stronz  saldare il conto. Si avviarono ad un tavolo libero. Seguivano le chiappe nude cosparse apposta di gelato alla fragola di un cameriere, dir poco, transessuale. I lampadari in porcellana rosa, a forma di rosa, emanavano una luce rosa. Tutto era tinto, non Brass ma di rosa. I camerieri si chiamavano Rosa, portavano una rosa nei capelli o ne stringevano il gambo tra i denti. Le labbra sanguinavano per la gioia dei sadomasochisti. Kond si sentì come un confetto in una bomboniera di porcellana rosa. C’era gente truccata vistosamente ma svestita alla moda tropicale. Dov’erano finiti? - si chiese  Kond, tra sé e sé.  Fin da piccolo era stato allevato con merendine al caviale della Neva. In fatto di cucina era esigentissimo. Dubitò che in quel locale si mangiasse bene. C’erano troppi orpelli e finti pan di zucchero.  Il pavimento era in delicato marmo rosa, cosparso a caso di rose, tanto che si rischiava di metterci il piede sopra e scivolare. Questo capitava spesso ad anziane signore e ai loro attempati accopagnatori. Un modo per eliminare la vecchia clientela era di renderla storpia e claudicante. Infermità ripagate dalle assicurazioni con cospicui risarcimenti che i vecchi invalidi perdevano, seduta stante, alle slot-machine o a poker strip. Restavano, praticamente,  in mutande. La vista di quelle carni flosce, raggrinzite, piagate, scrofolose e purulente provocava un ribrezzo generale. Severissime infermiere svizzere, in camice rosa shocking, conducevano bare a ruote. In queste, senza tante storie, richiudevano i riottosi vecchietti e le arzille vecchiette senza più un soldo oppure li gettavano in pasto ai maiali cannibali che si aggiravano fra i tavoli, portati, a guinzaglio lungo, da inservienti ghiotti di fegato di merluzzo o diplomati in handicap. Le pareti erano tappezzate con carta rosa. Tra i motivi floreali  spuntavano babbuini rosa. I musi digrignanti mostravano l’acuminata chiostra di denti leonini. Alcuni si ingroppavano o saltavano esponendo penzoloni l’eccitazione vermiglia di peni allungati ed appuntiti come quelli dei cani. I particolari bestiali mitigavano la delicatezza del colore rosa. Si attenuava così la rassicurante atmosfera d’inoffensiva innocenza. Calava una lugubre atmosfera di festa africana al chiaro di luna di saturno. Kond notò la scena di un avventore che, per non pagare il conto e i debiti di gioco, si fingeva pazzo. Si era alla solite. “Chi si finge pazzo per non pagare vuol dire che pazzo non è! ”, avvertiva un cartello all’ingresso. Valeva il comma 22.  Non gli servì a niente appallottolare il risotto e lanciarlo contro le pareti. Le polpette si disfacevano spargendo riso tutt’intorno. Quello che rimaneva appiccicato sulla parete si affrettava a leccarlo passando la  lingua  sulle oscene raffigurazioni dei babbuini. La scena non si protrasse per molto. Venne bloccato, denudato e lanciato, più volte, con violenza, da ferocissimi energumeni sulla parete come una palla di risotto fino a quando rimase per sempre appiccicato sulla carta da parati, ridotto ad un sanguinolente grumo rosa,confuso tra i babbuini. Kond si spiegò così la presenza di quelle escrescenze rosacee sulle pareti, ancora stillanti sangue fresco, quella carne tremolante come gelatina, lì lì a cadere giù, il fetore di carne maciullata, putrida, brulicante di vermi bianchi, gonfi di pus giallo e fiele. Erano i resti degli avventori insolventi  spiaccicati a fare tappezzeria. Un locale rosa ma di inaudita violenza.- pensò Kond, tra sé. Si chiedeva come
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avrebbero fatto con Tu-Stronz se non avesse pagato il conto. Era impossibile lanciare la sua immensa mole sulle pareti del locale. Chi potenzialmente poteva finire a fare da tappezzeria era lui ma non si soffermò neppure a considerare l’eventualità, era un agente segreto. Spostò la sua attenzione su un tipo con occhiali tondi e pizzetto. Suonava una viola da gamba, l’antico strumento inglese dal suono simile alla voce delle sirene, tanto è dolce e delicato. Kond non si chiese cosa ci facesse quel musicista in un posto simile né si chiese che senso avesse suonare una musica così “reservata”. Lì nessuno poteva ascoltarla. Era soffocata da un brusio assordante, grida strazianti, urla disumane, vociare sguaiato, turpiloquio blasfemo, discussioni rissose, insulti, ingiurie ed ogni sorta di verso animalesco e rumore fastidiosissimo ed insopportabile ad orecchio umano, come è tipico di ogni luogo infernale degno di questo nome. Il musicista non ne sembrava minimamente disturbato. Suonava in silenzio. La sua viola da gamba non aveva corde, non emetteva alcun suono, come è giusto che sia nel regno dei morti. Qui manca il silenzio e le note musicali non esistono. Finito il suo pezzo depose lo strumento e con un piattino fece il giro dei tavoli a raccogliere qualche offerta. Fatto il pieno di castagne secche e qualche nocciolina, si avviò verso l’uscita mentre alcuni froci avvinazzati gli distruggevano la viola da gamba saltandogli su a piè pari. Kond si commosse a quella vista. Era sensibile alla condizione dei musicisti ambulanti. Probabilmente sarebbe stato il suo destino se non fosse entrato con un gran calcio in culo nei Servizi Segreti. Ebbe l’impulso di fermare i vandali froci. Ci rinunciò, li lasciò fare. Si limitò a considerare che ormai l’umanità aveva raggiunto un livello di insensibilità insopportabile. Da animo sensibile, qual’era, stentava ormai a riconoscersi nei propri simili. Ma in quale altro mondo poteva mai andare, se non all’inferno? Non possiamo ritagliarci un mondo fatto su misura per noi. Se non possiamo modificarlo, dobbiamo rassegarci ad accettare quello che ci è dato di vivere. Kond era finito all’inferno. Gli toccava restarci. A meno che non gli  riuscisse un impresa, mai compiuta da essere umano vivo o morto che sia; evadere, rinascere o morire una seconda volta e prendere così un’altra strada, verso quell’altro mondo dell’al di là che si spera sia il Paradiso. Gli mancava, per ora, la consapevolezza di essere morto. Era convinto di essere ancora vivo. Anche se cominciava a dubitarne, troppe anomalie e strane coincidenze. Aveva perso il conto dei propri anni. Era morto-vivo da un millennio, circa. Da quando,il biologo americano Aubrey de Grey era riuscito a bloccare l’invecchiamento degli esseri umani. Questi erano, praticamente, divenuti immortali ma non si era trovato il sistema di fornirli di una memoria capace di conservare ricordi di mille anni di vita. Kond non sapeva quando era nato. Anzi, considerati i secoli trascorsi, era convinto di essere al mondo da sempre. Della propria vita passata aveva ricordi sempre più vaghi e confusi. Ogni mattina si svegliava con la sensazione che fosse il suo primo giorno di vita. Non ricordava nulla del giorno prima. Diventa comprensibile che in tali condizioni, non si ricorda più nulla, neppure se si è vivi o morti. Kond si era lasciato andare a pensierosi trastulli sentimentali sull’onda della scena della viola da gamba, fatta a pezzi dai froci avvinazzati. Fu riportato alla realtà da un improvviso, quanto divertente gavettone alla pasta e fagioli mescolata a spurgo di pozzi neri di tubercolosari che investì Tu-Stronz. Gli autori, alcuni buontemponi vestiti da marinaretto fine ottocento, scapparono via ridendo a crepa pelle. Era un’usanza del locale verso i clienti più affezionati e di riguardo. Tu-Stronz si scrollò di dosso alcuni stronzi a banana di cacca indurita impigliatisi tra le decorazioni e, come se nulla fosse, aggiustò l’enorme deretano sulla sedia e disse fiero di sè: Mi hanno riconosciuto. Per anni sono stato il loro migliore cliente.
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Anche gli altri ospiti del locale erano rimasti divertiti dalla scena e si contorcevano dalle risate sul pavimento cosparso da uno spesso strato di voluttàbro costituito da escrementi, colatura di putridario e  rose marce rubate dalle tombe dei cimiteri del mondo sovrastante. Tu-Stronz emanava un puzzo nauseabondo.  Kond aveva preso le sue precauzioni. Nella inseparabile valigetta ventiquattrore in pelle di kaimano tigrato aveva un prezioso dopobarba alla mirra e se ne era cosparso abbondantemente il viso.  E’ un vero posto di merda! – esclamò Kond –  Spero che non si mangi da schifo!  Un cameriere vestito con una tunica rosa in groppa ad una gigantesca scrofa rosa si fermò al loro tavolo: Bei maschioni, cosa vi porto? Stasera vi consiglio risotto alle rose, tagliatelle rosa, aragosta, granchi, gamberoni, gamberetti, triglie, dentice o pagello in salsa rosa. Cosa mi dite, carucci? Vi leggo la lista dei vini – disse contorcendo le labbra impiastricciate di rossetto senza aspettare alcuna risposta, frettolosamente, come la cameriera di un’affollata pizzeria economica il sabato sera, snocciolò: Cirò di Buonvicino, Riviera del Garda, Chiaretto, Cipressino, Sangiovese d’Aprilia, Picolit, Pinot rosa, Ktrezter dell’Alto Adige, Cabernet rosato di Anjou Kokkineli e Rosella di Cipro, Champagne Rosa-La grande Dame 1970 Veuve Clliquot. Non appena il cameriere terminò l’elencazione dei vini la scrofa si imbizzarrì. Corse via veloce come un cinghiale inseguito da una muta di cani. Schizzi di melma finirono fin  sulla candida tovaglia ricamata delicatamente con roselline rosa. Ho l’impressione che mi ha portato non solo in un posto veramente di merda ma dove ci prendono anche  per il culo! - esclamò Kond con aria, estremamente, contrariata nei confronti di Tu-Stronz – Ora comincio ad incazzarmi di brutto!. Abbia un pò di pazienza, mr.Kond. Questo locale ha riaperto da poco e non ancora ha riorganizzato il servizio alla perfezione. – disse Tu-Stronz – E’ stato chiuso durante la pandemia di Aids. Ora che è stata debellata ha riaperto come tutti i locali di orgoglio omosessuale. Il personale è evidentemente senza esperienza. La clietela non è più selezionata come ai bei tempi. I gay ricchi sono quasi tutti deceduti durante l’epidemia. Quelli senza un soldo, non potendosi permettere una o più guardie del corpo, sono stati trucidati dagli squadroni dei padri di famiglia con figlie zitelle.                     

