Un Palazzo lungo la Via Lattea
La piazza della cine-nostalgia
Effetto lanterna magica
A Palazzo
Adriano c’ero già stato, giunto sul tappeto volante del desiderio, conoscere il paese di cui raccontava l’amico
Paoluccio Schirò, una creazione della nostalgia, vi eravamo, quindi, già stati, da sempre, nella più bella piccola città della Sicilia, come la definì Vittorio
Sgarbi ( La Sicilia del 20 agosto
1998). La cittadina fu fondata
dai profughi albanesi nel 1488 tra le Valli del Belice e del Sosio in
prossimità del suggestivo laghetto di Gammauta. Nella centrale piazza Umberto I
(teatro naturale del film "Nuovo cinema Paradiso"), si fronteggiano
le chiese di Santa Maria Assunta, di rito greco-bizantino, e quella di Santa
Maria del Lume, di rito latino. Da non perdere nella parte più a nord
dell'abitato, a visita ai ruderi del Castello (XIV sec) addossati ad un
torrione di epoca federiciana. Poco fuori l'abitato, il Santuario della Madonna
delle Grazie, la cui costruzione risale al 1560 ed è legata ad una apparizione
della Madonna. In uno degli angoli più suggestivi della cittadina, il settecentesco cortile
Maiorana, ove è allestita una interessante mostra permanente della civiltà
contadina.Varie ed interessanti sono le manifestazioni che si svolgono a Palazzo Adriano
come quelle Pasquali, che culminano con il pellegrinaggio al Santuario della
Madonna delle Grazie (secondo l'uso dell'Oriente Cristiano) il primo martedì
dopo Pasqua. Tra le più particolari quella di S. Antonio Abate, con la
benedizione degli animali e dei mezzi di trasporto. Inoltre si svolge a giugno
la fiera del bestiame e il 31 luglio la Sagra della Cuccìa. ( dal sito internet
“Palermotourism.com)
Sono luoghi senza
spazio fisico, ricreati dal ricordo nostalgico, dall’immaginario desiderato, tale
dimensione è irrilevante, smaterializzati dalla forza soprannaturale della
struggente azione distruttiva-ricreativa della realtà, umana, divina, oppure di qualsiasi altra potenza visibile od
invisibile. Quelli della nostalgia sono i nostri luoghi prediletti, il primo fu
Itaca, il luogo nostalgico per antonomasia. L’Odissea
è il prototipo insuperato del “ritornare” che fa il viaggiare poetico, del
distillato di nostalgia epica, dove il passato è uovo del presente, divora il
futuro rendendolo anteriore in contraddizione concettuale e sovvertitrice di
ogni logica razionale, conseguenziale di un tempo che non è né lineare né
circolare ma caotico e mescolato, semplicemente arbitrario come il nostro
soffrire ricercato per cavalcare il divenire e combattere l’essere statico
della pietra scolpita di un destino al quale rifiutiamo il demiurgo tiranno del
definitivo. La vita stessa è un ritorno, la meta del suo successo è il perduto
Paradiso terrestre, sentirsi naufraghi è un atteggiamento coltivato dagli snob,
obbligato al nobile d’animo plebeo di fortune, ci consente di togliere la sabbia
dalla nostra clessidra e l’unica nave attesa all’orizzonte è la morte, la noia
ci costringe a costruire zattere per naufragare altrove ma basta una cassa di
champagne e un pacco di sigari cubani, portati dalle onde sul bagnasciuga,
perché acquistarli è proibitivo, a convincerci di ritornare sulla nostra amaca
all’ombra del palmeto e rimandare il varo alla prossima risacca. Con questo
rilassato stato d’animo intraprendo ogni viaggio. Abbandono la mia isola solo
quando, esaurita l’ultima goccia di champagne e ridotto in cenere l’ennesimo
sigaro postprandiale, ho voglia di naufragare nell’infinito e salgo sul mio
tappeto volante, spinto dalla memoria ancestrale, registrata nel nucleo cellulare
dell’acido ribonucleico. La meta è sempre la stessa, i luoghi della nostalgia,
nostra od altrui, se fa la differenza ignoro, non a caso ho chiamato il mio
