L’INFERNO DI KOND
( Prima parte: Ridere come un gallo!)
Solenne
e paffuto, Buck Mulligan comparve dall’alto delle scale, portando un bacile di
schiuma su cui erano posati in croce uno specchio e un rasoio................e
il suo cuore batteva come impazzito e sì dissi sì voglio Sì. Incipit e fine da “Ulisse” di James Joyce – 1960 - Milano
E’ tutto vero, è tutto zamlap
CAPITOLO PRIMO
La luna, tonda, come un tuorlo
d’uovo, pallida, dal viso di geisha, apriva la gonna bianca, svolazzante e
plissettata come quella di Marilyn. Si vedeva quello che aveva in mezzo alle
gambe, un triangolo di pelo nero e riccio, come la figa di una creola. Kond era
ossessionato dalla figa. La vedeva financo in cielo. Se la immaginava nella
parte oscura della luna. Gli occhi si chiudevano. Le orecchie si aprivano alla
musica dei Pink Floyd. Dark side of
the moon, il rock sinfonico si sprigionava dal vuoto cosmico. Appariva la
figa nera della luna. Il mondo era nato così, dai suoni sprigionati dalla bocca
di Dio. Ogni suono ha originato una cosa. L’universo era una sinfonia rock, cantata da Dio nell’infinito
silenzio del nulla. Kond sognava, dormiva. Sognava il mondo, il suo mondo. Non
c’era altro mondo al di fuori del suo, quello nel quale riteneva di vivere
anche se era morto da un bel pezzo. Ignorava di essere morto. La sua morte era
stata un evento lento e progressivo. Ogni giorno era morto un pochino. A poco a
poco era morto del tutto. Non si era mai accorto di essere all’altro mondo.
Viveva come se fosse ancora in quello
dei vivi. I morti pensano, anzi sognano. La morte è un sogno, senza risveglio. Kond sognava....La luna urtava le guglie più
alte del castello. Lo faceva vibrare. Il castello era una delle proiezioni
falliche dell’ “io” di Kond. In quel
castello viveva la sua storia. Dormiva
dove gli capitava. Si era appena svegliato in un trono barocco al centro di
un’ampia sala. Il pavimento di marmo era tirato a specchio. Vi si riflettevano
i quadri degli antenati appesi alle pareti rivestite di pietra grezza. Un ceppo
di rovere scoppiettava nel maestoso camino di marmo bianco come nelle
pubblicità invernali dei cognac più raffinati.
Quel camino avrebbe fatto bella figura nella casa di Berlusconi ma
Kond non glielo avrebbe mai venduto, neppure per tutto l’oro di Bologna. Senza quel camino
la sua casa avrebbe perso un pezzo della sua antica identità. Intorno vi si
raccoglievano gli antenati per raccontarsi a turno le storie di famiglia, gli
inventati fatti d’arme e d’amore, un
sacco di fesserie. Le cipolle, intanto, rubate in un campo sul far della sera,
si cuocevano avvolte in fogli di giornale bagnato, sotto la cenere del fuoco.
Era gente frugale, dallo spiccato istinto predatorio, abituata a vivere a spese
di chi coltivava Liliacee e ortaggi simili.
Nel camino ardeva il fuoco della sua stirpe, come quello delle vergini
vestali dell’antica Roma. La sua dimora era spesso in quel castello
immaginario, anche se normalmente dormiva al chiaro di luna, sotto un ponte,
quando andava bene, in compagnia di una bottiglia di vino. Grazie al camino
sempre ardente si era potuto adattare
nel favoloso sottoattico, da lui immaginato come un “castello”, in verità ricavato nel sottotetto di un fatiscente
grattacielo, corroso fino ai tondini dalle piogge acide, prelevato di sana
pianta dal film Blade runner. Si trovava in una delle più grandi e
inesistenti metropoli del suo mondo,
ricreato e sopravvissuto all’ultimo vecchio-nuovo mondo, andato in pezzi
nell’ultima vecchia guerra nuclearbatteriologica. La vita, si fa per dire, si
svolgeva in un presente-futuro-passato, la dimensione temporale del sogno dei
morti. Questa al pari della vita nel mondo dei vivi-veri, era costosissima. I
ricchi-morti se la godevano circondati da morti-poveracci, ferocissimi ed
incazzatissimi, per niente rassegnati a vivere di stenti e nelle ristrettezze.
Non si poteva uscire con un Rolex vero
al polso. Si rischiava di avere il braccio amputato da rapinatori sbrigativi.