venerdì 26 settembre 2014


L'Inferno di Kond

CAPITOLO SECONDO


Kond si era subito messo in viaggio, senza avere alcuna meta. Così usano gli agenti segreti allorchè ricevono una missione segreta. Dopo un breve girovagare si ritrovò nella sala d’aspetto delle canoe spaziali della sua città, alla periferia dell’Impero Mondiale Tropical-bavarese dei fabbricanti di sigari di cioccolato. Al di là della brillante vetrata, i palmizi si flettevano al dolce vento tropicale. In lontananza le onde gorgogliavano, poteva benissimo trattarsi di schiuma di detersivo. I poveri delle favelas  lavavano i piatti sporchi  in mare, i ricchi vi riversavano gli scarichi delle loro industrie,  escrementi  di allevamenti di gatti d’angora  e chihuahua. Tanto ai ricconi non fregava niente di tenere il mare pulito, nelle loro ville avevano piscine di acqua  minerale. Kond  non riusciva a rilassarsi. Appena avuto l’incarico erano successe cose strane. Poco prima aveva ucciso il messicano, un tipo che gli stava dietro da tempo. Spesso aveva sospettato  di essere seguito.  L’Intelligence Bureau lo aveva avvertito che si aggiravano alluvionati, disoccupati, sfrattati, terremotati che, in guisa di falsi messicani, per quattro pesos ammazzavano gli agenti segreti. Aveva considerato l’avvertimento una fregnaccia. Quelli dell’Intelligence erano degli scaldasedie ma questa volta, doveva ammetterlo, avevano visto giusto. Il messicano, dopo tanti anni che gli era alle spalle, aveva tentato di assassinarlo sotto la doccia. Come al solito, l’incarico, incomprensibile o quasi per Kond, era invece chiarissimo ai suoi nemici. Questi sapevano sempre perfettamente quale fosse l’incarico di Kond  mentre  egli, diretto interessato,  ne era all’oscuro oppure ne aveva una conoscenza vaga. Questo poneva Kond in evidente svantaggio rispetto agli avversari che sapevano sempre in anticipo le sue mosse. L’unico rimedio era di agire e reagire in modo imprevedibile  e nel contempo fare il contrario di tutto e tutto all’incontrario.Col tempo questo stato di cose gli aveva provocato turbe psichiche e caratteriali. Le superava bevendo fantasiosi cocktail prima di cena. Il migliore della stagione era stato il Rum-Martini Smoked  a base di rum chiaro e alcolato di sigaro  servito  al  Nottingham Forrest  Bar  di Milano  dal barman  Dario Comini in coppette ben fredde, con ghiaccio cristallino, direttamente  dal mixing glass. Il suo psicanalista , naturalmente, non era d’accordo con questa cura, cercava di propinargli, ognivolta,  Prozac-Fluoxeren, Tavor. Col cazzo! Kond non si faceva fregare dagli psicofarmaci degli strizzacervelli. Quando si sentiva proprio giù trangugiava un cocktail bi-power di Katamina, menta piperita, peperoncino  calabrese, polvere di ossa di Tirannosauro Rex, carne viva  di formiche rosse del deserto texano, grattugiata di  viagra e bottarga, il tutto agitato con marsala all’uovo di struzzo  in piscio di toro miura  ghiacciato. Il beveraggio risultava mortale per i bulbi piliferi se si sbagliavano le fasi lunari. Kond  non voleva assolutamente rischiare di ritrovarsi calvo e privo del folto vello sul torace dagli scultorei pettorali. Aveva più volte chiesto al Capo di cambiare psicanalista  ma era l’unico rimasto a piede libero. Agli altri era stata ritirata la licenza. Erano risultati sani di mente, cosa assolutamente ostativa all’esercizio della professione. Kond  non era un agente qualsiasi; poteva uccidere quando e come voleva senza  dover chiamare Londra, sbrigare tutte le formalità del caso e prendere magari la laurea in medicina. Andò a specchiarsi nella vetrata. Constatò con sollievo che non aveva più messicani  alle  spalle. Fu molto felice di vedersi  bello, abbronzato, atletico, con i capelli  acconciati di fresco dal parrucchiere, infilato nel completo di Giorgio, che è  tutto dire. Si diede una passata di rimmel sulle ciglia ed inforcò  gli occhiali scuri. Due bellissime fotomodelle, che passavano da lì per caso, lo squadrarono fino alla punta dei mocassini dove spuntava l’alluce ferito. Non ci badò.  Sapeva di essere bello. Era troppo innamorato di se stesso per poter amare una o più  fotomodelle. A queste, del resto, si dedicava solo per beneficenza. Preferiva il più delle volte godere in solitario,  dinanzi alla foto di Rita  Hayworth, ci pensava lui a spogliarla, e le lasciava indosso solo i guanti e una frusta da cocchiere. Era eccitato anche da Marlene Dietrich del film L’angelo azzurro che cantava con voce roca, seduta sulla botte in cui immaginava di essere rinchiuso, con la sua biancheria intima  non lavata. Ripensò  al contenuto della missiva. Il Capo, nell’astruso linguaggio cifrato che si ostinava ad usare anche per dire “buongiorno”, aveva voluto avvertirlo che gli sarebbe capitato qualcosa nelle prime ore  della mattinata.  Infatti quel giorno  temette di non di andare di corpo regolarmente come al solito. Questo gli avrebbe impedito di uscire di casa con tranquillità. Poteva scappargli la cacca in un momento inopportuno. Kond era abitudinario. Defecare dopo il sonno notturno lo predisponeva ad affrontare con serenità ed efficienza la giornata. Se questo non si verificava, la vita, si fa per dire, ne era sconvolta. Il fatto di non riuscire a liberarsi delle feci lo gettava in una profonda prostrazione fisica, psichica, etica e morale. Si sentiva letteralmente un sacco di merda.  Perdeva la superstima che aveva di se stesso, essenziale per  fare il suo mestiere. Un agente segreto per poter continuare ad essere tale deve avere la capacità di andare regolarmente di corpo due volte al giorno; la mattina, appena alzato  e la sera, prima di andare a letto. Questa regolarità svizzera indefettibile era quanto più distingueva gli agenti segreti  dal resto del genere umano, afflitto da stipsi e disordini defecatori di ogni tipo. Fortunatamente, anche  quella  mattina, Kond andò regolarmente di corpo. Tirò lo scarico e, come sempre,  contemplando lo stronzo perfetto,  pensò: Sono un uomo felice. Era un vero artista della cacata. In questo, pochi colleghi lo superavano. Il messicano aveva agito dopo, quando Kond, soddisfatto del buon inizio di giornata, si era  infilato sotto la doccia per l’igienica abluzione delle parti pudende. Non poteva stare in piedi. L’alluce gli doleva. Nella vetrata  vide riflesso il suo viso leggermente contratto dal dolore. Era un vile, non poteva vedersi soffrire. L’indifferenza verso la sofferenza altrui era grande quanto l’attenzione verso la propria. Kond non tollerava vi fosse la minima alterazione al proprio stato di benessere che doveva essere costante come la temperatura in una tomba egizia. Il dolore all’alluce gli procurava una infelicità fastidiosa alla quale non era abituato da tempo. Aveva trascorso quasi tutta la vita nella classica  bambagia, senza il minimo fastidio, neppure un graffietto sulla pelle delicatissima. La vista di una goccia del proprio sangue lo faceva svenire, ma le cose stavano cambiando. Era riuscito a fare una splendida ed inarrestabile carriera da agente segreto solo facendo abilmente finta di lavorare. In realtà senza fare un cazzo dalla mattina alla sera. Ogni giorno di lavoro, per lui, era stato una domenica. Con i Capi che si ritrovava era inutile lavorare, anzi poteva essere controproducente, incapaci com’erano di valutare la qualità di qualsiasi prestazione. Senza mai rischiare neppure una gocciolina di sudore aveva più di una volta lasciato intendere di aver salvato il mondo grazie al suo impegno e alla sua bravura. Questo ai suoi Capi andava bene. Kond lasciava a loro  i meriti  eventuali da rivendicare verso i politici che erano i veri padroni della baracca, i più imbecilli. Erano soddisfatti quando potevano rubare più dei Capi di Kond. A Kond, per ora, bastava  rubare lo stipendio, farsi pagare a piè  di lista  i suoi sfizi, in giro per il mondo. Con i suoi Capi sapeva come andare d’accordo. Seguiva la regola aurea dell’ambiente militare: Il superiore ha sempre ragione, anche e specie quando ha torto. Qualcosa, però, stava cambiando. Kond correva il rischio, dopo anni di ozio dorato e ben pagato, di dover lavorare. Questo lo preoccupava non poco. Chi lavorava sul serio rischiava la propria vita. Non ci sarebbe stato alcun premio extra, un agente segreto era pagato per questo. Il fatto di doversi guadagnare lo stipendio lo umiliava. Era  la dimostrazione di non essere più furbo degli altri, di quanti dovevano lavorare per vivere. E se non si è più furbi degli altri come si fa a fare l’agente segreto? Kond si reputava al di fuori degli “altri”, uomo “al di fuori”,  furbo navigato e patentato. Gli “al di fuori” erano i nuovi nobili dell’Era anarcoburina,  postdemocristiana,  liberalcasinista, fatta di “incularella” e Gazzetta dello Sport. Tutto era iniziato con la scoperta dell’altra faccia della luna, dove sono i tesori  smarriti della terra. Kond  aveva scelto la carriera di agente segreto principalmente perché era quella che più di ogni altra consentiva di guadagnare senza lavorare e fare la bella vita,  a spese dello Stato con rimborsi a piè di lista. Gli ultimi avvenimenti facevano pensare  che questo periodo di scrocco felice stava per finire. La sola parola “lavoro” mise Kond in una sgradevole sensazione di affaticamento. Ritornò alla sedia e questa si trasformò nel trono della tribù Magani appena ci posò sopra le chiappe. Rivide la scena del fallito attentato alla sua tranquillissima esistenza. Il falso messicano stendeva il braccio per colpirlo con un coltello a serramanico. Aveva entrambe le mani impegnate, una  dal flacone del bagnoschiuma, l’altra da una spugna. Fu costretto a difendersi allungando un calcione con il piede destro. Il  falso messicano fu colpito nelle palle inguinali, si aprirono come noci secche, al che lasciò cadere il coltello, indietreggiò, scivolò battendo la nuca sul bordo del bidet. La bocca si aprì ad <<O>> , senza emettere neppure un rantolo. Gonfio e livido come un sacchetto della spazzatura, Kond lo coprì con la schiuma rapida e lo lasciò  in preda alle lamette da barba. Avrebbe preferito ucciderlo diversamente, senza usare il piede. Ora l’alluce, gonfio e livido, affiorava dalla punta del mocassino in pelle butterata di struzzo come la con-turbante testa di un sultano. Le scarpe, fatte su  misura a Londra da un ciabattino negro, gli erano costate due fette biscottate spalmate di burro e marmellata di mirtilli. Gli era spiaciuto, pertanto, quando le aveva tagliate in punta, per permettere all’alluce rigonfio di fuoriuscire senza essere costretto nella scarpa. In quell’alluce martoriato riviveva i dolori e le angosce della pubertà. A causa di un’unghia incarnita dovette abbandonare il fortunato esordio di una carriera calcistica nella squadra della parrocchia. Curò l’unghia  amorevolmente con  allume di rocca per alcuni mesi. Fu inutile, dovette ricorrere al chirurgo. La blanda anestesia locale non evitò che sentisse la pinza a cuneo penetrare sotto l’unghia, lo strappo deciso con cui il medico, dopo aver roteato la pinza da destra a sinistra, estrasse l’unghia dal dito. In quel momento vide le stelle, proprio come nei fumetti, un turbinio di stelle gialle lampeggianti ad intermittenza. Il dolore era stato tanto intenso che il cervello  annullò ogni contatto con quella parte del corpo. Per alcuni minuti ebbe la sensazione che il dito fosse venuto via con l’unghia. Il medico glielo fasciò e lo dimise. Dopo una diecina di minuti l’alluce tornò a vivere. Inviava un dolore pulsante come un martello pneumatico nei più profondi terminali nervosi del cervello. Fu in quell’occasione che Kond tracannò per la prima volta un bicchierone di pregiato cognac. L’alcool confuse il cervello. Si addormentò con la sensazione di avere il piede fra le nuvole bianche di un cielo profondamente azzurro. Stava rivivendo quel lontano ricordo allorché una fitta da pestata gli risalì, con la velocità della luce, dall’alluce ferito fino ai terminali cerebrali, deputati al dolore, rifatti in rame e selenio. Represse l’ululato da ungulato mannaro in un impercettibile mugugno. Era addestrato a reprimere qualsiasi manifestazione di dolore. La prima cosa che un agente segreto deve imparare è a soffrire ridendo e a ridere sotto i baffi. Kond fece entrambe le cose. Un uomo che probabilmente aveva una mamma paralitica a Las Vegas gli schiacciava il piede con uno scarpone ferrato da montanaro tirolese e diceva: Mi scusi, mi scusi.  Nello stesso tempo gli spolverava la giacca cosparsa di zucchero versato da una zuccheriera in cristallo, finemente incisa con scene neoclassiche di vita bucolica. Kond ammirò la squisita fattura della zuccheriera in tono con lo sfarzo di quella sala d’aspetto per tutto il resto squallidissima e lurida. I prodotti serviti al bar erano d’infima qualità ma presentati in vasellame prezioso, mai lavato, con posate d’oro massiccio, sporchissime e incrostate di avanzi. La circostanza che quell’uomo potesse avere una madre paralitica a Las Vegas lo impensierì. Il Capo qualche volta amava travestirsi da uomo con la mamma paralitica ma non a Las Vegas bensì a Miami. Ma...ma...lei, è mr. Kond..ahm...Kond! esclamò il tirolese allorché Kond riaffiorò da sotto lo strato di zucchero e tirò via una palla di gomma. Kond osservò la palla rimbalzare lontano. Non riuscì a trarre alcuna conclusione se non che i tirolesi, come tutta la gente di montagna, era gente furba, “scarpe grosse, cervello fino”. Bisognava stare all’erta, eventualmente fucilarli e poi processarli. Quell’uomo poteva benissimo avere la mamma paralitica a Las Vegas, essere il Capo travestito da tale. Kond aveva già avuto problemi con lo zucchero. Se c’era di mezzo lo zucchero non gli capitava mai niente di buono. Non molto tempo fa aveva ucciso inavvertitamente la prima moglie, a seguito di un futile litigio. Si discuteva su quanti cucchiaini di zucchero mettere nel caffè. Mentre discettavano pacatamente di grammi e granelli, si ritrovò con il cadavere insanguinato della consorte, piegata al suo fianco come una bambola di pezza. L’espressione del viso era attonita e stralunata, la bocca contorta in una smorfia buffa, gli occhi sbarrati, come abbagliati da un lampo di flash. L’aveva trafitta con una cannuccia appuntita, sotto l’orecchio destro recidendole la carotide. Il sangue zampillava dalla cannuccia con un arco rosso vivo in una pozza spumeggiante. Kond si chiese come aveva potuto uccidere sua moglie senza essere mai stato sposato. Sicuramente doveva trattarsi di uno scambio di persona. Quella moglie non gli apparteneva essendo stato sempre scapolo. Eppure, senza ombra di dubbio, si trattava di una moglie. Diversamente non avrebbe insistito a voler contare i granelli di zucchero contenuti in un cucchiaino d’argento bagnato di saliva. Per risolvere la diatriba aveva dovuto ucciderla utilizzando il primo oggetto a portata di mano, una cannuccia usata poco prima per bere una Fanta. Aveva afferrato la cannuccia immersa nell’aranciata, l’aveva tranciata a punta e gliel’aveva conficcata in gola. Era riuscito in un’impresa impossibile a qualsiasi altro, uccidere la moglie senza averla, per giunta con una cannuccia. Un agente segreto del suo calibro poteva uccidere  anche con uno sputo, o, con l’alito all’aglio fresco, coltivato in fanghi radioattivi. Fu l’ennesima conferma che poteva compiere imprese precluse a qualsiasi altro. Se ne andò di casa lasciando la moglie, non sua, a galleggiare in un lago di sangue insieme a suoi topini bianchi su barchette di carta che cantavano a squarciagola:Oiolì, oiolà!. Questa volta la situazione era diversa; non era una questione solo di zucchero ma c’era di mezzo la missione, un montanaro tirolese con uno scarpone ferrato poggiato sul suo alluce ferito. Poteva trattarsi del Teseo del messaggio ma aveva qualche dubbio. Niente dell’antico eroe greco si riscontrava nelle sembianze di quel figuro. Questi ridacchiò, gli diede una pacca sulla spalla ed esclamò: E’ proprio un incontro fortunato! – e gli tese la mano. Kond, per educazione, gliela strinse, in segno di pace, come si usa cretinamente nella Messa postconciliare. Fu come stringere un guanto da baseball immerso nell’olio di sesamo. Era la  mano grassa, irsuta  e sudaticcia da salumiere o da stupratore di retrobottega. Ritrasse disgustato la propria delicata e bianchissima come quella di Chopin, affidata settimanalmente alle cure dei migliori manicure di Parigi. Che schifo! - esclamò Kond dentro di sé e fece per alzarsi. Gli era venuta una gran voglia di andare in Giamaica, a farsi un rhum agricole sotto una pannizza di foglie di banano con l’odore di salsedine nelle narici, un buon sigaro cubano stretto tra i denti, tirando delle aromatiche boccate di fumo. Il tirolese lo teneva inchiodato al suolo con il suo maledetto scarpone e in maniera confidenziale gli bofonchiò: Permetta che mi presenti, Tu-Stronz. Forse non si ricorda di me ma ci siamo già incontrati. Vedo che zoppica - Kond era riuscito a liberare il piede e si era alzato mostrando una evidente zoppia -  Spero di non averle fatto male. Con questi scarponi mi capita spesso di pestare qualcuno. Ho bisogno dei grandi spazi delle mie valli per muovermi. Ma sono assicurato per un massimale illimitato. Aspetti che prendo il numero delle sue scarpe. L’assicurazione la risarcirà integralmente. Potrà comprarsi un piede nuovo. Le dimensioni di Tu-Stronz, un tipico prodotto della vittoria degli allevatori di suini nella guerra contro l’Islam sterminatore di maiali, erano quelle di un teutonico pachiderma che aveva esagerato con birra, patate, salsicce, stinco di maiale  e crauti.  