sabato 5 agosto 2017


Un Palazzo lungo la Via Lattea

La piazza della cine-nostalgia

Effetto lanterna magica





A Palazzo Adriano c’ero già stato, giunto sul tappeto volante del desiderio,  conoscere il paese di cui raccontava l’amico Paoluccio Schirò, una creazione della nostalgia, vi eravamo, quindi,  già stati,  da sempre, nella più bella piccola città della Sicilia, come la definì Vittorio Sgarbi ( La Sicilia del 20 agosto 1998). La cittadina fu fondata dai profughi albanesi nel 1488 tra le Valli del Belice e del Sosio in prossimità del suggestivo laghetto di Gammauta. Nella centrale piazza Umberto I (teatro naturale del film "Nuovo cinema Paradiso"), si fronteggiano le chiese di Santa Maria Assunta, di rito greco-bizantino, e quella di Santa Maria del Lume, di rito latino. Da non perdere nella parte più a nord dell'abitato, a visita ai ruderi del Castello (XIV sec) addossati ad un torrione di epoca federiciana. Poco fuori l'abitato, il Santuario della Madonna delle Grazie, la cui costruzione risale al 1560 ed è legata ad una apparizione della Madonna. In uno degli angoli più suggestivi della cittadina, il settecentesco cortile Maiorana, ove è allestita una interessante mostra permanente della civiltà contadina.Varie ed interessanti sono le manifestazioni che si svolgono a Palazzo Adriano come quelle Pasquali, che culminano con il pellegrinaggio al Santuario della Madonna delle Grazie (secondo l'uso dell'Oriente Cristiano) il primo martedì dopo Pasqua. Tra le più particolari quella di S. Antonio Abate, con la benedizione degli animali e dei mezzi di trasporto. Inoltre si svolge a giugno la fiera del bestiame e il 31 luglio la Sagra della Cuccìa. ( dal sito internet “Palermotourism.com)

Sono luoghi senza spazio fisico, ricreati dal ricordo nostalgico, dall’immaginario desiderato, tale dimensione è irrilevante, smaterializzati dalla forza soprannaturale della struggente azione distruttiva-ricreativa della realtà, umana, divina,  oppure di qualsiasi altra potenza visibile od invisibile. Quelli della nostalgia sono i nostri luoghi prediletti, il primo fu Itaca, il luogo nostalgico per antonomasia.  L’Odissea è il prototipo insuperato del “ritornare” che fa il viaggiare poetico, del distillato di nostalgia epica, dove il passato è uovo del presente, divora il futuro rendendolo anteriore in contraddizione concettuale e sovvertitrice di ogni logica razionale, conseguenziale di un tempo che non è né lineare né circolare ma caotico e mescolato, semplicemente arbitrario come il nostro soffrire ricercato per cavalcare il divenire e combattere l’essere statico della pietra scolpita di un destino al quale rifiutiamo il demiurgo tiranno del definitivo. La vita stessa è un ritorno, la meta del suo successo è il perduto Paradiso terrestre, sentirsi naufraghi è un atteggiamento coltivato dagli snob, obbligato al nobile d’animo plebeo di fortune, ci consente di togliere la sabbia dalla nostra clessidra e l’unica nave attesa all’orizzonte è la morte, la noia ci costringe a costruire zattere per naufragare altrove ma basta una cassa di champagne e un pacco di sigari cubani, portati dalle onde sul bagnasciuga, perché acquistarli è proibitivo, a convincerci di ritornare sulla nostra amaca all’ombra del palmeto e rimandare il varo alla prossima risacca. Con questo rilassato stato d’animo intraprendo ogni viaggio. Abbandono la mia isola solo quando, esaurita l’ultima goccia di champagne e ridotto in cenere l’ennesimo sigaro postprandiale, ho voglia di naufragare nell’infinito e salgo sul mio tappeto volante, spinto dalla memoria ancestrale, registrata nel nucleo cellulare dell’acido ribonucleico. La meta è sempre la stessa, i luoghi della nostalgia, nostra od altrui, se fa la differenza ignoro, non a caso ho chiamato il mio cane Argo, mi presento spesso come Nessuno, in essi amiamo recarci, ne andiamo alla scoperta anche se da essi non ci siamo mai separati, li abbiamo sempre conosciuti, stavano dentro il nostro spirito come le uova della fenice, aspettavano solo le fiamme per schiudersi, e liberare la visione piumata capace di volare, attraverso i cieli interiori ed inferiori dello spirito e dell’anima, sedimentata nella memoria genetica. Noi eravamo lì, quando in Sicilia c’erano i giganti, le tigri con i denti a sciabola, tutti i vulcani eruttavano lava, e dal mare saliva il dragone fiammeggiante a mangiarsi intere città. Alcuni secoli sono bastati a trasformare la storia in leggende, raccontate solo ai bambini, davanti al fuoco del camino da vecchi contadini. Oggi non è più possibile raccontare leggende o di imprese omeriche. Non ci sono più i vecchi che raccontano, sostituiti dalla tivù, il fuoco del camino neppure per leggervi la leggenda bruciata dal tempo. Noi siamo nati  antichi e conosciamo le parole ossianiche scritte dalla fiamma zampillante dal ceppo dell’Avvento, quello dal quale si sprigionano le scoppiettanti scintille, è il











http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/thumb/5/5d/Piazza_Albania.JPG/220px-Piazza_Albania.JPGfuoco dei pastori della Stella, è una memoria ancestrale che ha registrato ogni fatto dalla caduta di Adamo nel Paradiso terrestre, ed essa si risveglia in occasioni particolarmente stimolanti, sotto l’influsso magnetico di luoghi o persone. A Palazzo Adriano sento emergere dalla memoria magnetica le antiche veglie delle milizie albanesi giunte per nave in Italia, in aiuto di Ferdinando I, re di Napoli, nel 1459, al seguito di Giorgio Castriota Scanderberg: Io ho lasciato la falsa fede di Maometto e sono ritornato alla vera fede cristiana. Questi ricordi sono frecce, le cicatrici delle battaglie si riaprono nelle carni, tanto il ricordo è vivido ma nulla ripaga del dolore, e lo fa dolce, quanto il vedere gli angeli combattere al nostro fianco con le rutilanti ali di luce e le spade fiammeggianti. Anche il male di satana viene da Dio ma non è di Dio, è consentito per temprare il cristiano, forgiarne il metallo umano al una fede indistruttibile, per unirlo a Dio come acciaio fuso all’oro, conferirgli la corona ossidionale, quella che cinge il capo del condottiero Scanderberg. E’ ricordo vivido quello delle mura di Gerusalemme occupata, come oggi, dagli islamici, abbiamo combattuto dentro la città di Costantinopoli espugnata dagli ottomani, nel 1453, mentre il sacerdote officiava l’ultima messa in Santa Sofia e la parete