cane Argo, mi presento spesso come Nessuno, in essi amiamo recarci, ne andiamo
alla scoperta anche se da essi non ci siamo mai separati, li abbiamo sempre
conosciuti, stavano dentro il nostro spirito come le uova della fenice,
aspettavano solo le fiamme per schiudersi, e liberare la visione piumata capace
di volare, attraverso i cieli interiori ed inferiori dello spirito e dell’anima,
sedimentata nella memoria genetica. Noi eravamo lì, quando in Sicilia c’erano i
giganti, le tigri con i denti a sciabola, tutti i vulcani eruttavano lava, e
dal mare saliva il dragone fiammeggiante a mangiarsi intere città. Alcuni
secoli sono bastati a trasformare la storia in leggende, raccontate solo ai
bambini, davanti al fuoco del camino da vecchi contadini. Oggi non è più
possibile raccontare leggende o di imprese omeriche. Non ci sono più i vecchi
che raccontano, sostituiti dalla tivù, il fuoco del camino neppure per leggervi
la leggenda bruciata dal tempo. Noi siamo nati antichi e conosciamo le parole ossianiche scritte
dalla fiamma zampillante dal ceppo dell’Avvento, quello dal quale si
sprigionano le scoppiettanti scintille, è il
fuoco dei
pastori della Stella, è una memoria ancestrale che ha registrato ogni fatto
dalla caduta di Adamo nel Paradiso terrestre, ed essa si risveglia in occasioni
particolarmente stimolanti, sotto l’influsso magnetico di luoghi o persone. A
Palazzo Adriano sento emergere dalla memoria magnetica le antiche veglie delle
milizie albanesi giunte per nave in Italia, in aiuto di Ferdinando I, re di
Napoli, nel 1459, al seguito di Giorgio Castriota Scanderberg: Io ho lasciato la falsa fede di Maometto e
sono ritornato alla vera fede cristiana. Questi ricordi sono frecce, le
cicatrici delle battaglie si riaprono nelle carni, tanto il ricordo è vivido ma
nulla ripaga del dolore, e lo fa dolce, quanto il vedere gli angeli combattere
al nostro fianco con le rutilanti ali di luce e le spade fiammeggianti. Anche
il male di satana viene da Dio ma non è di Dio, è consentito per temprare il
cristiano, forgiarne il metallo umano al una fede indistruttibile, per unirlo a
Dio come acciaio fuso all’oro, conferirgli la corona ossidionale, quella che
cinge il capo del condottiero Scanderberg. E’ ricordo vivido quello delle mura
di Gerusalemme occupata, come oggi, dagli islamici, abbiamo combattuto dentro
la città di Costantinopoli espugnata dagli ottomani, nel 1453, mentre il
sacerdote officiava l’ultima messa in Santa Sofia e la parete dell’altare si
apriva per custodirlo in eterno con il calice alzato al cielo. Ci trovavamo lì,
dal 1204, quando ai tempi della Quarta
Crociata, i cristiani latini guidati dal doge veneziano Enrico Dandolo
espugnarono Costantinopoli e la occuparono fino al 1261. In quell’occasione,
dalla Basilica di Santa Sofia furono asportate reliquie più uniche che rare,
quale la lastra del sepolcro di Cristo, la Sacra Sindone e preziose opere
d’arte, tra cui i cavalli in bronzo dorato che ornano oggi la Basilica di san
Marco a Venezia. Questo avveniva come conseguenza del Grande Scisma, allorché
papa Leone IX scomunicò, nel 1054, il patriarca Michele I Cerulario e questi a
sua volta rimandò la scomunica al mittente. Da allora la Chiesa di Stato
dell’Impero Romano si divise in Chiesa Cattolica d’Occidente e Chiesa Ortodossa
d’Oriente, tutto per l’aggiunta del Filioque
nel Credo da parte dei latini e
per la disputa, tutta politica, sul primato del Papa romano sugli altri
patriarchi di Costantinopoli, Alessandria, Antiochia e Gerusalemme. La chiesa
cattolica romana continuò per la sua strada indipendente dal potere politico,
anzi, qualche volta anche in antagonismo e contrapposizione, quella ortodossa
restò dipendente e organica all’istituzione statale sia a Costantinopoli, fino