La pancia rotonda come una mongolfiera. scoreggiava sonoramente ad ogni movimento. Kond decise di accettare ancora per un pò quella disgustosa invadenza, almeno fino a quando non avesse ben compreso se era dovuta ad uno strano scherzo del destino oppure ad una copertura mimetica del contatto, citato nel messaggio come Teseo. Non staccò bottone e con finta noncuranza batté il ferro ancora caldo: Ho l’impressione di averla incontrata da qualche parte. Mi aiuti a ricordare. Ho lavorato per alcuni anni nel settore dei salumi. Seguirono energiche martellate su un ferro incandescente prontamente tirato fuori da un taschino del panciotto di Tu-Stronz che gongolante come Ollio cantilenò: Io ho incontrato lei e non viceversa. Kond con la mente sempre più affannata dal dilemma su Teseo esclamò: Come sarebbe!? Tu-Stronz assunse un’aria furba pagandola a rate e, scoreggiando allegramente, aggiunse con il fare ilare e gioioso del bimbo appena adescato dall’esperto pedofilo: L’ho vista al cinema! In un film dove lei gioca a poker con quel francese, Le Prendo. Kond spesso interpretava la parte di agente segreto in filmetti di serie B, destinati ai drive-in delle periferie texane, con molto sangue e quintali di popcorn. Era un modo per confondere la sua identità. Mescolava realtà e finzione. Spesso  riusciva a scoparsi qualche attricetta dalla figa rasata. In tal modo nessuno era mai sicuro se lo faceva o lo era. Confondere i ruoli, essere ciò che non si è. Questo fa di un agente segreto il camaleonte di identità ideale per chattare ma che, mescolato nella folla anonima delle megalopoli di mortiviventi, tutti conoscono per averlo visto almeno una volta in quel filmetto di serie B. E chi non avrebbe voluto essere al suo posto mentre si porta a letto l’attricetta della porta accanto. Beviamo qualcosa? propose Tu-Stronz e lasciò andare il ferro rovente sulla moquette della sala d’aspetto, insieme a qualche scoreggia. Kond, indifferente alle scoregge, se ne fregò. Non aveva più bisogno di battere il ferro. Lo facesse qualcun’altro. Non poteva perdersi in retoriche cazzate. Era stufo di fare il maniscalco dell’Organizzazione. Il ferro protestò la sua inutilità con uno sfrigolio sinistro da pancetta abbrustolita. Si sprigionò un tremendo puzzo. Al confronto, le scoregge di Tu-Stronz sembrava profumo di mammolette appena raccolte. La moquette, tutta la sala d’aspetto, erano di mefitica plastica, la materia prima dell’inferno. Ma certo vecchio mio! esclamò Kond con un improvviso vuoto di consapevolezza ma deciso ad allontanarsi da quel luogo fatto di plastica. Questo materiale rivelava  che si trovavano  in un mondo di celluloide, precario ed infiammabile, usato per rubare la realtà agli esseri umani, per ridurli a consumatori passivi di patatine, hamburger, ketchup e formiche fritte in salsa dolce. Tu-Stronz  fu contento dell’appellativo vecchio mio. Il naso cominciò a colargli per la commozione. Gocce di plastica liquida gli uscivano dalle narici, cadevano sfrigolando sulla moquette. All’interno Tu-Stronz era fatto di plastica. Si scioglieva al fuoco delle emozioni. Tieni, pulisciti! escalmò Kond, con tenerezza. Gli allungò un kleenex. Tu-Stronz lo ringraziò. Aveva gli occhi pieni di rare lacrime di coccodrillo custodite in una preziosa boccetta di cristallo. Kond pensò a due banane flambé. Queste si trasformarono in un jumbo delle linee aeree nepalesi e si andarono a schiantare contro un anonimo paio di Torri Gemelle erette chissadove. Dimostrò a se stesso che era capace di pensare l’impensabile. Posso offrirti qualcosa? urlò Tu-Stronz. Timidissimo come la maggior parte degli obesi, saltò al collo di Kond. Questi vacillò sotto la mole del gigantesco kabibo tirolese. Lo rassicurò: Certo che puoi offrirmi da bere. Tu-Stronz si calmò; scese dal grembo di Kond e attirò l’attenzione di una cameriera. Ancheggiava, sballottolava due enormi seni, sicuramente rifatti al silicone, infilati in rispettivi tasconi, all’altezza del petto, veniva verso di loro. Li bloccò nei pressi di un tavolo di polistirolo che nella vita di tutti i giorni si faceva chiamare Mapelli. Intorno vi erano poltrone gonfiate con aria del mare di Capri; rilasciavano una profumata brezza marina, mescolata a fragranza di limoncedri, appena ci si poggiava sopra il sedere nudo. La cameriera, tettona e callipigia, il tipo di donna preferito da Kond, la versione geneticamente migliorata del clone di Marilyn Monroe, ne diede dimostrazione pratica. Alzò la gonna e poggiò lentamente sulla poltrona le candide chiappe a palla di cannone. Si liberò una profumata brezza di mare. In lontananza si sentì il canto delle sirene; proprio quelle di Ulisse, accompagnato da mandolini, ricavati dal culo di vergini fanciulle, suonati da vecchi eunuchi con l’unghia a mandorla del dito mignolo. Kond corresse il giudizio su quell’orrendo luogo di plastica. Si avvicinò alla cameriera. Non potette resistere al desiderio di sodomizzarla. Ne fu felice e di buon grado si prestò a soddisfare le voglie di Kond assumendo la posizione più adatta a prenderlo nel culo. Tu-Stronz osservò la scena interessato,con occhi roteanti e strabuzzati. Fino ad allora aveva visto solo i tori accoppiarsi in quel modo. Giunse alla conclusione che, ormai, fra uomini e bestie non c’era più alcuna differenza. Kond dopo essersi divertito col didietro passò sul davanti. Glielo mise fra le tette, di dimensioni imperiali, proprio come piacevano a lui, con capezzoli grandi come tappi di champagne. Tu-Stronz, a questa vista, riconobbe che gli uomini avevano più fantasia dei tori e le vacche-umane erano più versatili, potevano essere double-face. Una cameriera come te è sprecata in un locale di plastica come questo-   disse Kond mentre eiaculava nella bocca, stretta a ventosa sulla sommità della sua cappella. Intorno si era formata una piccola folla di curiosi, triste come quella dei cinema porno di periferia. Tu-Stronz  ne approfittò per raccogliere qualche spicciolo, spacciando la cosa come esibizione circense da strada, Da scaltro tirolese urbanizzato non si lasciava sfuggire nessuna occasione per fare soldi. Il dieci per cento del ricavato della questua lo diede alla cameriera. Piccola, hai una fortuna, davanti e di dietro.  – disse Kond – Ti serve un amministratore. Non puoi sprecarla in un locale di plastica a raccogliere qualche mancia dalla clientela di passaggio. Potresti prostituirti nel grande giro. Sei una donna da orgia. Vieni a trovarmi in ufficio. Gestisco a tempo perso un gruppo di puttane creole. Mi manca una bionda al platino. Telefonami per un appuntamento. Ti farò ricca. Troverai anche marito. Qualche indaffarato uomo di affari che ha bisogno di una bellezza da sfoggiare senza l’impegno di  scopare. Potrai, farti anche un figlio tuo, con chi vuoi.  Le porse il biglietto da visita, scritto con inchiostro simpatico. Riscaldalo fra le labbra della figa, quando vuoi leggerlo. Aggiunse con la voce roca, alla Bogart. Cosa ordiniamo? - chiese Tu-Stronz. Quello che c’era da prendere di buono in questo locale, era il culo della cameriera. L’ho già preso. Possiamo andare. – disse Kond. Era soddisfatto di aver assolto, anche questa volta, uno dei principali obblighi di un agente segreto: inculare le tettone callipige che capitano sulla sua strada. La cameriera, addestrata, come tutti i cloni di Marilyn,  a prenderlo nel culo e a succhiare cazzi, non disse una parola. Andò via sculettando come chi, anche per quel giorno, aveva fatto un incontro del cazzo. Una perfetta macchina di piacere. - commentò Kond accaldato dall’orgasmo. Io non ho preso niente. Mi è rimasta la sete. – protestò debolmente Tu-Stronz. Per accontentarlo Kond gli fece prendere un fracco di legnate umide da un gruppo di hooligan tenuto per questo a disposizione della clientela. Alla fine del pestaggio richiamò la cameriera-mucca-Marilyn ma questa era andata al bagno. Ne venne una eguale. Era un perfetto clone del precedente clone geneticamente migliorato di Marilyn ma con i capelli rossi. Kond quando vedeva il rosso ridiventava un toro ma questa volta aveva il cannone scarico. Lasciò perdere. Strinse il cilicio che portava alla gamba destra ed ogni impulso lussurioso si smorzò. Tu-Stronz ordinò da bere mentre il tavolo di polistirolo gridava: Sono Mapelli! Sono Mapelli! Liberatemi. Nessuno ci fece caso, come al solito. Quando la procace mammellona si fu avvicinata, Kond ordinò un bicchiere di latte al seno e le allungò il solito biglietto da visita, con l’invito a passare dal suo ufficio, nel fine settimana per un colloquio (chiamava così le sue scopate durante le ore di lavoro in sede). Per me un whiskey. – disse Tu-Stronz, Cercava di darsi un’aria da duro con la cameriera ma aveva una paura matta di essere messo alla prova. Il suo pisello, minuscolo come un rubinetto di borraccia da montanaro, era adatto solo alla minzione. La cameriera si allontanò ancheggiando superbamente verso il banco di mescita. Tornò con le mammelle penzoloni e un bicchiere, di preziosissimo cristallo di Boemia, intagliato a mano, colmo di ottimo whiskey insozzato di moscerini e cacche di mosche. A Kond porse un boccale di porcellana finissima decorato con scene di vita silvestre. Lo riempì di latte strizzandolo da una mammella. Complimenti! – esclamò Kond- Avevo pensato fossero di silicone ma sono autentiche mammelle da balia!  La cameriera intascò tre gusci di conchiglie della Polinesia, come prezzo della consumazione, dando di resto un preservativo, Andò via hysteron proteron, cioè con il posteriore davanti e viceversa, senza profferire parola. Tu-Stronz bevve tutto d’un fiato il whiskey. I moscerini gli andarono subito alla testa non essendo abituato ai superalcolici moscati. Allegro e rubizzo, propose a Kond di andare a mangiare gamberoni alla cannibale dal Pazzo di Capodichino,  al suono della canzone L’autunno è alle porte le mosche cominciano a morire. Abbozzò il motivetto scoreggiando. Kond accettò. Era deciso a scoprire chi era il Tu-Stronz finito sul suo piede, proprio il giorno in cui aveva l’alluce con turbante. Uscirono dalla sala d’aspetto. Dopo alcuni nano-minuti-siderali, giunsero alla Chrysler Imperial di Tu-Stronz, parcheggiata su un silenzioso ed oscuro marciapiede. La notte, appena calata, dai lucidi riflessi metallici di una pioggia acida sull’asfalto appiccicoso di sangue fresco. Era l’atmosfera naturale di un tranquillo posto all’inferno. All’interno dell’auto, un autista, berretto ed uniforme con bottoni e cordoni  dorati,  dormiva placidamente. Tu-Stronz ticchettò sul vetro. L’autista continuò a sfarfallare le labbra in placido sonno. Una pioggerellina fitta cadeva lentamente come bava di ragno. Il ticchettio fu ripetuto con maggiore intensità e velocità. Divenne tamburellamento variato, modulato su vecchi motivi di brani rock. Si trasformò in tambureggiare a mano aperta, poi a pugno, da pugno a pugni. Una notevole esecuzione su lamiera di Chrysler Imperial della colonna sonora  del film Tamburi Lontani ove procaci indigene la eseguivano battendo i seni  nudi su tronchi cavi. L’esibizione musicale di Tu-Stronz richiamò l’attenzione di alcuni passanti, uomini a forma d’insetto ed insetti di forma umana. I viandanti notturni delle vecchie metropoli, la loro vita trascorreva intrappolata per sempre in quella bava di ragno, che sembrava pioggerellina. Dalle finestre dei grattacieli-nani si affacciarono aficionado di rumba e “cha cha cha”. Con i loro strumenti a fiato e percussione si unirono a Tu-Stronz. Era un quartiere di gente allegra. Non si lasciava scappare nessun’occasione per fare festa e baldoria. Si finiva poi per scannarsi con coltelli da cucina e arrotolarsi a vicenda le budella con forchettoni. Si formò ben presto una piccola folla. Applaudiva, entusiasta la performance musicale, e ballava.  L’autista continuava a dormire. Tu-Stronz si rese conto che niente avrebbe potuto svegliarlo. Sono desolato mr.Kond. Forse è preferibile prendere un taxi. Il mio autista Otello si è addormentato, forse è morto. Kond alla parola “morto” sobbalzò. Sapeva per esperienza e quieto vivere che, quando e se ci scappa il morto, è meglio filarsela, non impicciarsi. Kond era un cultore della viltà pragmatica.  Acconsentì, quindi, immantinente, alla proposta di Tu-Stronz. Presero un taxi a volo come si usa a New York. Al Pazzo di Capodichino Titagliolatestaemelamagno – gridò Tu-Stronz al tassista portoricano. Sfinito si lasciò andare alle fauci del sonno. Russava a bocca aperta come un tritapietre. Kond mise in atto il suo metodo infallibile per eliminare quel fastidiosissimo inconveniente. Da prestigiatore dilettante, quale era, trasse dalla manica della giacca alcuni dei suoi topolini bianchi. Tenendoli per la coda, li calò nella bocca di Tu-Stronz e gli rosicchiarono la gola.  Nel silenzio, Kond si rannicchiò in posizione fetale.Si addormentò con le ginocchia sotto il mento. Temeva di  allungare le gambe sotto il sedile anteriore. Aveva l’atavica ed ancestrale paura che qualcuno gli mangiasse i piedi se sporgevano dalla coperta. In lontananza li seguiva l’applauso della piccola folla di aficionado. Si vedevano  falò ed improvvisati riti voodoo. La Chrysler Imperial era diventata la bara a quattro ruote di Otello. L’inferno quella sera aveva un morto in più da tenere allegro. Due morti si allontanavano in un taxi. Alla guida vi era un portoricano ucciso qualche ora prima. Era stato un drogato, morto in crisi di astinenza, per rubargli il magro incasso della serata. Kond e tutti gli altri abitanti della terra non si erano accorti che erano morti da un pezzo. Conducevano la loro vita di sempre come se la morte non li avesse mai presi. Erano stati traghettati in quel mondo infernale, popolato da demoni che solo ai morti è concesso vedere perché non possono morire una seconda volta. Demoni che hanno il potere di togliere il sogno ai morti. Solo così smettono di sognare di vivere, si abbandonano al sonno eterno senza sogni, fatto di nulla. Kond fino a quel momento era stato un morto fortunato. Non aveva mai incontrato alcun demone invisibile ai vivi e rivelatore della morte ai morti. Pensava, quindi, di essere ancora in vita anche se sospettava che qualcosa fosse cambiato in lui. Qualche volta gli sembrava di non andare più regolarmente di corpo tre volte al giorno ma soltanto una volta all’anno. Aveva paura di incontrare il famigerato barzellettiere fallito, quello che non fa più ridere nessuno ma letteralmente cacare e lui non ce l’avrebbe fatta. Era la prova inequivocabile.  Chi non riesce più ad andare di corpo  è morto. Un certo giorno della sua vita, a causa dell’incontro con un messicano armato di coltello, era cambiato qualcosa. Si tagliava con la lametta mentre si sbarbava e non usciva più sangue rosso ma blu. Non aveva dato gran che importanza alla cosa. Era nobile di sangue blu da anni. La sensazione di sognare di vivere, persisteva. Pipò…pipò...pipò....suonava il tassista per farsi largo in mezzo al traffico notturno di fantasmi lattiginosi di ogni forma e colore mentre le fiamme dell’inferno ai lati della strada guizzavano mandando bagliori sinistri e sghignazzi di diavoli orrendi. Kond dormiva e vedeva nei suoi sogni tutt’altro scenario, come al solito sognava o di mangiare seduto innanzi a tavole lussuosamente imbandite oppure di fare sesso con donne stupende, con le settanta e più vergini che attendono l’eroe islamico nell’al di là.  Si bevve a gargarozzo un’intera bottiglia di champagne delle migliori annate e si rivoltò a dormire a pancia all’aria. Pipò...pipò...pipò...il taxi sfrecciava tra le fiamme dell’inferno verso uno dei tanti paradisi artificiali consentiti a quelli che ancora credono o sognano di essere vivi. L’importante è avere il controllo dei propri sogni. Kond lo aveva. Non avrebbe mai aperto gli occhi su quell’inferno vero. I morti non possono più aprire i loro occhi ma guardano attraverso gli occhi degli altri. Kond guardava il mondo attraverso i miei.                           
                          