dell’altare si apriva per custodirlo in eterno con il calice alzato al cielo. Ci trovavamo lì, dal 1204, quando ai tempi della Quarta Crociata, i cristiani latini guidati dal doge veneziano Enrico Dandolo espugnarono Costantinopoli e la occuparono fino al 1261. In quell’occasione, dalla Basilica di Santa Sofia furono asportate reliquie più uniche che rare, quale la lastra del sepolcro di Cristo, la Sacra Sindone e preziose opere d’arte, tra cui i cavalli in bronzo dorato che ornano oggi la Basilica di san Marco a Venezia. Questo avveniva come conseguenza del Grande Scisma, allorché papa Leone IX scomunicò, nel 1054, il patriarca Michele I Cerulario e questi a sua volta rimandò la scomunica al mittente. Da allora la Chiesa di Stato dell’Impero Romano si divise in Chiesa Cattolica d’Occidente e Chiesa Ortodossa d’Oriente, tutto per l’aggiunta del Filioque nel Credo da parte dei latini e per la disputa, tutta politica, sul primato del Papa romano sugli altri patriarchi di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. La chiesa cattolica romana continuò per la sua strada indipendente dal potere politico, anzi, qualche volta anche in antagonismo e contrapposizione, quella ortodossa restò dipendente e organica all’istituzione statale sia a Costantinopoli, fino a quando durò l’Impero romano d’Oriente, che alla Corte dello Zar a Mosca quando questa si proclamò “Terza Roma” e  raccolse l’eredità di Bisanzio. La geografia delle nostre mappe è disegnata da questi luoghi spirituali, a costituire un mondo parallelo; in essi lo spazio sopravvive per non spaventare la nostra razionalità; i sensi ne sono ingannati, ci giocano, ci consentono di nutrire sensazioni, di transitare nella dimensione dello spirito, dove soltanto sono fruibili nella loro pienezza, sono effettivamente conoscibili e percorribili, in una estensione lasciata alla nostra capacità immaginifica, alla voglia di lasciarsi andare ad esplorare le possibilità del dilatarsi in altri mondi, con altri mondi, fuori dal proprio scafandro di carne viva. In questi luoghi non capitiamo mai per caso, vi siamo condotti dal destino, dalle affinità misteriose con altre vite, con altri esseri, con altri mondi. Il destino è quando finisci sotto un treno e rimani illeso, il destino è l’eccezionalità dell’avvenimento per sincronicità o predestinazione. Per quanti hanno bisogno di una spiegazione, appartengono ad un’altra vita, già vissuta, forse. Riteniamo di rinascere ad ogni sorgere del sole, siamo la fenice quotidiana, non aspettiamo secoli per scuotere le ceneri dalle piume, ogni giorno ci viene regalata un’altra nascita e una nuova Betlemme. La rinascita ci moltiplica in un altro, si aggiunge a noi, regala a noi stessi l’identico compagno moltiplicato in una moltitudine spirituale, simile agli alberi, sempre lo stesso albero che mette radici in altri luoghi. Per intenderci, la pianta dell’olivo è una sola e sempre la stessa, anche se si è moltiplicata negli olivi sparsi sulla terra. Similmente noi mettiamo le nostre radici spirituali nei luoghi smaterializzati, piantiamo il nostro albero nel terreno a noi fertile. Cresce così la nostra foresta spirituale, si arricchisce il giardino interiore di nuovi alberi, ognuno piantato nel suo luogo senza materia o, meglio, di materia spirituale, quella degli angeli. Il mondo esteriore diventa quello che gli antichi romani sulle mappe geografiche indicavano con hic sunt leones. Fuggendo dai leoni, il giorno 9 agosto 2012, in volo, siamo entrati, di notte, nel corpo di un’aquila fatta di luci, adagiata con le ali distese, su un’alta collina, era Palazzo Adriano. Al mio fianco, il compagno del ritorno, l’amico Schirò Paoluccio. Amici ci hanno accolti, in attesa nel rettangolo luminoso all’uscio della loro casa. Svegli ad attendere il nostro arrivo, Salvino e la moglie Rosetta, il figliolo Francesco, per regalarci la loro ospitalità come un avvento nel figurato della Sacra famiglia. Per Paoluccio il suo paese natale è una Betlemme, la sua “casa del pane”, non solo simbolico ma nella realtà del profumo, della fragranza sprigionata dal grano dei campi di Sicilia, quando si trasforma in pane,  unico al mondo, come già sapevano gli antichi romani eleggendo l’isola a loro pregiato granaio, le mattine della Città Eterna profumavano di quel pane sfornato per l’imperatore e per l’ultimo plebeo, ad anticipare l’uguaglianza davanti al pane celeste dell’altare. I figli delle stelle arrivano sempre a notte inoltrata, viaggiatori insonni, perennemente in ritardo rispetto ad un arrivo che, non avendo ora, è sempre atteso. Salvino ed il figlio Francesco ci accompagnano al loro villino fuori del paese, è il nostro alloggio, a
guardia, legato sotto un albero d’olivo, c’è un cane di mannera inferocito dalla nostra presenza. Paoluccio con gli animali in genere ed i cani in particolare familiarizza facilmente. Il giorno dopo gli scodinzolava intorno. L’oscurità della notte annullava la separazione con la terra, trapuntata di luci,
ora sparse ora riunite in galassie, come Prizzi sulla faccia illuminata della collina, mentre l’altra rimaneva oscura, come quella nascosta della luna. Venivamo da paesi senza notte. A Verona, dove viviamo, non c’è la notte o, meglio, c’è una notte umana, pallido e rutilante surrogato del giorno, cancellata dall’inquinamento luminoso della città priva dell’alternanza naturale regolata dal passaggio del sole nel firmamento, dell’uomo senza più riposo e sonno, non ha il tempo di fermarsi per vedere in alto sia dentro di sé che sopra di sé. Dopo anni guardavo la notte ancestrale dei miti, la notte mantello dei misteri, quella della stella cometa, dall’oscurità di velluto, ricordo della mia infanzia trascorsa in campagna, quando le luci si spegnevano in casa, il buio calava come nero sipario e i sogni ne usavano il tappeto ricamato da dita misteriose, non si osava avere gli occhi aperti, per la paura di guardare in faccia ai fantasmi, né di stare svegli al respiro degli orchi, al ringhiare del lupo mannaro. Non si scrivono più poesie in città da quando le luci hanno prosciugato l’inchiostro della notte, indispensabile alla penna dei poeti. La notte ci accoglieva con tutta la sua popolazione di suoni, frinire delle cicale, leggero stormire di fronde, zefiri e alitare di presenze, un’eco sfilacciata dal latrare dei cani ammoniva al rispetto dei confini invisibili tra i campi e segnalava la