a quando durò l’Impero romano d’Oriente, che alla Corte dello Zar a Mosca
quando questa si proclamò “Terza Roma” e raccolse l’eredità di Bisanzio. La geografia
delle nostre mappe è disegnata da questi luoghi spirituali, a costituire un mondo
parallelo; in essi lo spazio sopravvive per non spaventare la nostra
razionalità; i sensi ne sono ingannati, ci giocano, ci consentono di nutrire sensazioni, di transitare nella
dimensione dello spirito, dove soltanto sono fruibili nella loro pienezza, sono
effettivamente conoscibili e percorribili, in una estensione lasciata alla
nostra capacità immaginifica, alla voglia di lasciarsi andare ad esplorare le
possibilità del dilatarsi in altri mondi, con altri mondi, fuori dal proprio
scafandro di carne viva. In questi luoghi non capitiamo mai per caso, vi siamo
condotti dal destino, dalle affinità misteriose con altre vite, con altri
esseri, con altri mondi. Il destino è quando finisci sotto un treno e rimani
illeso, il destino è l’eccezionalità dell’avvenimento per sincronicità o
predestinazione. Per quanti hanno bisogno di una spiegazione, appartengono ad
un’altra vita, già vissuta, forse. Riteniamo di rinascere ad ogni sorgere del
sole, siamo la fenice quotidiana, non aspettiamo secoli per scuotere le ceneri
dalle piume, ogni giorno ci viene regalata un’altra nascita e una nuova
Betlemme. La rinascita ci moltiplica in un altro, si aggiunge a noi, regala a
noi stessi l’identico compagno moltiplicato in una moltitudine spirituale,
simile agli alberi, sempre lo stesso albero che mette radici in altri luoghi.
Per intenderci, la pianta dell’olivo è una sola e sempre la stessa, anche se si
è moltiplicata negli olivi sparsi sulla terra. Similmente noi mettiamo le
nostre radici spirituali nei luoghi smaterializzati, piantiamo il nostro albero
nel terreno a noi fertile. Cresce così la nostra foresta spirituale, si
arricchisce il giardino interiore di nuovi alberi, ognuno piantato nel suo
luogo senza materia o, meglio, di materia spirituale, quella degli angeli. Il
mondo esteriore diventa quello che gli antichi romani sulle mappe geografiche
indicavano con hic sunt leones. Fuggendo
dai leoni, il giorno 9 agosto 2012, in volo, siamo entrati, di notte, nel corpo
di un’aquila fatta di luci, adagiata con le ali distese, su un’alta collina,
era Palazzo Adriano. Al mio fianco, il compagno del ritorno, l’amico Schirò
Paoluccio. Amici ci hanno accolti, in attesa nel rettangolo luminoso all’uscio della
loro casa. Svegli ad attendere il nostro arrivo, Salvino e la moglie Rosetta,
il figliolo Francesco, per regalarci la loro ospitalità come un avvento nel
figurato della Sacra famiglia. Per Paoluccio il suo paese natale è una
Betlemme, la sua “casa del pane”, non solo simbolico ma nella realtà del
profumo, della fragranza sprigionata dal grano dei campi di Sicilia, quando si
trasforma in pane, unico al mondo, come
già sapevano gli antichi romani eleggendo l’isola a loro pregiato granaio, le
mattine della Città Eterna profumavano di quel pane sfornato per l’imperatore e
per l’ultimo plebeo, ad anticipare l’uguaglianza davanti al pane celeste
dell’altare. I figli delle stelle arrivano sempre a notte inoltrata,
viaggiatori insonni, perennemente in ritardo rispetto ad un arrivo che, non
avendo ora, è sempre atteso. Salvino ed il figlio Francesco ci accompagnano al
loro villino fuori del paese, è il nostro alloggio, a 
guardia,
legato sotto un albero d’olivo, c’è un cane di mannera inferocito dalla nostra presenza. Paoluccio con gli animali
in genere ed i cani in particolare familiarizza facilmente. Il giorno dopo gli
scodinzolava intorno. L’oscurità della notte annullava la separazione con la
terra, trapuntata di luci,