giovedì 25 settembre 2014

Il veliero cannibale:                      L’INFERNO DI KOND ( Prima par...

Il veliero cannibale:                      L’INFERNO DI KOND ( Prima par...:                      L’INFERNO DI KOND   ( Prima parte:   Ridere come un gallo! )   ATTENZIONE è   un libro  ZAMLAP,  un fucile c...

                     L’INFERNO DI KOND

 ( Prima parte:  Ridere come un gallo!)


 ATTENZIONE è  un libro  ZAMLAP,  un fucile carico.

Solenne e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio................e il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio Sì.  Incipit e fine da “Ulisse” di James Joyce – 1960 -  Milano



E’ tutto vero, è tutto zamlap

  CAPITOLO PRIMO

La luna, tonda, come un tuorlo d’uovo, pallida, dal viso di geisha, apriva la gonna bianca, svolazzante e plissettata come quella di Marilyn. Si vedeva quello che aveva in mezzo alle gambe, un triangolo di pelo nero e riccio, come la figa di una creola. Kond era ossessionato dalla figa. La vedeva financo in cielo. Se la immaginava nella parte oscura della luna. Gli occhi si chiudevano. Le orecchie si aprivano alla musica dei Pink Floyd.  Dark side of the moon, il rock sinfonico si sprigionava dal vuoto cosmico. Appariva la figa nera della luna. Il mondo era nato così, dai suoni sprigionati dalla bocca di Dio. Ogni suono ha originato una cosa. L’universo era  una sinfonia rock, cantata da Dio nell’infinito silenzio del nulla. Kond sognava, dormiva. Sognava il mondo, il suo mondo. Non c’era altro mondo al di fuori del suo, quello nel quale riteneva di vivere anche se era morto da un bel pezzo. Ignorava di essere morto. La sua morte era stata un evento lento e progressivo. Ogni giorno era morto un pochino. A poco a poco era morto del tutto. Non si era mai accorto di essere all’altro mondo. Viveva come se fosse  ancora in quello dei vivi. I morti pensano, anzi sognano. La morte è un sogno, senza risveglio.  Kond sognava....La luna urtava le guglie più alte del castello. Lo faceva vibrare. Il castello era una delle proiezioni falliche dell’ “io” di  Kond. In quel castello viveva la sua storia.  Dormiva dove gli capitava. Si era appena svegliato in un trono barocco al centro di un’ampia sala. Il pavimento di marmo era tirato a specchio. Vi si riflettevano i quadri degli antenati appesi alle pareti rivestite di pietra grezza. Un ceppo di rovere scoppiettava nel maestoso camino di marmo bianco come nelle pubblicità invernali dei cognac più raffinati.  Quel camino avrebbe fatto bella figura nella casa di Berlusconi ma Kond  non glielo avrebbe  mai venduto, neppure  per tutto l’oro di Bologna. Senza quel camino la sua casa avrebbe perso un pezzo della sua antica identità. Intorno vi si raccoglievano gli antenati per raccontarsi a turno le storie di famiglia, gli inventati  fatti d’arme e d’amore, un sacco di fesserie. Le cipolle, intanto, rubate in un campo sul far della sera, si cuocevano avvolte in fogli di giornale bagnato, sotto la cenere del fuoco. Era gente frugale, dallo spiccato istinto predatorio, abituata a vivere a spese di chi coltivava Liliacee e ortaggi simili.  Nel camino ardeva il fuoco della sua stirpe, come quello delle vergini vestali dell’antica Roma. La sua dimora era spesso in quel castello immaginario, anche se  normalmente  dormiva al chiaro di luna, sotto un ponte, quando andava bene, in compagnia di una bottiglia di vino. Grazie al camino sempre ardente  si era potuto adattare nel favoloso sottoattico, da lui immaginato come un “castello”, in verità  ricavato nel sottotetto di un fatiscente grattacielo, corroso fino ai tondini dalle piogge acide, prelevato di sana pianta dal film Blade runner. Si trovava in una delle più grandi e inesistenti metropoli del suo mondo,  ricreato e sopravvissuto all’ultimo vecchio-nuovo mondo, andato in pezzi nell’ultima vecchia guerra nuclearbatteriologica. La vita, si fa per dire, si svolgeva in un presente-futuro-passato, la dimensione temporale del sogno dei morti. Questa al pari della vita nel mondo dei vivi-veri, era costosissima. I ricchi-morti se la godevano circondati da morti-poveracci, ferocissimi ed incazzatissimi, per niente rassegnati a vivere di stenti e nelle ristrettezze. Non si poteva uscire con un Rolex  vero al polso. Si rischiava di avere il braccio amputato da rapinatori sbrigativi. L’industria dei falsi Rolex  aveva avuto per questo un balzo in avanti. Chi non poteva fare a meno di leggere l’ora in un orologio diverso, con un falso al polso poteva andare in giro tranquillo. I rapinatori, infatti, tagliavano il braccio solo a chi portava orologi autentici. Nessuno più osava  comprare un orologio autentico per paura di finire monco. Così la fabbrica dei veri Rolex fallì mentre quella dei falsi prosperò. Alla fine non fu più possibile falsificare alcun orologio perché il falso presuppone l’esistenza del vero. I veri Rolex erano scomparsi dal mondo di Kond.  La gente arricchita così non rischiò più di  finire monca ma non poté evitare di essere rapinata del  Mercedes al primo semaforo rosso. Tanto che si era costretti a fermarsi solo quando il semaforo era verde. Diventa comprensibile perché in una città del genere nessuno cercava più i colpevoli dei delitti e i vigili avessero rinunciato a dare le multe. Ci si ammazzava e basta e si passava con il rosso. Non importava a nessuno chi, come e perché qualcuno fosse stato ucciso. Si era in una guerra. Tutti erano nemici, anche la mamma ed il papà. Questi avevano il singolare privilegio di poterti uccidere impunemente, anche appena concepito, strappandoti dal ventre materno. Eppure non se ne aveva abbastanza. C’erano tanti che tramavano  per ammazzare  l’umanità intera e farla  finita una volta per tutte con il casino di  violenze di ogni tipo ed infrazioni impunite al Codice della Strada. Questi non erano soddisfatti se non quando provocavano  un‘ecatombe  o gigantesche  calamità, megacarestie, immani disastri. Kond era uno degli agenti speciali incaricati di combattere questo tipo di criminali e sventare eventuali delitti planetari. Spesso diceva  a se stesso: Chi me l’ha fatto fare?,  ma per nessuna ragione al mondo avrebbe cambiato mestiere. Poteva vivere da vigile urbano, dedicarsi ai divieti di sosta, campare cent’anni, no,  continuava a morire da agente segreto. Aveva salvato il genere umano già parecchie volte, si reputava per questo un grand’uomo. Una cruenta pornografia fatta di persone ammazzate riempiva le cronache quotidiane. Non passava giorno senza assistere a scene di efferata violenza. Spesso se ne era protagonisti involontari, con conseguenze imprevedibili. Chi usciva di casa non era mai sicuro di farne ritorno. Neppure fra le pareti domestiche si era al riparo da aggressioni e rapine.  La gente aveva capito di dover salvare la vita e basta. Era lo stato d’animo tipico dei deportati nei lager di sterminio. Il mondo si era ridotto a questo, un luogo di sopravvivenza. Era lo scenario in cui si svolgeva il sogno di Kond. Come capita in queste circostanze, si tentava in tutti i modi di distrarsi  con musichette allegre, spettacoli leggeri, letture amene, telequiz, festival, concorsi di bellezza: tutto per non pensare, per dimenticare la realtà. Kond, allorché trapassò in questo mondo, non si meravigliò che tutto fosse finto, era abituato alla non-realtà, anzi era stata questa la sua unica realtà in vita. Pensò di carezzare il pomello destro della poltrona. Avveniva sempre il contrario di quanto pensava. Non era il pomello della poltrona ma bensì una testa di cazzo, la sua. Una parentesi di narcisistico abbandono gli conciliava la riflessione sui grandi temi, se doveva prendere delle decisioni importanti. Ne era consapevole ed aveva cercato di ovviare. Pensava il contrario di quanto voleva accadesse ma la realtà non si faceva imbrogliare.  Era difficile dominare gli eventi. La realtà era sempre imprevedibile e superava di gran lunga la fantasia.  All’improvviso sulla sua strada capitava un delinquente, spesso un assassino della peggiore specie. Questo lo costringeva  a  fare i conti  con la cruda realtà. Ma non c’era verso di accettarla. Kond alla realtà voleva  imporre il dominio della fantasia. Era  la sua battaglia. Vivere con  fantasia, era il suo imperativo. La punta del cazzo di Kond si rivelò essere la  lampada di Aladino. A furia di carezzarla ne uscì il famoso Genio. Dopo alcuni secoli di cassaintegrazione era stato assunto dall’Organizzazione per recapitare missive agli agenti segreti. I Capi in testa non si fidavano del fax, l’uso del telefonino era concesso sol per dichiarazioni d’amore a sfondo omosessuale; di personal computer  ed Internet neppure a parlarne. Il Capo aveva provato a smanettare con il computer ma dopo un po’ era andato letteralmente in bestia con conseguente crisi isterica, sfascio della tastiera, morsi al mouse e delirio tremens  da  allergia informatica.  Il Genio porse una busta sul rituale vassoio di scuola fiorentina in argento sbalzato con festoni di melograno alla Buccellati. Kond la prese utilizzando una  pinzetta  a forma di manina d’oro. L’aprì strappandone un lembo con la dentatura  bianchissima  e perfetta, tipica dei ricchi  che si  possono permettere,  fin dalla più tenera età, le salatissime macchinette raddrizzadenti e dentifrici sbiancanti a base di polvere d’avorio. Kond amava sfoggiare i suoi denti perfetti. Nei pranzi di gala ordinava un piatto di noci di Sorrento solo per esibirsi nella rottura del guscio con i molari.  Lesse la missiva senza lenti  a contatto né occhiali. Si era fatto operare di recente di cataratta con sofisticatissime tecniche  a laser ed ora ci vedeva meglio di prima.
              Caro Kondom,
              la gallina a tre zampe ha fatto l’uovo quadrato per Salomone. Il maggiordomo Achille l’ha preparato per colazione ma la forbicetta  tagliauovo si è inceppata. Consultata la scientifica, rimedi sono allo studio. Si pensa che il Direttore dell’Ufficio Brevetti sia stato ricattato da Matilde di Canossa, dopo la nota vicenda di ubriachezza molesta nei locali  del ristorante  “Al Picchio addormentato”.
Il Minotauro  sta per inchiappettarsi Teseo ed Arianna, quindi il tuo nome in codice è ancora Kond.
F.to  Il Capo
Seguiva la firma sinuosa tracciata col pennino d’oro della stilografica di servizio. Era questo l’inconfondibile tocco di autenticità del messaggio. Il Capo come tutti gli asini aveva  una grafia bellissima. Kond seguì  ammirato gli svolazzi e i ghirigori, delle vere e proprie montagne  russe calligrafiche , con cui la firma si snodava su tutta la parte di foglio non coperta dalla scrittura.  Quando sarebbe stato capace di simili virtuosismi calligrafici avrebbe certamente conquistato l’agognata promozione a Capo. Bisognava, infatti, dimostrare di essere dei perfetti somari. Solo così si potevano assumere le alte responsabilità connesse all’alta carica dirigenziale. Una calligrafia, come quella del Capo pro tempore-ivi, costituiva una evidente prova di somaraggine conclamata. Kond  fu molto  contento di essere  stato riconfermato nel nome e nell’incarico. Era pienamente consapevole della sua funzione preservativa. Nell’Organizzazione era  il solo a svolgerla  affinché  le cazzate  altrui  non ingravidassero l’opzione zero facendo nascere un altro conflitto nuclearbatteriologico. Dopo la caduta del muro di Berlino era passato il pericolo di uno scoppio ufficiale di bombe atomiche. Si viveva un periodo relativamente tranquillo turbato solo dall’eventualità di qualche scheggia impazzita, magari un generale con la fregola di farsi uno scoppio in proprio per dimostrare che aver frequentato l’accademia  militare è servito a qualcosa. Come è noto, dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New-York , iniziò la guerra infinita al terrorismo islamico. Il consumo di carne di maiale subì un’impennata incontrollata ed incontrollabile. Si era diffusa la psicosi da privazione del prosciutto. La gente era corsa a farne incetta usando persino gli armadi di casa come dispensa. Si era diffusa la voce che i terroristi musulmani volevano chiudere, una volta per tutte, la loro atavica guerra al suino, cancellandone l’esistenza da tutta la faccia della terra. Kond aveva partecipato in prima fila alla campagna “ Salviamo i maiali” nel nome della biodiversità. Tutti i salumifici del mondo si mobilitarono con agguerriti eserciti di norcini sindacalizzati. Ogni cittadino ebbe piena libertà di allevare in casa un proprio maiale come fosse un cane da compagnia , un gatto persiano, un canarino o un pesce rosso. Le città ben presto si trasformarono in porcilaie. La circolazione stradale divenne difficoltosa a causa dello spesso voluttàbro lasciato sulla carreggiata per consentire ai maiali di rotolarvisi con gioia. Il puzzo nauseabondo e il grugnire assordante bastò a mettere in fuga tutti gli islamici che non avevano ancora aperto un conto in banca. Questi si rifugiarono in sperdute lande desertiche, battute da venti marini, che, di notte, venivano bombardate con salsicce. La minaccia alla persistenza della razza suina fra noi fu così, in parte, scongiurata. Probabilmente il problema si ripresentava in forma diversa ma simile. Il messaggio nella sua ambigua e involuta chiarezza lasciava gli stessi dubbi delle istruzioni per la compilazione della dichiarazione dei redditi. Kond visse la stessa nottata da incubo allorché per sbaglio fu rinchiuso, per alcuni anni, in un manicomio criminale insieme ad un gruppo di masturbatori folli che tentavano così di suicidarsi o di uccidere il compagno di cella adagiato alle pareti imbottite con materassi permaflex. Alla fine della nottata, capì che la missione assegnatagli non concerneva questioni nucleari bensì di natura agroalimentare, connesse alle biotecnocarestie. Queste erano provocate con mirate campagne di accaparramento di risorse alimentari da parte di organizzazioni  criminali con l’insano proposito  di destabilizzare l’ordinato Caos  mondiale. Doveva come al solito scoprire chi c’era dietro per poi fregarsene altamente  oppure passare l’informazione al Capo che l’avrebbe sfruttata,  con accorti ricatti, per strappare  avanzamenti  di carriera  o per estorcere denaro a qualche ricco governo mondiale della birra senza schiuma.