custodia di greggi e mandrie. La rugiada serotina rivelava campi bruciati, terra piagata da incendi vili per la loro origine dolosa, l’acre delle braci consunte era debolmente addolcito da un sentore di erbe selvatiche, scampate al fuoco della distesa ondeggiante di colline appena appena tracciata nell’oscurità dalla luce di una falce di luna, misto a profumi discreti liberati dalle fronde degli olivi già carichi di frutti, da una citronella posta in qualche angolo dietro la casa, da un cespuglio di rosmarino, ma su tutto si sentiva un respiro, fra le onde oscure della notte, quello di una distesa fluttuante di grano falciato e una presenza, quella del mare, quello che le copriva nella notte dei tempi e quello degli odierni confini dell’isola, il respiro silente della Sicilia, vegliato dalle stelle, una distesa immensa, il firmamento, come mai lo avevo visto, attraversato da una stola lattiginosa, come il latte schiumoso degli armenti, degno dei versi bucolici di virgiliana memoria, paragonabile ad un arcobaleno notturno, era la via Lattea, solcata da stelle cadenti, code di comete, aquiloni luccicanti rendono irresistibile la voglia di ritornare bambini e aspettiamo ingenuamente frementi la stella staccatasi dal cielo solo per noi, ad affidarle qualche desiderio, da esaudire con la stessa repentina velocità del loro effimero bagliore. Questa visione mi permise di comprendere quanto era riuscito a rendere visibile  sulla tela René Paresce ( Ginevra 1886-Parigi 1937), un pittore di padre palermitano,  nel suo fiabesco e poetico dipinto La via Lattea, la poesia di quel quadro vedevo ora riprodotta  nel cielo. Avevo visto quel dipinto nell’atrio della sede centrale a Verona del Banco Popolare, ma non ero riuscito a collegare quanto mi comunicava con nessuna esperienza reale. Ora vedevo quanto l’artista era riuscito a riprodurre sulla tela, vivevo, probabilmente, il suo stesso incantato stupore incantato, la mia anima entrava in comunicazione con quella dell’artista e comprendevo la poesia scritta nelle stelle, quella sera, per me, riuscivo a parlare con l’infinito dentro e fuori di


me, nel quadro vedevo addirittura una premonizione di quanto in quel momento stavo vivendo realmente. http://www.exibart.com/foto/42424.jpgRachele Ferrario ha dedicato, di recente, a René Palesce, un libro dal titolo Lo scrittore che dipinse l’atomo.
L’immensità della volta stellata contrastava con la sensazione di potere alzare una mano al cielo, e raccogliere le stelle, come fossero fiori di campo. Era lo spirito a dilatarsi, ritrovava la sua dimensione prima di incarnarsi in noi, era il soffio di Dio chiuso nel nostro corpo di  creta a ritornare all’origine. Scomparve ogni confine tra il microcosmo ed il macrocosmo, fummo tutt’uno con l’Universo, con il Creato, la creatura tornava al Creatore. Non è possibile misurare con metro umano il tempo perché tutto si svolse al di là, così come non è concepibile alcuna dimensione perché tutto avvenne senza dimensione. Lo spirito dilatato abbracciò lo Spirito che lo aveva generato in corpo fatto di sangue, carne ed ossa. Da figli della stelle ci scoprivamo figli di Dio come  annunciato e promesso. Quella notte andai a dormire per restare uomo, altrimenti sarebbe stata l’ultima come mortale, misi fine al mio viaggio astrale, abbandonai il mio cammino sulla via Lattea per fare ritorno nel mio corpo e posai il capo sul cuscino, mi lasciai, placato, prendere dal sonno. Dormii tutto di filato fino al mattino, senza sogni,  come non mi capitava da tempo; avevo veramente lasciato tutto alle mie spalle, la  vacanza come dolce naufragio nell’ozio arrendevole della conoscenza avvenente. Uscii all’aperto ed il respiro mi diede un buongiorno dimenticato, per la inusuale pulizia dell’aria che si avvoltolò negli alvei polmonari come acqua sorgiva. Il prana, descritto dai testi induisti, mi rivitalizzò come caffeina inoculata direttamente nei centri nervosi. Il sole aveva sollevato il sipario della notte. Al fiabesco miraggio delle luci notturne subentrava la nitida precisione del mattino, del paesaggio scolpito dai raggi del sole. Il paese di Prizzi, che nel buio era apparso come un presepe lontano, fatto di piccole luci fitte come una manciata di schegge di rubini e topazi, era ritornato nella sua materiale dimensione, abitazioni che si reggono una con l’altra, come una testuggine di opliti pietrificati, su un unico fronte, in alto, sul colle alla mia destra. Alcune immagini del film L’onore dei Prizzi (1985) si mescolarono a quelle del paesaggio naturalmente cinematografico, per le continue interferenze della cineteca interiore. Sono consapevole di avere una mente modificata dalle sollecitazioni visive multimediali, accumulatesi nel tempo. Quelle cinematografiche sono particolarmente forti. Indimenticabile Jack Nicholson nel ruolo del boss Charley Partanna ma non lasciai che mi invadesse la memoria e mi concentrai sulla visione reale che avevo davanti. Non mi interessava fantasticare su Prizzi. Il mio punto di
osservazione era abbastanza in alto da dominare la vallata ondulata di colline ma nello stesso tempo non molto distante da ciò che era in basso, tanto che potevo scorgere, senza alcun ausilio di binocolo, tra la vegetazione di una casa colonica, un maestoso gallo bianco regnante su galline candide libere di razzolare. Una forza attrattiva chiamò il mio sguardo su uno scorcio in basso che da solo valeva l’intero paesaggio. Una chiesa ed un campanile, a punta triangolare rivestito di ceramica, squillante ai raggi del sole, tra alberi verdeggianti, adagiata sulla sommità di una collinetta, talmente acconcia alle sue dimensioni da dare l’apparenza che fosse stata costruita da mano umana per potervela adagiare in sommità. Dall’amico Schirò appresi che era la chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie. Vi indirizzai le preghiere del mattino, in attesa di visitarla per venerare l’immagine miracolosa della Vergine ivi custodita. Si rinsaldò il  collegamento spirituale tra me ed i luoghi in cui mi trovavo. Anche nel mio paese natale, Palma Campania, vi era una chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie. Le immagini del paesaggio si imponevano sui profumi e sui suoni cancellandone le sensazioni, spalancavano le porte degli occhi con una dolce violenza di colori. Prevaleva l’ocra bruciata dei campi falciati dagli incendi, consumatisi