L’industria dei falsi Rolex aveva avuto
per questo un balzo in avanti. Chi non poteva fare a meno di leggere l’ora in
un orologio diverso, con un falso al polso poteva andare in giro tranquillo. I
rapinatori, infatti, tagliavano il braccio solo a chi portava orologi
autentici. Nessuno più osava comprare un
orologio autentico per paura di finire monco. Così la fabbrica dei veri Rolex
fallì mentre quella dei falsi prosperò. Alla fine non fu più possibile
falsificare alcun orologio perché il falso presuppone l’esistenza del vero. I
veri Rolex erano scomparsi dal mondo di Kond. La gente arricchita così non rischiò più
di finire monca ma non poté evitare di
essere rapinata del Mercedes al
primo semaforo rosso. Tanto che si era costretti a fermarsi solo quando il
semaforo era verde. Diventa comprensibile perché in una città del genere
nessuno cercava più i colpevoli dei delitti e i vigili avessero rinunciato a
dare le multe. Ci si ammazzava e basta e si passava con il rosso. Non importava
a nessuno chi, come e perché qualcuno fosse stato ucciso. Si era in una guerra.
Tutti erano nemici, anche la mamma ed il papà. Questi avevano il singolare
privilegio di poterti uccidere impunemente, anche appena concepito,
strappandoti dal ventre materno. Eppure non se ne aveva abbastanza. C’erano
tanti che tramavano per ammazzare l’umanità intera e farla finita una volta per tutte con il casino
di violenze di ogni tipo ed infrazioni
impunite al Codice della Strada. Questi non erano soddisfatti se non quando
provocavano un‘ecatombe o gigantesche
calamità, megacarestie, immani disastri. Kond era uno degli agenti
speciali incaricati di combattere questo tipo di criminali e sventare eventuali
delitti planetari. Spesso diceva a se
stesso: Chi me l’ha fatto fare?,
ma per nessuna ragione al mondo avrebbe cambiato mestiere. Poteva vivere
da vigile urbano, dedicarsi ai divieti di sosta, campare cent’anni, no, continuava a morire da agente segreto. Aveva
salvato il genere umano già parecchie volte, si reputava per questo un
grand’uomo. Una cruenta pornografia fatta di persone ammazzate riempiva le
cronache quotidiane. Non passava giorno senza assistere a scene di efferata
violenza. Spesso se ne era protagonisti involontari, con conseguenze
imprevedibili. Chi usciva di casa non era mai sicuro di farne ritorno. Neppure
fra le pareti domestiche si era al riparo da aggressioni e rapine. La gente aveva capito di dover salvare la
vita e basta. Era lo stato d’animo tipico dei deportati nei lager di sterminio.
Il mondo si era ridotto a questo, un luogo di sopravvivenza. Era lo scenario in
cui si svolgeva il sogno di Kond. Come capita in queste circostanze, si tentava
in tutti i modi di distrarsi con
musichette allegre, spettacoli leggeri, letture amene, telequiz, festival,
concorsi di bellezza: tutto per non pensare, per dimenticare la realtà. Kond,
allorché trapassò in questo mondo, non si meravigliò che tutto fosse finto, era
abituato alla non-realtà, anzi era stata questa la sua unica realtà in vita.
Pensò di carezzare il pomello destro della poltrona. Avveniva sempre il
contrario di quanto pensava. Non era il pomello della poltrona ma bensì una
testa di cazzo, la sua. Una parentesi di narcisistico abbandono gli conciliava
la riflessione sui grandi temi, se doveva prendere delle decisioni importanti.
Ne era consapevole ed aveva cercato di ovviare. Pensava il contrario di quanto
voleva accadesse ma la realtà non si faceva imbrogliare. Era difficile dominare gli eventi. La realtà
era sempre imprevedibile e superava di gran lunga la fantasia. All’improvviso sulla sua strada capitava un
delinquente, spesso un assassino della peggiore specie. Questo lo
costringeva a fare i conti
con la cruda realtà. Ma non c’era verso di accettarla. Kond alla realtà
voleva imporre il dominio della
fantasia. Era la sua battaglia. Vivere
con fantasia, era il suo imperativo. La
punta del cazzo di Kond si rivelò essere la
lampada di Aladino. A furia di carezzarla ne uscì il famoso Genio. Dopo
alcuni secoli di cassaintegrazione era stato assunto dall’Organizzazione per
recapitare missive agli agenti segreti. I Capi in testa non si fidavano del
fax, l’uso del telefonino era concesso sol per dichiarazioni d’amore a sfondo
omosessuale; di personal computer ed
Internet neppure a parlarne. Il Capo aveva provato a smanettare con il computer
ma dopo un po’ era andato letteralmente in bestia con conseguente crisi
isterica, sfascio della tastiera, morsi al mouse e delirio tremens da
allergia informatica. Il Genio
porse una busta sul rituale vassoio di scuola fiorentina in argento sbalzato
con festoni di melograno alla Buccellati. Kond la prese utilizzando una pinzetta
a forma di manina d’oro. L’aprì strappandone un lembo con la
dentatura bianchissima e perfetta, tipica dei ricchi che si
possono permettere, fin dalla più
tenera età, le salatissime macchinette raddrizzadenti e dentifrici sbiancanti a
base di polvere d’avorio. Kond amava sfoggiare i suoi denti perfetti. Nei
pranzi di gala ordinava un piatto di noci di Sorrento solo per esibirsi nella
rottura del guscio con i molari. Lesse
la missiva senza lenti a contatto né
occhiali. Si era fatto operare di recente di cataratta con sofisticatissime
tecniche a laser ed ora ci vedeva meglio
di prima.