Fuller: FARE  PIU’ CON MENO
Manifattura additiva – Stampa 3D

R. Murray: LE TASSE SONO UN FURTO

La “Caprese”, realizzazione gastronomica di concreta applicazione del principio  dell’economista, inventore, e, filosofo statunitense FULLER Buckminster: “fare più con meno”. Non si usano fornelli e pentole per realizzare questo piatto, non si fa fuoco né odore, solo profumi, bastano pomodori insalatari, treccia di bufala di Paestum o fior di latte di Agerola, acciughe dissalate di Sciacca messe sott’olio con erbe aromatiche, origano, basilico fresco: un piatto completo che può essere servito anche come antipasto che si prepara in dieci minuti ed assicura una cena di successo in qualsiasi contesto. Si mangia tutto, non produce rifiuti. Meno tempo, meno energia, meno rifiuti, più sapore, più profumi, più soddisfazione in tutti i sensi. Non è stato sparso sangue per realizzare questo piatto ed il nome “caprese” evoca l’immagine fascinosa, piacevole e sognante dell’isola di Capri. Parleremo di Fuller  nel prosieguo di questo numero della rivista “Zamlap” e di come le sue idee possono aiutarci a vivere meglio



Luigi XVI il 14 luglio del 1789 scrisse nel suo diario: Rien (“Niente”) a dimostrare che spesso chi sta al potere non conosce la realtà né si rende conto delle conseguenze delle sue azioni od omissioni. Questo ci serve ad introdurre il secondo argomento di questo numero, il rapporto tra lo Stato ed il cittadino, tra le istituzioni e la società. 

Le tasse sono un furto legalizzato. Lo Stato, prodotto di una democrazia mafiosa, è il problema. Il  principale nemico: le burocrazia della Pubblica amministrazione degenerate in mafie istituzionalizzate. Il limite invalicabile della democrazia è l’inviolabilità del corpo e la proprietà del reddito del cittadino: il corpo è mio come la proprietà del mio reddito. Così la pensa l’economista filosofo rOTHBARD MURRAY, teorico dell’ ANARCO-CAPITALISMO e condividiamo come soluzione  zamlapeople. Il problema è questo Stato: un sistema istituzionale obsoleto, distrugge ricchezza, non solo quella di oggi ma anche quella di domani creando debito, non eroga servizi efficienti ed efficaci in nessun campo, dalla giustizia, alla difesa, alla sanità, alla scuola, ai trasporti. Lo Stato attuale si è fatto sistema utile solo alla partitocrazia che usa la forza istituzionale e la legislazione per espropriare le risorse economiche e finanziare private, e, spostarle nelle tasche di quanti fanno parte del sistema. La società è divisa in due: chi produce ricchezza e chi la espropria a vantaggio proprio e del sistema burocratico istituzionalizzato.  In Italia possiamo stimare, per difetto, in una decina di milioni quelli che traggono il proprio reddito dall’esproprio del reddito prodotto dal sistema economico privato ( anch’esso in parte affetto da sacche burocratiche parassitarie, parassiti interni ed esterni al sistema). La crisi attuale dipende dal livello di reddito che gli appartenenti al sistema partitico-istituzionale hanno autodeterminato per sé e che il sistema privato non è più in grado di assicurare. Fino ad ora, a questo si è supplito creando debito pubblico e aumentando l’esproprio del reddito privato attraverso una tassazione crescente. Il gregge non può più essere tosato, non ha più lana, sarà costretto a dare la carne. Lo scenario prevedibile è  un aumento della coercizione giudiziaria attraverso il potenziamento delle forze di polizia creando anche pericoli fittizi attraverso atti terroristici, come è capitato alla fine degli anni ’70 ed ’80. La disinformazione attraverso i “media”, controllati dallo Stato, è sempre più inefficace.  Il sistema ha il principale obiettivo di autoconservarsi con la forza, applicata direttamente  ed indirettamente. Riguardo all’Italia, quindi, quando il livello di debito non potrà più essere superato per mancanza di prestito e quello della tassazione non troverà più reddito da espropriare, aumenterà il processo di “brasilizzazione” della società, già in atto da un decennio, e, contestuale  commissariamento della “troika” europea. Le rivolte di piazza saranno soffocate con la forza e riportate  alla “normalità” le proteste creando appositi “sfogatoi” controllati dalle stesse istituzioni partitiche e sindacali.  Chi è in grado di farlo fuggirà all’estero. Chi è costretto a rimanere vivrà allo stato servile, fino a quando non si sarà instaurato un sistema socio-economico rispettoso della proprietà privata e del reddito prodotto attraverso il proprio lavoro, cioè un sistema ispirato allo “anarco-capitalismo”  delineato dall’economista filosofo  rOTHBARD MURRAY.
Altro argomento “zamlap” : EFEMERALIZZAZIONE

SCUSATE SE E’ POCO, PARLO DI ME STESSO-Universo.
NON SOLO COME OPERA D’ARTE,
REALIZZAZIONE SCIENTIFICA e FILOSOFICO COMPIMENTO  COME MONDO
                   ZAMLAPUNIVERSO
( dalla terra dell’immaginazione ai confini della realtà)
Fuller come anello di congiunzione intellettuale tra Zamlap e Dalì. Entrambi questi mondi, Zamlap e Dalì sono “mondi”, creati con l’arte e dall’arte, portati alla luce dalle profonde miniere interiori dello spirito dai “minatori” dell’animo umano: Zamlap e Dalì, accomunati dall’umile mestiere del lavoratore degli abissi. L’artista supera l’opera facendo di se stesso un’opera, è questa la conquista su cui si fonda l’arte moderna. Dalì è il primo a superare il moderno, a capire che non basta all’artista essere la sua prima, principale e forse unica opera a cui conviene dedicare la propria vita. Dalì non fa di se stesso un’opera ma un mondo. Zamlap supera Dalì e fa di se stesso un universo. La differenza tra mondo ed universo è che questo è una pluralità di mondi, è l’insieme maggiore che contiene il minore. La caratteristica dell’UniversoZamlap è che è un universo aperto, dinamico, come quello in cui è inserita la nostra galassia. Accoglie mondi o li respinge ai suoi confini dell’infinito, apre buchi neri da utilizzare come cloaca infernale per seppellirvi i demoni sconfitti ed imprigionati. Probabilmente è questo che ci impedisce di avere un museo Zamlap al pari del museo Dalì. Essendo Zamlap un universo difficilmente per la sua qualità di essere infinito potrà essere racchiuso tra le quattro mura di un museo, se ciò avvenisse sarebbe sempre una rappresentazione finita di quanto è infinito. Il paragone tra Dalì e Zamlap si pone sul piano del finito al confronto con l’infinito. Le opere realizzate da Zamlap difficilmente potranno confinarsi tra gli angoli di un quadro o nelle forme di una statua, in dimensioni tridimensionali illusorie o reali, sono realizzazioni intellettuali fatte di materia spirituale, concetti che vanno percepiti e conosciuti con l’intelletto illuminato dallo spirito, diversamente restano al buio e rimangono nell’inconoscibile, nell’ignoto mistero.  L’<<uovo filosofico>> e lo <<stecchetto da gelato>> di Zamlap-Fuller e la <<cupola geodetica>> di Fuller – Dalì.   Fuller ispirò Dalì ad utilizzare la cupola geodetica nelle sue opere artistico architettoniche. Fuller ha ispirato Zamlap per la realizzazione dello “stecchetto - uovo filosofico” utilizzando la tecnica del riciclo ed il principio fulleriano del “fa di più col meno”: il principio dell'       "efemeralizzazione"
L’uovo cosmico filosofico: l’oro filosofale dallo stecchetto riciclato
Opus intellettuale e spirituale n°Zero  2013 © - L’arte del riciclo e del riciclo ad arte –  Quello che l’artista tocca diventa reliquia del suo passaggio nella materia -  Lo stecchetto di gelato dipinto dall’artista zamlap-concettual-futurista Salvatore Iervolino ( in sintonia spirituale anche con Papa Francesco all’insegna del “pauperismo” applicato all’attività artistica senza voler essere “arte povera” ma arte della povertà come minimo mezzo ) ( non allegato alla presente spedizione  di “art-mail “ che potrete  successivamente acquisire alla Vostra personale collezione di arte contemporanea  da  iniziare  e/o continuare  con  questa opera-zamlap ): Tutto si ricrea – Nulla si distrugge – La metamorfosi del rifiuto toccato dall’arte – L’operazione alchemica del riciclo di materia vile in oro applicata ad uno stecchetto di gelato leccato e ripulito del suo dolce e fresco involucro, utilizzato come opera di invasione intellettuale ed artistica di spazi aulici, accademici, istituzionali e museali, come pacifica, innocua ed inoffensiva  “bomba” anarchica senza alcuno scoppio di violenza, lo stelo di un simbolico fiore senza la sua dolce corolla di dolcezze gelate, un umilissimo “memento mori”,  per invitare a riflettere sull’umile condizione di ognuno quando il tempo ci avrà consumati e ritorneremo ad essere uno “stecchetto” intorno al quale la nostra vita si è sciolta, non sempre come quella di un gelato che regala dolcezza   – Lo sberleffo del  minimo mezzo per il massimo risultato, del semplice sublime al mastodontico complesso, alla superfetazione del nulla, al ridondante marmoreo, alla pleonastica superbia – Il riscatto dell’economico senza valore materiale, attraverso il conferimento del più alto potenziale possibile di ironia sublimata, del gesto “da-da” perfezionato in zamlap, in super-zamlap, da iper-zamlap al sub-zamlap, zam-zam lap-lap, è l’ultimo schiocco della lingua contro il palato dopo aver gustato la dolce polpa di gelato attaccata allo stecchetto di legno – Il termine “zamlap” fu inconsciamente scelto per dare vita artistica e concettuale ad un umile scarto, a quanto resta del piacere di leccare dato alla gola, con l’offerta del suo corpo alla lingua, alle papille gustative, al palato  del fruitore che ne garantisce l’attimo fuggente della dolcezza irripetibile, inconservabile, un packaging di felicità intrasmissibile, se non con la corrispondenza spirituale degli amorosi sensi, sintonizzati sulla stessa lunghezza d’onda della vaghezza dell’io, a liberarsi dell’egocentrismo, per perdersi nell’altruità , consapevoli della propria insignificanza, di fronte alla vita che ci scioglie giorno per giorno, almeno cerchiamo di non essere da meno di un gelato, regaliamo dolcezza.