di recente, ma lo si dimenticava per guardare il verde delicato delle palme degli ulivi appena fuori dall’uscio e il sereno azzurro del cielo, che tutto avvolgeva, senza alcun rattoppo di nuvole, uniforme ed intenso, inconsutile come il mantello dell’Immacolata Concezione, quello disteso dalla misericordia di Dio, a protezione dell’Italia, degli italiani, figli prediletti della Madonna, spesso ignari ed ingrati di questo privilegio. Quella ondeggiante distesa di colline un tempo era coperta dal mare. La memoria magnetica lo percepiva ancora, un mare alternato da abissi, pescoso e popolato di vita, come testimoniano i fossili, nelle rocce profonde, arrivati fino a noi. La sensazione è confermata da quanto leggiamo in proposito sul sito ufficiale del Comune di Palazzo Adriano: La Valle Del Sosio è un'area ad alto interesse geologico-ambientale con caratteristiche geologiche, paleontologiche e geomorfologiche di rilevante valore scientifico. E' in questa valle che emergono i cinque blocchi calcarei, noti in tutto il mondo per il loro grande interesse paleontologico dato dalle ricchissime macro e microfaune (fossili) del Permiano in essi contenute. Il Permiano è l'ultimo periodo dell'Era Paleozoica. L'Era Paleozoica o primaria è la seconda di un ordine di partizione cronologica della storia della terra. L'esistenza del Permiano a Palazzo Adriano è stata segnalata per la prima volta nel 1887 da G. G. Gemmellaro in quattro spuntoni calcarei. Successivamente ne fu scoperto un altro da R. Fabiani nel 1925. Di queste cinque formazioni (Pietra di Salamone, dalla quale furono estratti i primissimi fossili che rivelarono la presenza del permiano in Sicilia. Rupe del passo di Burgio, Pietra dei Saraceni, Rocca di San Benedetto e ultima scoperta Rupe di San Calogero), soltanto due hanno resistito sino ad oggi al violento attacco dei saccheggiatori e dei venditori di fossili. La ricchissima fauna marina, originariamente raccolta e studiata dal Gemmellaro, è per la quasi totalità rappresentata presso il museo di paleontologia dell'Università di Palermo (1887/1899). Questa fauna, tipica dell'ambiente di scogliera per la ricchezza dei generi e delle specie presenti e per il perfetto stato di conservazione dei fossili, si può considerare unica al mondo e infatti continua ad essere oggetto di studio da parte di


numerosi specialisti. La maggior parte degli esemplari risultano Olotipi cioè esemplari sui quali è stata per la prima volta individuata una nuova specie. Questi blocchi calcarei hanno fornito 522 specie di fossili, di cui 366 descritti dal Gemmellaro e 156 da altri studiosi. In passato si è molto discusso sull’età dei calcarei sopracitati, la cui datazione appariva difficile. Lo sviluppo della conoscenza del Permiano in generale, unito ad una migliore conoscenza di alcuni gruppi di fossili (fusulinidi), ha portato a datare questi alla parte alta del Permiano inferiore (600 milioni di anni secondo Kykp). La mattina ci coglie indolenti, siamo in vacanza, l’orologio è senza lancette, abbiamo lasciato la fretta a Verona, non fa parte del nostro bagaglio l’organizzazione della giornata, la preoccupazione del pranzo o della cena, lasciamo tutto al caso e alla provvidenza, come antichi pellegrini. Il nostro è un pellegrinaggio, della memoria, della devozione, degli affetti familiari. Il luogo è uno spettatore parlante della vita ivi vissuta. La Cinquecento, presa a noleggio, soddisfa le nostre modeste esigenze logistiche, distiamo solo alcuni chilometri dal centro del paese. Dire centro del paese è come dire l’ombelico del mondo. Arrivati lì quali altri mondi cercare. Rischieremmo soltanto di perderci e di perdere la conquista definitiva di un equilibrio perfetto tra macrocosmo e microcosmo. Palazzo Adriano consente di passare dall’Oriente all’Occidente scendendo i nove gradini della Chiesa bizantina dedicata all’Assunta e attraversato un pezzo di strada entriamo nella chiesa latina di S. Maria del Lume. L’incenso dei riti, officiati nell’una e nell’altra chiesa, fuoriescono all’esterno, si uniscono, non separati più dal Filioque, affratellati salgono in cielo verso il comune Dio Trinitario: Padre, Figliolo e Spirito Santo. L’aquila nera dello stemma araldico della comunità sembra essersi fatta bicipite proprio per guardare entrambi gli altari.  Paoluccio saluta un cugino davanti al Circolo Scanderberg, nell’angolo della Piazza vicino alla Chiesa greca, ci rechiamo a visitarlo. I circoli di provincia sono la moderna versione dell’androceo, accesso solo ai maschi, vi si coltiva la noia sfidando la fortuna al gioco, per niente o per molto non importa, e si parla di se stessi come se si trattasse di un altro e degli altri come se fossimo noi stessi. La foto ricordo sotto l’insegna del Circolo è d’obbligo, in pochi minuti ci si aggiorna sui morti e sui vivi. Entriamo, ci accoglie un mobilio, anche nella collocazione, fermo probabilmente al giorno dell’inaugurazione, qualche secolo fa, tutto uguale come ieri, l’altro ieri e ieri l’altro ancora, immutato, l’immutabilità è conservazione, l’unico modo per trasmettere, per salvare e salvaguardare la tradizione che è appunto trasmissione dell’immutabilità. L’ambiente è una clessidra resa opaca dallo scorrere della sabbia del tempo, anche il sole rivolto all’altro lato della piazza faceva la penombra antica, e alle pareti il diploma con medaglia al valore militare di un socio, immolatosi con onore sui campi di battaglia della Grande Guerra, noi oggi sappiamo che fu uno spreco di giovani vite ma l’eroe ignorava l’inutilità della sua eroica morte, l’inchiostro è ormai talmente scolorito che il nome si legge appena, come se ne fosse ora consapevole. Il grande della guerra diventa piccolo, minuscolo, insignificante ma pur tuttavia ha la forza intrinseca di accrescere la dignità all’ambiente, il rispetto al luogo, invita ad una riflessione sulla assurda pericolosità di uno