ora sparse ora riunite
in galassie, come Prizzi sulla faccia illuminata della collina, mentre l’altra rimaneva
oscura, come quella nascosta della luna. Venivamo da paesi senza notte. A
Verona, dove viviamo, non c’è la notte o, meglio, c’è una notte umana, pallido
e rutilante surrogato del giorno, cancellata dall’inquinamento luminoso della
città priva dell’alternanza naturale regolata dal passaggio del sole nel
firmamento, dell’uomo senza più riposo e sonno, non ha il tempo di fermarsi per
vedere in alto sia dentro di sé che sopra di sé. Dopo anni guardavo la notte
ancestrale dei miti, la notte mantello dei misteri, quella della stella cometa,
dall’oscurità di velluto, ricordo della mia infanzia trascorsa in campagna,
quando le luci si spegnevano in casa, il buio calava come nero sipario e i
sogni ne usavano il tappeto ricamato da dita misteriose, non si osava avere gli
occhi aperti, per la paura di guardare in faccia ai fantasmi, né di stare
svegli al respiro degli orchi, al ringhiare del lupo mannaro. Non si scrivono
più poesie in città da quando le luci hanno prosciugato l’inchiostro della
notte, indispensabile alla penna dei poeti. La notte ci accoglieva con tutta la
sua popolazione di suoni, frinire delle cicale, leggero stormire di fronde,
zefiri e alitare di presenze, un’eco sfilacciata dal latrare dei cani ammoniva
al rispetto dei confini invisibili tra i campi e segnalava la custodia di
greggi e mandrie. La rugiada serotina rivelava campi bruciati, terra piagata da
incendi vili per la loro origine dolosa, l’acre delle braci consunte era debolmente
addolcito da un sentore di erbe selvatiche, scampate al fuoco della distesa
ondeggiante di colline appena appena tracciata nell’oscurità dalla luce di una
falce di luna, misto a profumi discreti liberati dalle fronde degli olivi già
carichi di frutti, da una citronella posta in qualche angolo dietro la casa, da
un cespuglio di rosmarino, ma su tutto si sentiva un respiro, fra le onde
oscure della notte, quello di una distesa fluttuante di grano falciato e una
presenza, quella del mare, quello che le copriva nella notte dei tempi e quello
degli odierni confini dell’isola, il respiro silente della Sicilia, vegliato
dalle stelle, una distesa immensa, il firmamento, come mai lo avevo visto,
attraversato da una stola lattiginosa, come il latte schiumoso degli armenti,
degno dei versi bucolici di virgiliana memoria, paragonabile ad un arcobaleno
notturno, era la via Lattea, solcata da stelle cadenti, code di comete,
aquiloni luccicanti rendono irresistibile la voglia di ritornare bambini e
aspettiamo ingenuamente frementi la stella staccatasi dal cielo solo per noi,
ad affidarle qualche desiderio, da esaudire con la stessa repentina velocità
del loro effimero bagliore. Questa visione mi permise di comprendere quanto era
riuscito a rendere visibile sulla tela
René Paresce ( Ginevra 1886-Parigi 1937), un pittore di padre palermitano, nel suo fiabesco e poetico dipinto La via Lattea, la poesia di quel quadro vedevo ora riprodotta nel cielo. Avevo visto quel dipinto nell’atrio
della sede centrale a Verona del Banco Popolare, ma non ero riuscito a
collegare quanto mi comunicava con nessuna esperienza reale. Ora vedevo quanto
l’artista era riuscito a riprodurre sulla tela, vivevo, probabilmente, il suo
stesso incantato stupore incantato, la mia anima entrava in comunicazione con
quella dell’artista e comprendevo la poesia scritta nelle stelle, quella sera,
per me, riuscivo a parlare con l’infinito dentro e fuori di
me, nel quadro vedevo
addirittura una premonizione di quanto in quel momento stavo vivendo realmente.
Rachele Ferrario ha dedicato, di
recente, a René Palesce, un libro dal titolo Lo scrittore che dipinse l’atomo.