In questo numero “Zamalp” presentiamo, FULLER Buckminster, un personaggio antesignano  dello “zamlap”, e,  regaliamo “pepite d’oro”,  termini  come MANIFACTURING, Customizzazione di massa, produzione automatica, prototipazione rapida, manifattura additiva = STAMPA 3D ( 3D printing). E’ arrivato ( f o r s e)  il momento  di una nuova rivoluzione industriale. L’innovazione tecnologica è da alcuni decenni ferma, internet è stato inventato nel 1960. Le nostre automobili si muovono ancora con un motore a combustione interna inventato nel 1876. Il treno è un dinosauro tecnologico e l’aereo di linea più innovativo, il Concorde, è stato ritirato dai cieli nel 2003. In medicina si è fermi agli anni ’70. Personaggi come Fuller ci possono offrire spunti per affrontare proficuamente la prossima rivoluzione industriale spinta da questa nuova ondata tecnologica, provocata dalla “manifattura additiva” – Stampa 3D. Altri nomi possono solleticare la nostra curiosità: la macchina di Santa Claus di Ted Taylor, il “riproduttore universale” immaginato da Gene Roddenberry della serie televisiva “Star Treck”, John von Neumann, Feynman, Drexler, Joh Storrs Hall, Peter H.Diamandis, Steven Kotler, Erik Bryonjolfsson, Andrew McAfee.  BARAK OBAMA il presidente degli USA ha già fiutato le potenzialità e le opportunità di questa nuova ondata tecnologica, ne parlò nel discorso sullo stato dell’Unione del 2013. In Italia? Il Paese è soffocato da una piovra burocratica che con la tassazione più alta al mondo rastrella tutte le risorse monetarie che potrebbero essere destinate ad iniziative imprenditoriali e produttive. Ormai l’Italia è un paese balcanizzato, come quelli governati dall’Impero Ottomano, lobotomizzato dalle televisioni berlusconiane e dalla tivù di Stato, paralizzato dalla paura di perdere quanto ancora ha, intimidito dalla presenza massiccia di extracomunitari, dalla microcriminalità, dalla mafia, dalla inefficienza delle tutele giuridiche, sociali ed economiche, stordito da una crisi economica fatta di stagnazione e deflazione. Per i prossimi dieci anni è meglio costruirsi un futuro fuori da questo Paese. Non a caso gruppi industriali come la FIAT hanno sede legale e fiscale fuori dall’Italia. Le soluzioni ai problemi italiani non potranno mai venire dal mondo della scienza accademica e dai superburocrati. Questi sono esperti di sapere obsoleto e conservatore  o si trovano in conflitto di interessi con le soluzioni che devono adottarsi per uscire dalla crisi ed evitare il baratro della bancarotta del sistema politico, economico e sociale.  Abbiamo tanti “schettino” al comando nella stanza dei bottoni.  E’ stata selezionata una classe dirigente assolutamente inadeguata. Le famiglie hanno pensato di dare ai propri figli una casa ed hanno trascurato di impartirgli una seria istruzione e preparazione professionale. Ci ritroviamo un popolo di ignoranti, di cretini, di buoni a nulla. 

Sei una coop e non lo sai
l’ inferno agiato
La società contemporanea è un inferno, per alcuni agiato, fornito di ogni confort, per altri, perfino, disagiato. La differenza è nella maggiore o minore agiatezza ma per tutti resta un inferno. E’ la conclusione di una conversazione occasionale. Può essere una consolazione. C’è anche l’inferno senza alcuna comodità. Quello del Terzo Mondo, non necessariamente in luoghi lontani, si trova anche svoltato l’angolo, sotto casa, dietro la porta del nostro vicino che ha perso il lavoro, si è separato, ha un figlio drogato o un ammalato di Alzheimer. Le criticità dell’esistenza possono farci perdere l’agiatezza e finiamo a vivere nell’inferno
scomodo, anticipazione di quello nell’al di là, dove è notorio non c’è acqua corrente, è impossibile lavarsi i denti e cambiare la biancheria intima, l’aria condizionata è proibita, un caldo infernale dura tutto l’anno anche per quelli finiti ibernati con gli arti inferiori. La gente non cerca vie d’uscita, la situazione è accettata, a patto che riesca o abbia almeno la possibilità di procurarsi tutte le comodità, offerte dalla moderna tecnologia. Un indizio di questa fiduciosa accettazione dell’inferno è la rinunzia a qualsiasi etica e valore morale. Pur di avere tutto ciò che si desidera si vende facilmente l’anima ai diavoli che mai come oggi fanno grandi affari.  I Tribunali per minorenni si occupano prevalentemente di minori che hanno rubato un telefonino. L’Italia si distingue per essere geograficamente disomogenea, al Sud l’inferno è meno agiato, i servizi pubblici sono scadenti o del tutto assenti, la Sanità uccide di più, la sporcizia è endemica, l’inquinamento maggiormente radicato ed esteso. Il sole, il mare, l’azzurro del cielo distraggono la gente del meridione dall’inferno  scomodo e picaresco che li circonda, la gioventù si lascia andare ad una sorta di anarchica ignoranza delle regole e delle buone maniere, accetta e peggiora la situazione oppure scappa. Neppure i vip stanno in paradiso. Basta sfogliare un giornale di gossip e ci si rende conto che i vip sguazzano in un inferno dorato fatto di noia, di corna, di sciatta banalità, sono inseguiti dall’agente delle tasse, vivono con la paura di essere derubati delle loro ricchezze, quando il campanello di casa suona all’alba tremano al pensiero che abbiano scoperto i loro crimini, di finire in carcere e restarci fino a quando costosissimi principi del foro non li tirano fuori. All’approssimarsi dell’estate, i settimanali di gossip  ci informano che sono alle prese con la cellulite e la pancetta d’estate, come tutti i comuni mortali, cambiano amanti, fidanzate, mogli e mariti, qualche volta figli, lasciano i propri e vanno in giro con quelli degli altri. Spesso è una rappresentazione voluta, fatta ad arte, per mostrare che non c’è differenza tra i vip e la gente comune, chi sta in alto è uguale a quello in basso, il potente e l’uomo della strada sono separati solo dal diverso ruolo, per il resto si equivalgono, vivono nello stesso inferno.  Anche il Papa si è messo in fila alla mensa vaticana insieme ai dipendenti, si presenta come uno di noi, sta sulla stessa barca, o, meglio nello stesso inferno, forse con qualche agio in più. L’uomo della strada percepisce questo come una rassicurante eguaglianza, mal comune mezzo gaudio, è ovvio, “la coop sei tu”. I delitti efferati sempre più frequenti, in prevalenza di mariti che ammazzano moglie e figli, sono percepiti come tragici tentativi di evadere dall’inferno con il risultato di finire dentro ad uno peggiore. Mescolarsi agli altri ed accettare l’inferno per renderlo migliore, sembra il misero obiettivo del nostro tempo, come sul muro della “Casa di Giulietta” a Verona la traccia del proprio amore si confonde e si perde con quella degli altri come sottoscrizione del patto.

I POLITICI ed IL C…
 continuiamo a restare piegati a 90°
L’anarco-capitalismo (MURRAY)  può essere una via d’uscita da questa democrazia delle burocrazie predatoria e parassitaria

Hanno quell’arietta furba di chi ha scoperto come è buono il formaggio con le pere e non bisogna farlo sapere al contadino, zitti-zitti e confusione, è nella confusione che si imbroglia l’imbroglio per imbrogliare lo sbroglio. La malizia volpina brilla nello sguardo lampeggiante delle nuove leve della politica, alcuni dei vecchi hanno l’occhio appannato dalla sazietà, le narici dilatate dalla cocaina, le guance molli dell’accidioso appagato, le rughe intorno alla bocca e le borse sotto gli occhi del lussurioso insonne, hanno fatto indigestione di formaggio ma non lasciano il posto a tavola, si stringono un po’, fino a quando non li cacciano, nessuno lascia di spontanea volontà. Il contadino sospetta che gli fottono il formaggio ma non intravede un rimedio e almeno tenta di salvare le pere. Una classe dirigente trasformata in classe digerente, cioè in burocrazia che digerisce tutto, salita dal basso, senza alcuna qualità, spesso amorale, senza intelligenza se non la furbizia di stare attenti al vento e non posizionarsi controcorrente.  Dario Fo’. al tg1 - ore 20,20 - del 22/6/2014,  ha dichiarato: “ In politica le alte sfere non esistono più. ” Se ne deduce che sono rimaste solo quelle basse, i coglioni. Non è invidia proletaria se riflettiamo sul fatto che questi “coglioni” sono remunerati con stipendi d’oro, uno sproposito, sono i “coglioni” meglio pagati al mondo. Come è possibile? Solo dei “coglioni” possono pensare di poter mantenere un tale livello di redditività per la loro nullità. Sono poggiati su una bolla che li ha portati in cielo. Le bolle sono destinate a scoppiare in alto e le cadute a bucare le nuvole. Si sono preparati  l’atterraggio morbido, almeno credono, altri prima di loro hanno fatto di peggio e l’hanno fatta franca, sperano anche questa volta di cadere in piedi .