Stato che o ti chiede la borsa o la vita, per una patria che, dall’oggi al domani, non è più quella, non è più la stessa, perché il potere politico ha deciso che i valori sono altri o la storia viene scritta da vincitori a cui tu non appartieni. Quel giovane ci appare nel pieno degli anni mentre parte per la guerra, probabilmente in una carrozzella perché all’epoca a Palazzo Adriano non vi era ancora la ferrovia. E’ stata molto triste la vista del sopravvissuto edificio ferroviario, squallidamente silenzioso, senza lo sferragliare del treno, del fischio della locomotiva, le distanze non collegate da strade ferrate rendono la libertà più difficile e di conseguenza indeboliscono l’economia in genere, deprezzano i valori immobiliari, accelerano la desertificazione ed il calo demografico delle zone periferiche. Sono stato contrario al programma ferroviario dell’Alta Velocità a scapito delle linee periferiche e metropolitane proprio per questi motivi. Alla Sicilia, in particolare, invece di opere faraoniche inutili per il cittadino come il Ponte di Messina, servirebbe un rilancio del trasporto ferroviario in forma metropolitana con i paesi dell’entroterra. Paoluccio ricorda che, quando era bambino, all’inizio degli anni cinquanta, si assisteva in stazione all’arrivo e alla partenza del treno ancora come un avvenimento. La stazione  ferroviaria di Palazzo Adriano è stata costruita negli anni 20 del secolo scorso. Nel 1922 è stata inaugurata dall'On. Camillo Finocchiaro Aprile ed era un ramo di comunicazione importante con Palermo ed Agrigento. Nel 1953 è stata dichiarata “RAMO SECCO” e definitivamente abolita in  quanto improduttiva. Negli anni '80 gli spazi esterni dell'ex stazione, proprietà comunale, sono stati trasformati ed adibiti ad impianti sportivi e negli anni 90 è stata abbattuta la “TORRE” dell'acqua per la costruzione dei campetti sportivi. I locali dell'ex stazione sono stati acquistati dall'Amministrazione Comunale nel 2000. I lavori di restauro sono stati ultimati nel 2008. Il nostro eroe arriva a Palermo, indossa la divisa grigioverde, probabilmente è partito volontario, felice di andare incontro ad una esperienza esaltante, la propaganda di guerra dell’epoca favoriva questi stati d’animo, da giovani si hanno le ali di Icaro e non si ha paura di volare incontro al sole, viene imbarcano su una nave o su una tradotta militare, si va a combattere sulle pietre del Carso, qualche migliaio di chilometri dal suo paese natale, per la guerra di un re piemontese, quindi straniero, contro uomini che probabilmente neppure sanno dell’esistenza della Sicilia, come egli nulla sa di loro e della loro terra e che mai avrebbero immaginato di incontrarsi un giorno, migliaia di chilometri dalle loro case, per spararsi l’uno contro l’altro, magari anch’essi contadini, artigiani, operai,  con lo scapolare della Madonna al collo o il Cuore di Gesù ricamato dalla mamma o dalla sorella, cucito sotto il bavero della divisa a tenere lontano le pallottole, le schegge delle granate. E’ uno dei quaranta alberi del Parco della Rimembranza di Palazzo Adriano: L’attuale Parco della Rimembranza è anche detto Villa Comunale di Palazzo Adriano e si trova nel Viale Vittorio Veneto. Nel 1920, a seguito del conflitto mondiale del 1915/1918, per volere delle autorità comunali, iniziarono i lavori in quel terreno per costruire un parco della rimembranza in memoria dei palazzesi caduti in guerra. Nel Parco sono stati piantati 40 alberi, uno per ogni palazzese morto in guerra. Al tronco di ogni albero era legata la foto di ogni caduto che il tempo purtroppo ha rovinato e disperso. Ogni anno l’Amministrazione Comunale, in occasione della ricorrenza del 4 novembre fa celebrare la Santa Messa in questo Parco. Quel giovane soldato, il cui nome col tempo si era scolorito sul


diploma di conferimento dell’onorificenza, era coetaneo di mio nonno che, durante le sere d’inverno davanti al camino, mi aveva raccontato della Grande Guerra, alla quale aveva partecipato. A distanza di cinquant’anni ne conservava ancora un vivido ricordo. Aveva 24 anni,  quando ritornò a casa, dopo quattro anni di trincea. Come ringraziamento per essersi salvato, fece realizzare, su una parete della terrazza, un quadro della Madonna del Carmine in ceramica vietrese. Aveva mezzo polmone rovinato dai gas, senza denti e una caviglia deformata da una scheggia ma era vivo. (Nel film Nuovo Cinema Paradiso, Totò, il protagonista, da bambino, siamo alla fine degli anni Quaranta, aspetta il papà, partito per la guerra e disperso in Russia ed a sua volta partirà anch’egli militare a Roma, una volta cresciuto, per il servizio di leva. Nel film si vede un’altra partenza, quella di una famiglia per la Germania, il capofamiglia, in paese, non ha lavoro, partenze significative. Al Sud si lascia il paese natale o per il servizio militare o per la necessità di guadagnarsi da vivere, partenze entrambe a rischio di essere senza ritorno. Oggi, per i giovani di paese, si è aggiunto anche il  partire per conseguire un titolo di studio universitario, per migliorare la propria istruzione. Solo l’opportunità offerta da internet potrà invertire la tendenza allo spopolamento dei piccoli paesi. Le strade del web sono le sole che potranno supplire alla mancanza di altre vie di comunicazione quali le autostrade, le ferrovie, le rotte marittime ed aeree, il cui costo di realizzazione, manutenzione e ampliamento è, oggi, in tempo di crisi, insostenibile. Ogni forma di economia senza comunicazione è destinata a restare senza alcuna possibilità di sviluppo. La produzione senza scambio è destinata a morire, una regola valida da sempre, come ci dice la storia della civiltà umana. Per ammazzare un’economia basta toglierle le vie di comunicazione. In questo modo, paesi come Palazzo Adriano, si spopolano di gioventù, si privano del futuro. Infatti l’evoluzione demografica mostra che la popolazione dal 1861 è andata progressivamente diminuendo, nel 1881 ha raggiunto il picco di 5.887, fino a scendere nel 2001 a 2.530 abitanti, oggi a quota 2.400, come si legge nel sito ufficiale del Comune. Sono gli effetti di una concentrazione urbana, i paesi si spopolano e la desertificazione delle campagne e delle montagne avanza con conseguenze nefaste sulla prosperità dell’intera collettività nazionale. Il discorso su questo punto ci porterebbe troppo lontano dall’argomento di questo numero della rivista, dedicato alle emozioni, pensieri e sentimenti suscitati dalla breve visita a Palazzo Adriano.) L’occasione di meditare sull’assurdo della guerra moderna suscita un confronto con la guerra “antica”, quella combattuta dal condottiero Scanderberg, al cui nome è intitolato il sodalizio palazzese. Quella di Scanderberg è la “guerra divina” tra il bene ed il male, per la conquista della “Patria celeste” mentre le guerre moderne, pur inserite nella teleologia della “guerra divina”, sono invece guerre politiche, per interessi contingenti, sacrifici umani a mammona, senza alcuna finalità spirituale, spesso per affermare il primato di un popolo su un altro o per assoggettare nazioni allo sfruttamento economico. La memoria magnetica attrae a sé i ricordi, fatti propri, dell’impresa dannunziana di Fiume e della