Rachele Ferrario ha dedicato, di
recente, a René Palesce, un libro dal titolo Lo scrittore che dipinse l’atomo.
L’immensità della volta stellata contrastava con la sensazione di
potere alzare una mano al cielo, e raccogliere le stelle, come fossero fiori di
campo. Era lo spirito a dilatarsi, ritrovava la sua dimensione prima di
incarnarsi in noi, era il soffio di Dio chiuso nel nostro corpo di creta a ritornare all’origine. Scomparve ogni
confine tra il microcosmo ed il macrocosmo, fummo tutt’uno con l’Universo, con
il Creato, la creatura tornava al Creatore. Non è possibile misurare con metro
umano il tempo perché tutto si svolse al di là, così come non è concepibile
alcuna dimensione perché tutto avvenne senza dimensione. Lo spirito dilatato
abbracciò lo Spirito che lo aveva generato in corpo fatto di sangue, carne ed ossa.
Da figli della stelle ci scoprivamo figli di Dio come annunciato e promesso. Quella notte andai a
dormire per restare uomo, altrimenti sarebbe stata l’ultima come mortale, misi
fine al mio viaggio astrale, abbandonai il mio cammino sulla via Lattea per
fare ritorno nel mio corpo e posai il capo sul cuscino, mi lasciai, placato,
prendere dal sonno. Dormii tutto di filato fino al mattino, senza sogni, come non mi capitava da tempo; avevo
veramente lasciato tutto alle mie spalle, la
vacanza come dolce naufragio nell’ozio arrendevole della conoscenza
avvenente. Uscii all’aperto ed il respiro mi diede un buongiorno dimenticato,
per la inusuale pulizia dell’aria che si avvoltolò negli alvei polmonari come
acqua sorgiva. Il prana, descritto dai testi induisti, mi rivitalizzò come
caffeina inoculata direttamente nei centri nervosi. Il sole aveva sollevato il
sipario della notte. Al fiabesco miraggio delle luci notturne subentrava la
nitida precisione del mattino, del paesaggio scolpito dai raggi del sole. Il paese
di Prizzi, che nel buio era apparso come un presepe lontano, fatto di piccole luci
fitte come una manciata di schegge di rubini e topazi, era ritornato nella sua materiale
dimensione, abitazioni che si reggono una con l’altra, come una testuggine di opliti
pietrificati, su un unico fronte, in alto, sul colle alla mia destra. Alcune
immagini del film L’onore dei Prizzi
(1985) si mescolarono a quelle del
paesaggio naturalmente cinematografico, per le continue interferenze della
cineteca interiore. Sono consapevole di avere una mente modificata dalle
sollecitazioni visive multimediali, accumulatesi nel tempo. Quelle
cinematografiche sono particolarmente forti. Indimenticabile Jack Nicholson nel
ruolo del boss Charley Partanna ma non lasciai che mi invadesse la memoria e mi
concentrai sulla visione reale che avevo davanti. Non mi interessava
fantasticare su Prizzi. Il mio punto di
osservazione era
abbastanza in alto da dominare la vallata ondulata di colline ma nello stesso
tempo non molto distante da ciò che era in basso, tanto che potevo scorgere,
senza alcun ausilio di binocolo, tra la vegetazione di una casa colonica, un
maestoso gallo bianco regnante su galline candide libere di razzolare. Una
forza attrattiva chiamò il mio sguardo su uno scorcio in basso che da solo
valeva l’intero paesaggio. Una chiesa ed un campanile, a punta triangolare
rivestito di ceramica, squillante ai raggi del sole, tra alberi verdeggianti,
adagiata sulla sommità di una collinetta, talmente acconcia alle sue dimensioni
da dare l’apparenza che fosse stata costruita da mano umana per potervela adagiare
in sommità. Dall’amico Schirò appresi che era la chiesa dedicata alla Madonna
delle Grazie. Vi indirizzai le preghiere del mattino, in attesa di visitarla
per venerare l’immagine miracolosa
della Vergine ivi custodita. Si rinsaldò il collegamento spirituale tra me ed i luoghi in
cui mi trovavo. Anche nel mio paese natale, Palma Campania, vi era una chiesa dedicata
alla Madonna delle Grazie. Le immagini del paesaggio si imponevano sui profumi