Non cambierai mai le cose combattendo la realtà esistente. Per cambiare qualcosa, costruisci un modello nuovo che renda la realtà obsoleta." Buckminster Fuller   - Alternative e soluzioni da :  BUCKMINSTER FULLER ( fa di più con meno)   rOTHBARD MURRAY ( AnarcoCapitalismo - giusnaturalismo)  
Zamlap si interessa del pensiero di Fuller e Murray. Sono stati degli zamlap-Man (ZM), hanno anticipato le nostre concezioni, il nostro modo di agire, la nostra visione del mondo, della politica, dell’economia e della società. Sono uomini di pensiero e di azione che lo zamlap-Man non può ignorare. Il nostro interesse non è mai teorico, deve ingravidare l’azione, farla figliare, come il toro da monta fa con le giovenche, deve produrre mandrie di vitelli per popolare i pascoli della praterie immaginarie. Lo zamlap-Man non è un teorico ma un pratico pragmatico, è di indole romana, non si siede sulla cattedra ma sale in sella, non è un uomo seduto ma in viaggio,  ha lo sguardo rivolto all’orizzonte. Anche quando scrive,  lo spirito è quello  dell’agricoltore,  è un contadino che traccia il solco nella a pagina bianca per piantare il seme del pensiero e far nascere il frutto dell’azione. Lo zamlap-Man agisce per centrare il bersaglio che non è quello statico del tiro a segno che si trova nel Luna-Park per divertire bambini e papà ma quello mobile della preda nelle boscaglie, nelle foreste, della jungla, questo è il mondo dove agisce lo ZM, preda e bersaglio coincidono per ragioni di giustizia, per l’etica dell’azione e la moralità del soldato di fede che esige di combattere per la buona battaglia. BUCKMINSTER FULLER  è uno dei “nostri”, la sua è stata una vita “zamlap”: nasce nel 1895 negli USA, muore a Los Angeles nel 1983. Non ebbe vita facile. A 12 anni perse il padre. Trascorse la giovinezza in una fattoria, su un'isola poco lontano dalle coste del Maine. In gioventù si dedicò a  realizzare oggetti in legno e  sperimentò idee per costruire  piccole barche a propulsione umana. Lesperienza traumatica del lutto alla fine dell’infanzia e all’inizio dell’adolescenza, la perdita della figura paterna, sicuramente affrettò il processo di maturazione in un soggetto già predisposto ad una visione creativa della propria esistenza. Gli anni dell’infanzia e della pre-adolescenza sono fondamentali per la formazione dell’individuo, è questo il periodo della nostra vita in cui riceviamo l’imprinting dall’ambiente dove ci troviamo a vivere, veniamo calati nella forma. Fuller trascorre la pubertà e l’adolescenza in una fattoria, quindi, in un ambiente “concreto”, entra in contatto con la concretezza dell’esistenza, sperimenta le regole della natura che l’agricoltore, l’allevatore deve conoscere e rispettare, con le quali non si può barare. Conseguì una qualifica di operatore di macchine e  imparò a lavorare su numerose macchine utensili per la lavorazione delle lamiere.  Frequentò la Milton Academy in Massachusetts ed in seguito  l'Università Harvard, ma ne fu espulso due volte: la prima, per aver dato spettacolo davanti ad un intero corpo di ballo e la seconda volta per la sua "irresponsabile mancanza di interesse". Non si adattò mai all'ambiente delle cosiddette "fratellanze universitarie", tipiche di alcune università americane. Durante il periodo estivo degli studi alla Harvard, lavorò in Canada come meccanico in una filanda, e come meccanico in una ditta di inscatolamento.. Emblematico della personalità “zamlap” di Fuller è questo rifiuto reciproco dell’ambiente accademico. L’espulsione dall’Università di Harvad conferma l’approccio “zamlap” anti-accademico, anti-dogmatico, anti-retorico di Fuller alla conoscenza, allo apprendimento, al sapere cattedratico riguardo al quale mostra “disinteresse” che l’istituzione accademica valuta come “irresponsabile” . E’ questa la tipica reazione della superbia istituzionale che si avvale del potere burocratico per dare forza alla propria ignoranza. Fuller non cerca alcun riconoscimento da parte della burocrazia istituzionale, va per la sua strada, non ha bisogno della “strada” che gli offre il “sapere” costituito,   lo può fare perché ha il coraggio di “uccidere il suo maestro”, l’istituzione universitaria. . Durante il periodo estivo degli studi alla Harvard, lavorò in Canada come meccanico in una filanda, e come meccanico in una ditta di inscatolamento.   Fuller trova più interessante lavorare in una filanda e in una fabbrica di inscatolamento che frequentare l’Università. Capisce che è la natura ad essere “maestra” e a dare all’uomo la “materia” per esercitare la sua funzione di “homo faber”. Fuller comprende il ruolo dell’uomo nel Creato: quello di essere “faber” , di trasformare con la propria azione guidata dall’ingegno la “materia” che la natura ci mette a disposizione. Ha dimostrato di avere uno sguardo  “zamlap” sul mondo. Questo gli consentirà di comprendere che per agire sulla “materia” da “faber” bisogna conoscerla sia per collegarla all’uso che vogliamo farne sia per applicare ad essa la tecnologia necessaria a lavorarla per renderla idonea all’uso stabilito. La “scienza ( conoscenza) dei materiali” è la base per applicare alla loro trasformazione la tecnologia meglio appropriata alla loro trasformazione finalizzata alla creazione di utilità per soddisfare le nostre esigenze.  La vita di Fuller è stata caratterizzata da eventi tragici, luttuosi. Nel 1917 si sposò con Anne Hewlett e partì per la Prima guerra mondiale entrando nella Marina Militare. Servì come operatore radio di bordo, come editor di giornali e come comandante di una nave soccorso. In seguito tornò alla ditta di inscatolamento di carni, dove aveva operato ai macchinari ed acquisì la qualifica di manager. Negli anni '20 fondò la Stockade Building System insieme al suocero, per produrre case leggere, impermeabili e antincendio. La compagnia fallì. Nel 1927 a 32 anni, in bancarotta e disoccupato, a Chicago, vide sua figlia Alexandra morire di polmonite. Da essi, Fuller è riuscito a ricavare energie ed esperienze positive, di intensità tale da conferire un impulso creativo alla sua esistenza. Fuller ha dimostrato di possedere una delle capacità “zamlap” fondamentali: ricavare bene dal male, trarre il positivo dal negativo, vedere quanto di bene ci può essere nel male, rialzarsi dalla caduta più forte, superare il fallito più motivato.  La responsabilità lo spinse a bere e a contemplare il suicidio. All'ultimo momento, per spersonalizzare la sua sofferenza, decise di trasformare la sua vita in "esperimento", "usata per scoprire cosa un singolo uomo può fare per cambiare il mondo e beneficare l'umanità intera". Fuller dimostra di avere un’altra qualità “zamlap”: l’umiltà di ripartire dal “piccolo”, la pazienza di ricominciare dal primo passo.  Fuller accettò un incarico in un piccolo college in North Carolina. Lì sviluppò il concetto di cupola geodetica. Progettò il primo edificio a cupola, estremamente leggero, ma "in grado di sostenere il proprio peso", senza apparenti utilizzi pratici. Il Governo capì l'importanza del progetto ed assunse Fuller per costruire cupole per le installazioni dell'esercito. Vennero costruite migliaia di queste cupole in pochi anni.            
FULLER
1)  conoscenza nell'uso dei materiali e delle tecnologie necessarie a lavorarli;
2)  spersonalizzare la sofferenza, trasformare la vita in "esperimento;
3)  scoprire cosa un singolo uomo può fare per cambiare il mondo e beneficare l'umanità intera;
4)  fonti rinnovabili, come l'energia solare ed eolica;
5)   costruzioni in carta e cartone;
6)  esplorazione della natura per inventare nuove soluzioni di design;
7)  comprensione, ricerca e scoperta, essere un pioniere;
8)  sguardo omnicomprensivo al mondo finito;
9)  pensare "fuori dagli schemi" e mettere in dubbio le concezioni finora date per scontate;
10)  cambiamento: costruire un modello nuovo che renda la realtà obsoleta;
11) possibilità infinite per migliorare gli standard di vita;
12) ridurre gli scarti;
13) il principio dell' "efemeralizzazione" : "fare di più con meno;
14) la ricchezza può essere aumentata riciclando le risorse in prodotti nuovi e di maggior valore;
15) miniaturizzazione degli oggetti e degli strumenti;
17) efficienza energetica e dell'uso razionale dei materiali;
19) dalla economia competitiva all’economia cooperativa;
20) L'egoismo non è necessario...non è razionalizzabile...la guerra è obsoleta;
21)    ogni litro  di petrolio consumato costa al pianeta oltre      300.000 dollari per essere prodotto;
22)    il consumo per il trasporto di pendolari una perdita secca in confronto ai guadagni generati;
23)    il progresso è stato curare malattie un tempo letali e viaggiare a prezzi ridotti;
24)    geometria analitica. L’universo è composto da matrici di tetraedri;
25)    il sonno polifasico;
26)    cupole geodetiche;
27)    Dymaxion Car - Dymaxion Map - Dymaxion House
28)     Dymaxion Chronofile : cronologia documentata della vita come progetto.
Per ricavarne qualche lezione di vita-zamlap vale la pena di leggere ancora qualcosa su BUCKMINSTER FULLER (liberamente tratto da Wikipedia)  :  I successivi 50 anni di Fuller sono documentati con cura in 28 "Diari": sono gli anni in cui crea le sue principali invenzioni nel campo dell'edilizia, del trasporto e delle costruzioni. …..investì nello sviluppo della Dymaxion Car. Fuller credeva che la società umana si sarebbe presto approvvigionata di energia principalmente da fonti rinnovabili, come l'energia solare e eolica. Fuller ottenne 25 brevetti, e numerosi dottorati onorari. Il 16 gennaio, 1970 ricevette la Medaglia d'Oro dall'American Institute of Architects. Il 23 febbraio 1983 fu premiato con la Medaglia presidenziale della libertà dal Presidente Reagan[1]. Morì a 88 anni, mentre sua moglie era in coma per un cancro. Durante una visita in ospedale si alzò di colpo esclamando "Sta stringendomi la mano!". Lo sforzo gli causò un attacco cardiaco, e morì un'ora dopo. Sua moglie lo seguì 36 ore più tardi. Maggiori progetti : Cupole geodetiche …..La loro costruzione si basa sull'estensione di alcuni principi base dei solidi semplici, come il tetraedro, l'ottaedro e solidi con numero di facce maggiore che possono considerarsi approssimazione della sfera. Le strutture così concepite sono estremamente leggere e stabili. La cupola geodetica è stata brevettata nel 1954, ed è stata una parte fondamentale del processo creativo di Fuller teso all'esplorazione della natura per inventare nuove soluzioni di design. Costruzioni in carta e cartone Negli anni cinquanta, Fuller intuì le potenzialità della carta e del cartone come materiale da costruzione, anticipando di 40 anni le innovative applicazioni di Shigeru Ban : Fuller utilizzò la carta nel brevetto del sistema delle Paperboard Domes, cupole geodetiche destinate a fornire alloggio ai fanti dei Marines[2]. La piena applicabilità dell'idea sottesa alle Paperboard Domes dovette confrontarsi con le criticità legate alla scarsa idrorepellenza dei materiali, che Shigeru Ban poté superare avvalendosi di vernici poliuretaniche. Nel 1954 a Milano nel giardino Sforza Fuller espose un'innovativa cupola in cartone colorato di arancione, dal diametro di 10 metri, per un peso di 600 kg, involucro esterno di un'abitazione unifamiliare di circa 95 m2. Montata sul posto con l'ausilio di pochi utensili, si aggiudicò il Gran Premio alla Triennale milanese. Automobili Precedentemente Fuller aveva progettato e costruito diversi prototipi di automobili, con l'obiettivo di realizzare mezzi più sicuri, aerodinamici e veloci. Dymaxion Car

Dymaxion Map

Un'altra delle idee di Fuller fu la Dymaxion Map, una rappresentazione della Terra pensata per ridurre al minimo la distorsione dovuta alla proiezione in pianta piana di una superficie sferica.
Dymaxion House
La Dymaxion philosophy fu portata anche in edilizia, con la Dymaxion House, una casa ad alta efficienza energetica che non entrò mai in produzione. Una delle case così costruite da Fuller è in esposizione permanente presso l'Henry Ford Museum di Dearborn, Michigan. Progettata negli anni quaranta questo prototipo è una struttura sferica (non una cupola), sagomata similmente alla campana delle meduse. Per ridurre il consumo d'acqua era dotata di una doccia a nebbia sottile, e conteneva anche altre innovazioni funzionali nel mobilio e nell'impiantistica, come la cupola superiore rotante per sfruttare i venti naturali per il condizionamento. La struttura della casa era progettata per essere consegnata in due contenitori cilindrici, mentre gli arredi si sarebbero potuti acquistare dai rivenditori locali.

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Il Padiglione Americano alla "Expo 67", disegnato da R. Buckminster Fuller
Pensata per la prima volta negli anni venti e sviluppata a Wichita (Kansas), la casa era leggera, estremamente economica, facile da montare e particolarmente adatta all'utilizzo in climi ventosi: nel pensiero di Fuller doveva essere prodotta dalle stesse industrie che avevano prodotto gli aerei della Seconda guerra mondiale. Dal look ultramoderno, con struttura in alluminio e coperture in acciaio, richiedeva solo 90 metri quadrati di spazio per l'installazione nella sua versione base. Nonostante i numerosissimi ordini derivanti dal boom post-bellico, la casa non venne mai prodotta a causa del fallimento dell'azienda dovuto a politiche interne. Buckminster Fuller aveva come priorità la comprensione, la ricerca e la scoperta, desiderava essere un pioniere. La sua intera opera può essere vista come una grande e nobile scommessa. Risultati pratici Sebbene un buon numero di progetti di Fuller non raggiunsero mai il successo industriale e di pubblico, alcuni ancora esistono.  Molte cupole geodetiche sono state costruite e sono ancora in uso: secondo il Buckminster Fuller Institute oggi ne esistono di diametro superiore ai 200 metri. Le principali si trovano in Giappone e Stati Uniti.