Dalmazia, rivendicati agli italiani con la fondazione della Reggenza del Carnaro nel 1920, e vanificata dall’esito della Seconda Guerra mondiale con la definitiva perdita della propria patria da parte di quelle disgraziate popolazioni dalmate ed istriane. Mi suggeriscono di tener conto che la guerra è necessaria quando ci viene tolta la nostra patria ma si impone una chiarimento su cosa si intende per patria. Ragioniamo da cristiani. La nostra unica vera patria è quella celeste, perduta a seguito del peccato originale del nostro progenitore Adamo, ed a quella aspiriamo tornare, siamo alberi spirituali con le radici rivolte al cielo, come si legge nell’iscrizione neo-platonica sulla porta della città mistica di Harran: L’uomo è una pianta celeste con la radice rivolta verso il cielo. Durante il transito della vita terrena, la patria è quella determinata dalla nascita. Orbene la radice della parola patria è pater e, quindi, occorre tener presente chi ci ha generato per stabilire quale è la nostra patria. La patria è non solo un luogo ma anche una eredità, spirituale, culturale, morale ed etica. La patria, come ci ricorda il poeta Ugo Foscolo nell’opera I sepolcri, è dove sono le tombe dei nostri avi. Chi non ha sepolcri da onorare non ha patria. La patria è comunione dei vivi e dei morti, più che in vita, serve dopo la morte, è l’ultima casa, senza, le nostre ossa sono in balia dei cani. La patria si alimenta del desiderio del ritorno se si è lontano da essa. E’ il desiderio del ritorno a rivelarci quale è la nostra patria. Applicando questo principio, Palazzo Adriano è la patria dell’amico Paoluccio, sono compagno del suo desiderio del ritorno. Palazzo Adriano subisce una doppia tirannia della distanza al punto di potersi ritenere un’isola nell’isola così come è ubicato e costruito, a circa 90 chilometri da Palermo, lontano da vie marittime, aeree ed autostradali, a 695 metri sul livello del mare, alle pendici del cozzo Braduscia su un altopiano alle falde del Monte delle Rose, appartenente alla catena montuosa dei monti Sicani. Intorno all’anno Mille si fanno risalire i primi insediamenti, decisi probabilmente  tenendo conto della ricchezza d’acqua e di boschi, quindi selvaggina e legname in abbondanza, la materia prima più importante nell’antichità, in luoghi immuni dalla malaria e difendibili in caso di minacce esterne, facilmente avvistabili dalla posizione dominante il paesaggio sottostante. La storia di Palazzo Adriano sul sito ufficiale del Comune mi aiuta a stimolare la memoria magnetica più profonda:  Le prime notizie riguardanti un casale detto Palazzo Adriano risalgono al tempo dei Vespri Siciliani (1282). Tuttavia il paese, rimasto praticamente disabitato durante il XIV sec. fu ripopolato nel XV sec. da una colonia militare di Albanesi e da loro successive ondate migratorie in seguito all'invasione dell'Albania da parte dei Turchi. Il Comune di Palazzo Adriano, conservò a lungo, attraverso i secoli, cinque autonomie: amministrativa, giudiziaria, economica, religiosa e militare, di origine balcanica, permesse e riconosciute dalla legislazione del regno meridionale. Esse costituiscono un fatto sostanzialmente unico nella storia dell’Italia Meridionale. Furono sancite attraverso una lunga serie di “Capitoli” molto vantaggiosi, ottenuti in primo luogo per il rispetto verso i grandi personaggi della storia di Skanderberg qui radunatisi ed in seguito attraverso una lunga serie di lotte giudiziarie contro i Baroni Opezinghi. Il tipo di cultura e di civiltà di origine balcanica espressa in quei capitoli è stata conservata lungo i secoli da vari grandi istituti religiosi sostenuti dalla Santa Sede, quali il Monastero di San Salvatore di Messina e il Collegio Greco di Roma, o il Monastero del Reres di Mezzoiuso e il Seminario Greco-Albanese di


Palermo, istituiti e sviluppati da personalità locali quali Demetrio Reres a Mezzoiuso o il Guzzetta ed il Gran Parrino a Palermo. Quest’ultimo istituto retto per lungo tempo da alcuni grandi studiosi originari di Palazzo Adriano è diventato il più importante centro d’Italia per la difesa del rito Bizantino e con l’appoggio della Santa Sede, per la riproposizione della cultura classico-cristiana contro le nuove tendenze d’origine transalpina diffusesi dopo le grandi rivoluzioni europee: quella francese e quella russa. Alla cultura e alla civiltà espressa da quel Seminario Greco-Albanese di Palermo fanno riferimento in vario modo alcuni dei grandi nomi della storia italiana degli ultimi due
secoli quali Crispi, Sturzo, Leone XIII e Pio XII, Costantino Mortati, Enrico Cuccia ed in parte anche Antonio Gramsci. Il massimo sviluppo socio-politico di questo paese si ebbe nel sec. XIX quando un'organizzazione di campieri palazzesi si insediò nei feudi di quasi tutta la Sicilia ed arrivò ad esprimere figure di primissimo piano in campo nazionale, la più importante delle quali fu Francesco Crispi. Questi, originario di Palazzo Adriano, con l'aiuto di vari altri suoi compaesani, appoggiò e sostenne nella fase iniziale la Spedizione dei Mille, monopolizzò le posizioni della Sinistra Nazionale col giornale "La Riforma" e riuscì ad estendere parecchie delle autonomie e tradizioni del suo paese di origine, a tutta l'Italia, avviandone per primo la democratizzazione. Gli abitanti di Palazzo Adriano grazie alle ampie libertà consentite dalle loro strutture sociali e religiose, con il loro spirito fiero e combattivo rivendicarono in campo religioso, civile e politico, l'autonomia di varie iniziative. Esse permisero sia ai Fasci Siciliani, le cui principali manifestazioni ebbero origine da questo paese (1893), sia, in seguito, alla nascente democrazia cristiana del tempo di Leone XIII, di organizzare i primi scioperi cattolici e pacifici di rilievo nazionale attraverso la Lega Cattolica dell'Arciprete Giovanni Alessi (1901), la cui eredità fu raccolta da Luigi Sturzo. L'azione di questi continuò poi a lungo ad essere sostenuta dagli Albanesi di Sicilia anche durante il suo esilio, fino al