e sui suoni cancellandone le sensazioni, spalancavano le porte degli occhi con
una dolce violenza di colori. Prevaleva l’ocra bruciata dei campi falciati
dagli incendi, consumatisi di recente, ma lo si dimenticava per guardare il
verde delicato delle palme degli ulivi appena fuori dall’uscio e il sereno
azzurro del cielo, che tutto avvolgeva, senza alcun rattoppo di nuvole,
uniforme ed intenso, inconsutile come il mantello dell’Immacolata Concezione,
quello disteso dalla misericordia di Dio, a protezione dell’Italia, degli
italiani, figli prediletti della Madonna, spesso ignari ed ingrati di questo
privilegio. Quella ondeggiante distesa di colline un tempo era coperta dal
mare. La memoria magnetica lo percepiva ancora, un mare alternato da abissi,
pescoso e popolato di vita, come testimoniano i fossili, nelle rocce profonde,
arrivati fino a noi. La sensazione è confermata da quanto leggiamo in proposito
sul sito ufficiale del Comune di Palazzo Adriano: La Valle Del Sosio
è un'area ad alto interesse geologico-ambientale con caratteristiche
geologiche, paleontologiche e geomorfologiche di rilevante valore scientifico.
E' in questa valle che emergono i cinque blocchi calcarei, noti in tutto il
mondo per il loro grande interesse paleontologico dato dalle ricchissime macro
e microfaune (fossili) del Permiano in essi contenute. Il Permiano è l'ultimo
periodo dell'Era Paleozoica. L'Era Paleozoica o primaria è la seconda di un
ordine di partizione cronologica della storia della terra. L'esistenza del Permiano
a Palazzo Adriano è stata segnalata per la prima volta nel 1887 da G. G.
Gemmellaro in quattro spuntoni calcarei. Successivamente ne fu scoperto un
altro da R. Fabiani nel 1925. Di queste cinque formazioni (Pietra di Salamone,
dalla quale furono estratti i primissimi fossili che rivelarono la presenza del
permiano in Sicilia. Rupe del passo di Burgio, Pietra dei Saraceni, Rocca di
San Benedetto e ultima scoperta Rupe di San Calogero), soltanto due hanno
resistito sino ad oggi al violento attacco dei saccheggiatori e dei venditori
di fossili. La ricchissima fauna marina, originariamente raccolta e studiata
dal Gemmellaro, è per la quasi totalità rappresentata presso il museo di
paleontologia dell'Università di Palermo (1887/1899). Questa fauna, tipica dell'ambiente
di scogliera per la ricchezza dei generi e delle specie presenti e per il
perfetto stato di conservazione dei fossili, si può considerare unica al mondo
e infatti continua ad essere oggetto di studio da parte di
della Vergine ivi custodita. Si rinsaldò il collegamento spirituale tra me ed i luoghi in
cui mi trovavo. Anche nel mio paese natale, Palma Campania, vi era una chiesa dedicata
alla Madonna delle Grazie. Le immagini del paesaggio si imponevano sui profumi
e sui suoni cancellandone le sensazioni, spalancavano le porte degli occhi con
una dolce violenza di colori. Prevaleva l’ocra bruciata dei campi falciati
dagli incendi, consumatisi di recente, ma lo si dimenticava per guardare il
verde delicato delle palme degli ulivi appena fuori dall’uscio e il sereno
azzurro del cielo, che tutto avvolgeva, senza alcun rattoppo di nuvole,
uniforme ed intenso, inconsutile come il mantello dell’Immacolata Concezione,
quello disteso dalla misericordia di Dio, a protezione dell’Italia, degli
italiani, figli prediletti della Madonna, spesso ignari ed ingrati di questo
privilegio. Quella ondeggiante distesa di colline un tempo era coperta dal
mare. La memoria magnetica lo percepiva ancora, un mare alternato da abissi,
pescoso e popolato di vita, come testimoniano i fossili, nelle rocce profonde,
arrivati fino a noi. La sensazione è confermata da quanto leggiamo in proposito
sul sito ufficiale del Comune di Palazzo Adriano: La Valle Del Sosio
è un'area ad alto interesse geologico-ambientale con caratteristiche
geologiche, paleontologiche e geomorfologiche di rilevante valore scientifico.