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Spoletosfera
In Italia e precisamente all'ingresso sud di Spoleto c'è una cupola geodetica opera di Fuller, donata alla città nel 1967 e chiamata Spoletosfera. Il 21 dicembre del 2008, grazie all'idea dell'architetto spoletino Giorgio Flamini e all'intervento dei fratelli Zefferino e Maria Flora  Monini, la cupola è stata dotata di un sistema di illuminazione affatto invasivo e formato da circa 105.000 luci a LED bianche che la rendono "viva" anche nelle ore di buio facendo diventare l'opera di Fuller uno dei simboli della città. Le strutture geodetiche non ebbero il successo previsto da Fuller nel mercato delle abitazioni, soprattutto a causa della difficoltà nell'adattarvi strutture pensate per case tradizionali (finestre, impianti elettrici, camini), e soprattutto per la non convenzionalità della forma. Il grande merito di Fuller fu quello di spingere un'intera generazione di studenti e professionisti a pensare "fuori dagli schemi" e a mettere in dubbio le concezioni finora date per scontate. Fuller ispirò altri designer e architetti come Norman Foster e Steve Baer che portarono avanti lo studio delle costruzioni in forme innovative diverse dai classici rettangoli.
Filosofia e visione del mondo….Fuller ispirò l'umanità e la spinse a dare uno sguardo omnicomprensivo al mondo finito in cui viviamo e alle possibilità infinite per migliorare gli standard di vita all'interno di esso. Volendo ridurre gli scarti, Fuller esplorò e propose il principio dell' “efemeralizzazione" — che in parole semplici significava "fare di più con meno". La ricchezza può essere aumentata riciclando le risorse in prodotti nuovi e di maggior valore, e i prodotti più sofisticati avrebbero richiesto minor materiale per la produzione. Nella realtà questo modello di sviluppo si è parzialmente avverato con la miniaturizzazione degli oggetti e degli strumenti. Fuller fu uno dei primi a propagare una visione del mondo sistemica, (cfr. Operating manual for Spaceship EarthSynergetics) ed esplorò i principi dell' efficienza energetica e dell'uso razionale dei materiali. Considerando il ciclo di lavorazione e utilizzo del petrolio dal punto di vista del "budget energetico planetario", derivante principalmente dalla quantità di raggi solari ricevuti dal pianeta, Fuller ha calcolato che ogni litro di petrolio consumato costa al pianeta oltre 300.000 dollari per essere prodotto. In particolare identificava il consumo per il trasporto di pendolari una perdita secca in confronto ai guadagni generati. Era particolarmente interessato alla sostenibilità e al tema della sopravvivenza della razza umana con l'attuale sistema socio economico e, nonostante le critiche, era profondamente ottimista sulle prospettive dell'umanità, anche durante il periodo della Guerra Fredda. Secondo Fuller, con l'evoluzione delle conoscenze avvenuta negli anni settanta e il crescente sfruttamento delle risorse naturali, si sarebbe passati da una economia competitiva ad un'economia cooperativa e la guerra non sarebbe stata necessaria. "L'egoismo", dichiarò, "non è necessario, e non è razionalizzabile... la guerra è obsoleta...". Avendo assistito al principale periodo di progresso tecnologico dell'umanità, che permetteva di curare malattie un tempo letali e di viaggiare a prezzi ridotti, Fuller disse che l'umanità "è composta da 4 miliardi di miliardari". Oltre al vasto studio sui grandi concetti filosofici dell'umanità, le intuizioni più importanti di Fuller riguardarono la geometria analitica. Affermò che l'universo fosse composto da matrici di tetraedri. Sviluppò questo concetto in diversi modi, dall'approssimazione delle sfere con altri solidi alla stabilizzazione degli oggetti nello spazio tramite tiranti.
Curiosità:  Fuller era amico dell'artista di Boston Pietro Pezzati. Sperimentò con il  sonno polifasico.  Un nuovo stato allotropico del carbonio, quello dei (fullereni), e una particolare molecola di quell'allotropo (buckminsterfullerene) hanno ricevuto il suo nome. Tale stato ed il suo nome, è legato al fatto che il carbonio a livello molecolare assume in natura, nei fullereni, una struttura cava, sferica o cilindrica, del tutto analoga alle sue strutture. In epoca di Guerra Fredda furono installate numerosissime cupole geodetiche di protezione alle grandi antenne Radar del "NORAD" in zone artiche; le cupole erano standardizzate al massimo per essere installate da personale non specializzato in zone impervie ed in condizioni atmosferiche estreme, in due o tre giorni. Quando a commemorazione ne venne installato un esemplare in un parco urbano negli Stati Uniti ci vollero tre mesi per problemi amministrativi e sindacali. Il 12 luglio 2004, l'United States Post Office rilasciò un francobollo commemorativo nel 50º anniversario del brevetto della cupola geodetica e nel giorno del suo 109º compleanno. Il gruppo rock belga dEUS ha inciso nel 2008 "The Architect", canzone evidentemente ispirata alla vicenda di Fuller. Fuller documentò la sua vita ogni 15 minuti dal 1915 al 1983. Chiamò questi documenti "Dymaxion Chronofile", come naturale cronologia della sua vita come "progetto". Si ritiene che la sua sia la vita maggiormente documentata della storia. ( da Wikipedia).

ROTHBARD MURRAY
( liberamente tratto da Wikipedia)
ANARCO-CAPITALISMO


« Jus naturale est libertas, quam habet unusquisque potentia sua ad naturae suae conservationem suo arbitrio utendi, et per consequens illa omnia, quae eo videbuntur tender, faciendi.[7] »


« Il diritto di natura, che gli scrittori chiamano comunemente jus naturale, è la libertà che ciascuno ha di usare il proprio potere a suo arbitrio per la conservazione della sua natura, cioè della sua vita e conseguentemente di fare qualsiasi cosa che, secondo il suo giudizio e la sua ragione, egli concepisca come il mezzo più idoneo a questo fine.[8] »
(Thomas Hobbes, Leviatano, capitolo XIV.)
1)     Lo sviluppo cumulativo dei mezzi di scambio sul libero mercato è il solo modo in cui il denaro possa essere stabilizzato.
2)    il governo è incapace di creare denaro per l'economia; ciò può solo essere sviluppato tramite i processi del libero mercato.
3)   Eliminazione dell’istituzione STATO sostituita dalla nascita spontanea di ordini policentrici basati sulla proprietà privata e il libero mercato.
4)   individualismo metodologico : Gli atti umani sono decisioni - L'uomo preferisce il tanto al poco - L'uomo preferisce ricevere più presto che tardi -  Ognuno cerca benefici per sé ex ante.
5)   Il nemico principale è il socialismo: l’intervento dello Stato nell’economia.
6)   Principio di non-aggressione: proprietà assoluta del proprio corpo e dei frutti del proprio lavoro intesa come diritto intoccabile,
7)   Radicale individualismo – giusnaturalismo ( dottrina del diritto naturale : Cicerone, San Tommaso d’Aquino, Grozio, Radbruch )  – libero mercato
8)     le tasse : un furto legalizzato; la coscrizione : una schiavitù moderna; le guerre tra Stati: terrorismo;
9)     eliminazione di qualsiasi obbligo di cura.
10)   Nel saggio The ethics of liberty : Rothbard sostiene il diritto a trattenere il 100% dei propri sforzi e della proprietà, come unico principio compatibile con l'etica universale e il codice libertario;
11)   immoralità dello Stato
  Anarco-capitalismo:  “Capitalismo è la piena espressione di anarchismo e anarchismo è la piena espressione di capitalismo. »
Murray Newton Rothbard (New York, 2 marzo 1926  New York, 7 gennaio 1995) è stato un     economista, filosofo, politico, giornalista, storico e teorico giusnaturalista statunitense, nonché un autore prolifico e un vero e proprio emblema del libertarismo americano.
. In Power and Market, proprio Rothbard fu il primo autore a dividere l'intervento statale in economia in tre tipi:
1.     Autistic intervention (intervento autistico)
2.     Binary intervention (intervento binario)
3.     Triangular intervention (intervento triangolare)
Si può quindi certamente considerare l'autore americano come uno dei più influenti e importanti esponenti della scuola austriaca.
Rothbard pubblicò le basi morali della sua teoria in "For a new liberty" (1972) e in "The ethics of liberty" (1982); per quanto riguarda la pura teoria economica il libro più importante è sicuramente "Power and market" (1970). A detta di molti il libro più completo, la summa del pensiero rothbardiano, è certamente "The ethics of liberty".  In queste opere possiamo trovare il punto più alto del pensiero anarco-capitalista, ossia giustificazioni morali di tale assetto (con conseguente immoralità dello Stato), codice morale che dovrebbe essere la base di tale società, fino all'efficacia del sistema capitalista senza interventi statali, anche in settori ritenuti comunemente monopoli naturali, come giustizia e protezione. In "The ethics of liberty" Rothbard sostiene il diritto a trattenere il 100% dei propri sforzi e della proprietà, come unico principio compatibile con l'etica universale e il codice libertario.
Proprio da questa teoria della proprietà, ossia proprietà assoluta del proprio corpo e dei frutti del proprio lavoro intesa come diritto intoccabile, nacque il cosiddetto assioma di non aggressione. Rothbard arrivò a definire le tasse come un furto legalizzato, la coscrizione come la schiavitù moderna e le guerre di Stati come terrorismo, inoltre si oppose a qualsiasi obbligo di cura. Bisogna anche sottolineare l'esistenza di un'altra visione dell'anarco-capitalismo, una visione utilitaristica, data da David Friedman. Questa visione gradualista, prevede prima l'accettazione da parte dell'intera società del codice legale libertario, successivamente un processo di privatizzazione dei settori controllati dallo Stato, fino ad arrivare alla privatizzazione del diritto, quindi all'abolizione dello Stato stesso (teoria esposta in The machinery of freedom1973). A detta di Rothbard la prima teorizzazione in epoca moderna dell'anarco-capitalismo la possiamo trovare in De la production de la sécurité (in inglese, 'The Production of Security'), un'opera di Gustave de Molinari, pubblicata nel 1849Tattiche: Rothbard criticava aspramente il "delirante nichilismo" dei left libertarian, ma allo stesso tempo criticava i right libertarian che si accontentavano della sola educazione per abbattere lo Stato. Rothbard riteneva necessario che i libertari, per ottenere la tanto agognata libertà, debbano utilizzare tattiche che non rientrano nella moralità comune, ma certamente di sicuro effetto, ovviamente che non trasgrediscano le norme morali libertarie. Punizione e proporzionalità Merita certamente un capitolo a parte la teoria "giudiziaria" libertaria, in special modo dal punto di vista rothbardiano. Partendo dal già citato assioma di non aggressione, Rothbard e il libertarianismo ritengono che la punizione per l'aggressore sia la perdita proporzionale di diritti inflitta alla vittima, vediamo cosa implica nella pratica.
Innanzitutto il principio di proporzionalità chiarisce quale sia la massima pena, che non necessariamente sarà quella inflitta. Infatti nella società libertariana vi saranno solo due parti in causa, la vittima e il presunto aggressore, in quanto non esisterebbero reati contro una presunta società, di conseguenza sparirebbero figure come il Procuratore della Repubblica. In breve si può dire che il principio di proporzionalità deciderebbe la pena sanzionabile massima, sarà poi la vittima o i suoi eredi a decidere la pena da attuare, ovviamente entro i limiti dati, come potrebbe decidere di commutare la pena in un'ammenda.In pratica la pena non avrebbe scopi di deterrenza o reinserimento come oggi, ma fungerebbe semplicemente da risarcimento.
In merito alla pena di morte Rothbard scrisse:
« Dovrebbe quindi essere chiaro che, secondo il diritto libertariano, la pena capitale dovrebbe essere rigorosamente limitata alla punizione dell'omicidio. Infatti un criminale può perdere il proprio diritto alla vita soltanto se ha privato una vittima dello stesso diritto. Non sarebbe ammissibile , quindi, che il negoziante giustiziasse il ladro di caramelle condannato. »
(The Ethics of Liberty, 1982)
Critiche verso Keynes e Bentham :Rothbard fu un fervente critico nei confronti dell'importante economista inglese John Maynard Keynes e della sua politica economica che prevede una forte influenza statale.
Economisti e mercato
Un intero capitolo di "Power and market" venne dedicato da Rothbard al ruolo dell'economista nella vita pubblica. Sottolineò le differenze di funzioni che esistono tra gli economisti in un'economia di mercato libero, e gli economisti in una società caratterizzata da un mercato ostacolato da interventi statali.  Alla domanda "Che ruolo svolge un economista in una società caratterizzata da un libero mercato non ostacolato da interventi statali?", Rothbard rispose così: "L'economista potrà cercare di spiegare i funzionamenti dell'economia di mercato (compito importante, specialmente se rivolto a persone non conoscitrici dell'argomento, le quali considerano il mercato, erroneamente, un caos assoluto), ma non potrà fare altro."    
Murray Rothbard fu sicuramente un autore molto eclettico, le sue pubblicazioni spaziano dalla teoria economica, alle teorie sociali fino all'etica, e certamente ebbe molta influenza e molto carisma sui suoi studenti (ovviamente non solo scolastici), i quali oggi sono diventati i maggiori esponenti dell'anarco-capitalismo nel mondo. Tra essi dobbiamo certamente menzionare Hans-Hermann HoppeDavid FriedmanLew RockwellJustin RaimondoWalter BlockSamuel Edward Konkin III e l'italiano Carlo Lottieri.
Allo stesso tempo bisogna sottolineare gli autori che ebbero maggiore influenza sulla crescita culturale di Murray Rothbard. Tra questi troviamo da un punto di vista filosofico AristoteleTommaso d'AquinoLaozi e John Locke,certamente dal punto di vista economico troviamo i liberali francesi del XIX secoloGustave de Molinari eFrédéric Bastiat su tutti, per arrivare ai veri e propri maestri di Rothbard, ossia gli economisti austriaciCarl MengerEugen von Böhm-Bawerk e ovviamente Ludwig von Mises. ( da WIKIPEDIA



Questi scienziati hanno individuato in anticipo le conseguenze prodotte dalle burocrazie statali parassitarie. La collettività viene asservita, in maniera subdolamente progressiva, con regole aventi forza di legge. La conseguenza è che i soldi dalle tasche dei contribuenti finiscono a vantaggio delle burocrazie, delle aziende statali, dei fornitori e appaltatori di opere e servizi  pubblici senza alcun beneficio, o, addirittura, a danno per i cittadini, o, nella migliore ipotesi, con benefici minimi.  Questo sistema è definito democratico ma è il più grande imbroglio politico della Storia, si fonda sulla delega della rappresentanza e degli interessi. La soluzione è dare più spazio alla democrazia diretta, attraverso i referendum propositivi, all’autogestione degli interessi collettivi. Oggi la tecnologia informatica lo rende possibile con costi limitati. Va riaffermato il diritto di proprietà del cittadino sui propri beni e sul proprio reddito. Attraverso l’imposizione fiscale e la tassazione capillare si è realizzata un’espropriazione di fatto dei beni dei cittadino, il sostanziale svuotamento dei diritti di proprietà. Si è verificata una espropriazione ancora più grave e perniciosa quella del diritto al lavoro, a guadagnarsi da vivere con la propria attività. Lo Stato e il suo sistema burocratico hanno preso il controllo di qualsiasi attività lavorativa sottoponendola ad autorizzazioni e controlli. Proponiamo l’analisi del pensiero di Fuller, Murray e Leoni per trovare le soluzioni alla grave situazione politica, economica e sociale in cui oggi ci ritroviamo. Dalla lettura della loro biografia possiamo ricavare spunti importanti, esempi ed intuizioni da applicare sia a livello individuale che sociale, politico ed economico, per trovare soluzioni ai nostri problemi personali e sociali, per sollecitare intuizioni pratiche da applicare alla realizzazione di noi stessi, per migliorare la nostra attività attraverso una giusta visione della realtà e porre in essere il comportamento più adatto ad affrontarla e dominarla per raggiungere i fini e gli scopi del nostro agire.



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