riconoscimento della nuova Democrazia Cristiana ad opera di Pio XII. Testimonianze tangibili dell'avvio della storia di Palazzo Adriano si trovano nell'elemento urbanistico originale di natura militare difensiva del paese consistente in cunei di case che si addentrano in piazze previste come campi di battaglia. Questi cunei si trovano tuttora in Piazza Umberto I, sul colle di S. Nicola e nella Piazzetta Garibaldi. Il paese, infatti, caso unico in Europa in questo periodo (XVI-XVIII sec.) assieme agli altri paesi siculo-albanesi di origine militare, da esso derivanti, si sviluppò in forma di nuclei difensivi consecutivi forniti di porte d'ingresso costituite dagli attuali archi sotto i quali si trova in genere l'immagine della Madonna protettrice. Essi sono circondati in forma di mura da file di case con rare strade di accesso. Il più completo di questi nuclei è il cuneo della Piazza Umberto I che si stende fino al quartiere detto «Cittadella» circondato da fiumi, all'interno del quale nel cortile detto dei Fabbri, c'erano delle fabbriche di armi dalle lame rinomate. Quando nel 1448 Murat II assediò Kroja, la città di Skanderbeg in Albania, il re di Napoli Alfonso il Magnanimo e lo stesso Skanderbeg credettero necessario provvedere alla difesa delle coste della Sicilia, della Calabria e della Puglia per impedire eventuali
tentativi di invasione e per proteggere alle spalle la resistenza albanese. Così, nonostante le difficoltà del momento, Skanderbeg mandò in Italia circa un quinto del suo esercito agli ordini di Demetrio Reres e dei suoi due figli. Il loro corpo militare da allora in avanti, fino alla morte di Skanderbeg nel 1468 e fino alla presa di Scutari da parte dei Turchi nel 1479, costitui la retroguardia dell’esercito albanese operante in Albania. Il corpo militare albanese di stanza in Sicilia, inizialmente pose la sua sede nella fortezza di Bisir, nei pressi di Mazara del Vallo e da lì andò in cerca di nuove postazioni. Credette opportuno sistemarsi dove c’erano vecchi casali disabitati perché se lì c’erano state altre genti doveva esserci acqua, buon clima e buone terre. La prima ondata di Albanesi arrivò a Bisir nel 1448 e si inoltrò verso I’interno sostando a Contessa Entellina. Dice il Chetta: “... gli albanesi venuti da Bisir occuparon il sesto della piazza della Contessa avanti il tempio dell’Annunziata dentro le lor militari tende, e padiglioni di campo con attorno una forte trincea in prontuaria convervazion de’ loro
mobili, e delle loro donne...”. Le colonie del Reres sono quelle di Contessa, Palazzo e Mezzoiuso. Esse “sono tra loro più simili sul tutto”. Dunque gli Albanesi venuti a Contessa, a Palazzo Adriano e a Mezzoiuso erano dei militari e la sistemazione delle tende prima e delle case dopo venne fatta secondo un piano militare. D’altra parte vennero qui con la guerra negli occhi e la morte pronta ad inseguirli, quindi era necessario salvaguardare la propria vita e quella dei familiari costruendo delle strutture adeguate e sicure per difendersi da eventuali attacchi. Per Contessa abbiamo la testimonianza del Chetta, ma dalle strutture urbanistiche che si sono studiate nell’ultimo decennio, per gli altri due paesi, si deduce che anch’esse sono di carattere
militare difensivo, molto somiglianti tra loro. Dopo la caduta di Scutari nel 1479 vennero i questi paesi i capi militari dell’esercito di Skanderbeg, facoltosi e di grandi capacità organizzative e i loro nomi e cognomi vi si conservano e sono testimoniati identici, da centinaia di anni, nei registri parrocchiali delle rispettive chiese. Le “quattroruote” e l’aereo oggi rendono accessibile qualsiasi posto ed hanno di molto accorciato le distanze ma il viaggio è pur sempre affrontare una vertigine di  sei, otto ore. Il 9 agosto esco di casa a Verona, alle 18,30 circa, per andare all’aeroporto di Villafranca. Sbrigate le formalità dell’imbarco, con Paoluccio sono salito in aereo e si decolla intorno alle venti, si arriva a Palermo che è buio, sono le 21 e 15 circa, tempo di prendere la Cinquecento a noleggio, si attraversa la città, costeggiando un tratto di costa, mi dispiace non poter vedere il colore del mare, mi avrebbe alleviato lo stress del volo, non mi piace l’aereo, temo il cielo più del mare e delle montagne. Si prende la statale per l’entroterra, Paoluccio guida bene, usa l’automobile con la stessa facilità di uno che si sbarbi con il rasoio elettrico, mi sforzo di non addormentarmi,  strada per nulla illuminata, un imbuto oscuro, sosta a Lercara Friddi, il paese natale del boss italoamericano Lucky Luciano, nel dopoguerra, insieme a Vito Genovese, venne al seguito degli anglo-americani a riportare la mafia in Italia, morì a Napoli, nel 1962, dopo aver bevuto un caffè al bar dell’aeroporto di Capodichino, ufficialmente stroncato da un infarto. Non serviva più. Per non partire soldato nella Grande Guerra si procurò una infezione venerea da una prostituta. L’esatto opposto del soldato eroicamente morto in battaglia, la cui medaglia abbiamo ammirato alla parete del Circolo Scanderberg di Palazzo Adriano.  Il cartello stradale che indica Corleone mi solletica la scontata associazione con il film Il padrino ma non lascio la mente divagare nel folclore mafioso. In una piazzetta vedo un chiosco mobile dove fanno panini, avverto il cambiamento d’aria, questa non è aria “padana”, è aria di campagna, di boschi, di mare,  mette appetito, il paninaro è un salernitano di Sala Consilina, il mondo è piccolo, mi faccio un panino, farcitissimo, altro che McDonald!, trabocca di speck, formaggio emmenthal (prodotti settentrionali, ahi!), salsiccia e peperoni, una birra Heineken in bottiglia, bevo direttamente, non mi serve l’inquinante bicchiere di plastica, 5euro. Almeno al Sud mangiare costa meno. Mi concedo anche un gelato, in un lussuoso bar, arredamento e servizio cittadino, da grande città. specchi e legni pregiati, pistacchio e cioccolato, una delizia, due palline, due euro, una montagna di gelato, mangio con la palettina, non voglio rischiare che mi cada dal cono di cialda  quella cupola di bontà. L’amico Paoluccio è impaziente, i parenti ci aspettano, ed è quasi mezzanotte. Non bisogna avere fretta, gli dico, soprattutto in Sicilia, una terra dove il tempo va gustato come un gelato al