Caro Kondom,
la gallina a tre zampe ha fatto
l’uovo quadrato per Salomone. Il maggiordomo Achille l’ha preparato per
colazione ma la forbicetta tagliauovo si
è inceppata. Consultata la scientifica, rimedi sono allo studio. Si pensa che
il Direttore dell’Ufficio Brevetti sia stato ricattato da Matilde di Canossa,
dopo la nota vicenda di ubriachezza molesta nei locali del ristorante “Al Picchio addormentato”.
Il
Minotauro sta per inchiappettarsi Teseo
ed Arianna, quindi il tuo nome in codice è ancora Kond.
F.to Il Capo
Seguiva la firma
sinuosa tracciata col pennino d’oro della stilografica di servizio. Era questo
l’inconfondibile tocco di autenticità del messaggio. Il Capo come tutti gli
asini aveva una grafia bellissima. Kond
seguì ammirato gli svolazzi e i
ghirigori, delle vere e proprie montagne
russe calligrafiche , con cui la firma si snodava su tutta la parte di
foglio non coperta dalla scrittura.
Quando sarebbe stato capace di simili virtuosismi calligrafici avrebbe
certamente conquistato l’agognata promozione a Capo. Bisognava, infatti,
dimostrare di essere dei perfetti somari. Solo così si potevano assumere le
alte responsabilità connesse all’alta carica dirigenziale. Una calligrafia,
come quella del Capo pro tempore-ivi, costituiva una evidente prova di
somaraggine conclamata. Kond fu
molto contento di essere stato riconfermato nel nome e nell’incarico.
Era pienamente consapevole della sua funzione preservativa. Nell’Organizzazione
era il solo a svolgerla affinché
le cazzate altrui non ingravidassero l’opzione zero facendo
nascere un altro conflitto nuclearbatteriologico. Dopo la caduta del muro di
Berlino era passato il pericolo di uno scoppio ufficiale di bombe atomiche. Si
viveva un periodo relativamente tranquillo turbato solo dall’eventualità di
qualche scheggia impazzita, magari un generale con la fregola di farsi uno
scoppio in proprio per dimostrare che aver frequentato l’accademia militare è servito a qualcosa. Come è noto,
dopo l’attentato alle Torri Gemelle di New-York , iniziò la guerra infinita
al terrorismo islamico. Il consumo di carne di maiale subì un’impennata
incontrollata ed incontrollabile. Si era diffusa la psicosi da privazione del
prosciutto. La gente era corsa a farne incetta usando persino gli armadi di
casa come dispensa. Si era diffusa la voce che i terroristi musulmani volevano
chiudere, una volta per tutte, la loro atavica guerra al suino, cancellandone
l’esistenza da tutta la faccia della terra. Kond aveva partecipato in prima
fila alla campagna “ Salviamo i maiali” nel nome della biodiversità. Tutti i
salumifici del mondo si mobilitarono con agguerriti eserciti di norcini
sindacalizzati. Ogni cittadino ebbe piena libertà di allevare in casa un
proprio maiale come fosse un cane da compagnia , un gatto persiano, un canarino
o un pesce rosso. Le città ben presto si trasformarono in porcilaie. La
circolazione stradale divenne difficoltosa a causa dello spesso voluttàbro
lasciato sulla carreggiata per consentire ai maiali di rotolarvisi con gioia.
Il puzzo nauseabondo e il grugnire assordante bastò a mettere in fuga tutti gli
islamici che non avevano ancora aperto un conto in banca. Questi si rifugiarono
in sperdute lande desertiche, battute da venti marini, che, di notte, venivano
bombardate con salsicce. La minaccia alla persistenza della razza suina fra noi
fu così, in parte, scongiurata. Probabilmente il problema si ripresentava in
forma diversa ma simile. Il messaggio nella sua ambigua e involuta chiarezza
lasciava gli stessi dubbi delle istruzioni per la compilazione della
dichiarazione dei redditi. Kond visse la stessa nottata da incubo allorché per
sbaglio fu rinchiuso, per alcuni anni, in un manicomio criminale insieme ad un
gruppo di masturbatori folli che tentavano così di suicidarsi o di uccidere il
compagno di cella adagiato alle pareti imbottite con materassi permaflex. Alla
fine della nottata, capì che la missione assegnatagli non concerneva questioni
nucleari bensì di natura agroalimentare, connesse alle biotecnocarestie. Queste
erano provocate con mirate campagne di accaparramento di risorse alimentari da
parte di organizzazioni criminali con
l’insano proposito di destabilizzare
l’ordinato Caos mondiale. Doveva come al
solito scoprire chi c’era dietro per poi fregarsene altamente oppure passare l’informazione al Capo che
l’avrebbe sfruttata, con accorti
ricatti, per strappare avanzamenti di carriera
o per estorcere denaro a qualche ricco governo mondiale della birra
senza schiuma.
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