pistacchio e cioccolato, non troppo lentamente, altrimenti si scioglie ma neppure velocemente se no il gelo ti martella la fronte ed hai reso la dolcezza scipita ed il piacere un dolore. Il viaggio riprende nel buio pesto della strada, tagliato dalle sciabolate dei fari. Una volpe ci attraversa la strada, scivola veloce ondeggiando la lunga, soffice coda vaporosa, il muso appuntito, le orecchie dritte. Su un ramo basso i fari inquadrano una piccola civetta che resta immobile con gli occhi sbarrati dall’iride giallo fosforescente. Paoluccio è bravo a schiavare un corpulento rospo assiso in mezzo alla carreggiata. Passiamo a fianco di un grosso riccio spiaccicato sull’asfalto. Che peccato! Questi animaletti sono utili e simpatici. Incontri nel buio di una strada in aperta campagna, costeggiata da selve e fitta vegetazione,  Curve, tornanti. Una vertigine. Mi sembra ancora di stare per aria. Finalmente si arriva. E’ stato un flash-back. Usciamo dal Circolo Scanderbeg. Decliniamo l’offerta del cugino di Paoluccio di andare al bar. Abbiamo già bevuto un caffè accompagnato da un delizioso dolcetto alla ricotta, in una piccola pasticceria, nelle vicinanze del Comune, un locale anni sessanta. Mi ricorda La Fiorente, il bar sotto casa mia, a Palma Campania, quando abitavo in vicolo Parrocchia n.1, nel vecchio palazzotto di mio nonno Giuseppe, il farmacista morto giovane, lasciò mia mamma orfana a tre anni, io e mio fratello, bambini dell’asilo, dal balcone facevamo la pipì sui clienti del bar, se qualcuno protestava mia nonna esclamava: E’ acqua santa! Sono gli stessi palazzotti che vedo qui nel paese, bassi con l’intonaco delle facciate corrose dal tempo, i portoni di legno scoloriti sotto un arco a volta di pietra viva. Pietre antiche di secoli come quelle delle strade di Palazzo Adriano, tutte, nessuna esclusa, lastricate con  piccoli blocchi di pietra viva, squadrati come sanpietrini ma di dimensioni maggiori, centinaia di scalpellini e stradini li avranno posizionati nei secoli addietro. Il paese ha una struttura da castro romano, realizzato con mentalità militare, ed alcune strade si inerpicano ripide in alto fino al castello aragonese, d’inverno coperte di ghiaccio o in caso di pioggia è un’impresa percorrerle a piedi ed il vento vi si incanala tagliente. Ogni paese al Sud è fatto di case sbarrate su strade vuote, le auto che girano di continuo non modificano questo scenario, l’atmosfera è quella del deserto affollato. La nostra Cinquecento ( coincidenza, da tener presente, nello spot pubblicitario di lancio della nuova FIAT 500 ci sono alcune scene tratte dal film Nuovo Cinema Paradiso) è parcheggiata in piazza, sotto la torre campanaria con l’orologio, intonacata a malta grezza, appoggiata vi è una casetta ad un piano, con un solo balcone ed il tetto spiovente coperto di tegole a coppo, ne ho una simile, fatta di cartone,  sul mio presepe, fotografo la parete su cui vi sono due lastre di marmo bianco, una più grande con inciso Piazza Umberto I°, i caratteri tipografici rivelano che la posa risale ai primi del novecento ed una più piccola posta sotto: Set naturale del film Oscar “Nuovo Cinema Paradiso”. Sarebbe stato meglio modificare l’intitolazione in Piazza Nuovo Cinema Paradiso e togliere quella ad Umberto I°, passato


alla storia come “Re Mitraglia”  per le cannonate sparate sulla popolazione milanese nei moti popolari del 1898 a Milano. I regnanti sabaudi non meritano di essere onorati con piazze e strade, basta  considerare le recenti revisioni della Storia “risorgimentale”, la promulgazione delle leggi razziali del 1938 e l’epilogo inglorioso della dinastia con la disfatta bellica del ’43. Le popolazioni del Regno delle Due Sicilie non hanno avuto alcun vantaggio cambiando i Borbone con i Savoia e l’annessione al regno di Sardegna, a seguito dell’infausta guerra garibaldina, come numerosi recenti studi storici hanno dimostrato svelando le menzogne di regime sul cosiddetto Risorgimento, ha peggiorato la situazione ed tolto per sempre la possibilità di decidere liberamente il proprio destino ai popoli del Sud dell’Italia. Probabilmente l’intitolazione della piazza ad Umberto I avvenne poco dopo la sua uccisione, nell’attentato del 29 luglio 1900 a Monza, per mano dell’anarchico toscano Gaetano Bresci (in precedenza era scampato ad altri due attentati, uno per mano dell’anarchico lucano Giovanni Passannante, l’altro da parte di Pietro Acciarito), sicuramente per compiacere il politico massone Francesco Crispi, di padre palazzese. Questi fu nominato nel 1887 da re Mitraglia capo del Governo, la sua  attività governativa fu nefasta per le regioni meridionali, penalizzate economicamente a favore di quelle settentrionali e piemontesi, in particolare. Un personaggio negativo secondo i nostri valori, non meno di quanto oggi lo siano alcuni politici contemporanei, prese parte diretta alla sciagurata spedizione garibaldina dei Mille, fu anche bigamo, nel 1894 sciolse il Partito socialista dei lavoratori italiani, precludendo così in Italia l’esperienza di un socialismo democratico e preparando l’avvento di un socialismo antidemocratico quale fu il fascismo che, per questo, lo reputò  un precursore, represse con violenza ogni forma di dissenso politico tanto  che si rese inviso alla borghesia più progressiva ed evoluta, soprattutto quella lombarda, propugnò l’insediamento di Tribunali marziali per reprimere ogni movimento secessionista, soprattutto in Sicilia, avviò insediamenti siderurgici che avrebbero compromesso per sempre la salubrità di alcune delle più belle città d’Italia, tra cui Napoli, e di cui, oggi, con la crisi dell’ILVA di Taranto paghiamo ancora le conseguenze, paradossalmente, all’inizio della sua carriera  parlamentare, in gravi ristrettezze economiche, mentre si trovava a Torino, quando era capitale d’Italia, come neo-eletto deputato, fu aiutato, anche materialmente, da san Giovanni Bosco. A Palazzo Adriano c’è ancora la casa dove Crispi veniva d’estate in vacanza, me la mostra l’amico Paoluccio che del Crispi è lontano parente per il ramo materno Sulli. Da Palazzo Adriano è passato il “Duce”. L’avvenimento ha lasciato una traccia, merita di essere ricordata. Quanto si legge nel sito ufficiale del Comune, è la testimonianza di una sensibilità verso le condizioni del popolo oggi sconosciuta. Il lavatoio comunale di Palazzo Adriano è stato costruito nell'era fascista............. ( fine prima puntata)

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