E' in questa valle che emergono i cinque blocchi calcarei, noti in tutto il
mondo per il loro grande interesse paleontologico dato dalle ricchissime macro
e microfaune (fossili) del Permiano in essi contenute. Il Permiano è l'ultimo
periodo dell'Era Paleozoica. L'Era Paleozoica o primaria è la seconda di un
ordine di partizione cronologica della storia della terra. L'esistenza del Permiano
a Palazzo Adriano è stata segnalata per la prima volta nel 1887 da G. G.
Gemmellaro in quattro spuntoni calcarei. Successivamente ne fu scoperto un
altro da R. Fabiani nel 1925. Di queste cinque formazioni (Pietra di Salamone,
dalla quale furono estratti i primissimi fossili che rivelarono la presenza del
permiano in Sicilia. Rupe del passo di Burgio, Pietra dei Saraceni, Rocca di
San Benedetto e ultima scoperta Rupe di San Calogero), soltanto due hanno
resistito sino ad oggi al violento attacco dei saccheggiatori e dei venditori
di fossili. La ricchissima fauna marina, originariamente raccolta e studiata
dal Gemmellaro, è per la quasi totalità rappresentata presso il museo di
paleontologia dell'Università di Palermo (1887/1899). Questa fauna, tipica dell'ambiente
di scogliera per la ricchezza dei generi e delle specie presenti e per il
perfetto stato di conservazione dei fossili, si può considerare unica al mondo
e infatti continua ad essere oggetto di studio da parte di
numerosi
specialisti. La maggior parte degli esemplari risultano Olotipi cioè esemplari
sui quali è stata per la prima volta individuata una nuova specie. Questi
blocchi calcarei hanno fornito 522 specie di fossili, di cui 366 descritti dal
Gemmellaro e 156 da altri studiosi. In passato si è molto discusso sull’età dei
calcarei sopracitati, la cui datazione appariva difficile. Lo sviluppo della
conoscenza del Permiano in generale, unito ad
una migliore conoscenza di alcuni gruppi di fossili (fusulinidi), ha portato a
datare questi alla parte alta del Permiano inferiore (600 milioni di anni
secondo Kykp). La mattina ci coglie
indolenti, siamo in vacanza, l’orologio è senza lancette, abbiamo lasciato la
fretta a Verona, non fa parte del nostro bagaglio l’organizzazione della
giornata, la preoccupazione del pranzo o della cena, lasciamo tutto al caso e
alla provvidenza, come antichi pellegrini. Il nostro è un pellegrinaggio, della
memoria, della devozione, degli affetti familiari. Il luogo è uno spettatore
parlante della vita ivi vissuta. La Cinquecento,
presa a noleggio, soddisfa le nostre modeste esigenze logistiche, distiamo solo
alcuni chilometri dal centro del paese. Dire centro del paese è come dire
l’ombelico del mondo. Arrivati lì quali altri mondi cercare. Rischieremmo
soltanto di perderci e di perdere la conquista definitiva di un equilibrio
perfetto tra macrocosmo e microcosmo. Palazzo Adriano consente di passare
dall’Oriente all’Occidente scendendo i nove gradini della Chiesa bizantina
dedicata all’Assunta e attraversato un pezzo di strada entriamo nella chiesa
latina di S. Maria del Lume. L’incenso dei riti, officiati nell’una e
nell’altra chiesa, fuoriescono all’esterno,
si uniscono, non separati più dal Filioque, affratellati salgono in cielo verso il
comune Dio Trinitario: Padre, Figliolo e
Spirito Santo. L’aquila nera dello stemma araldico della comunità sembra
essersi fatta bicipite proprio per guardare entrambi gli altari. Paoluccio saluta un cugino davanti al Circolo
Scanderberg, nell’angolo della Piazza vicino alla Chiesa greca, ci rechiamo a
visitarlo. I circoli di provincia sono la moderna versione dell’androceo,
accesso solo ai maschi, vi si coltiva la noia sfidando la fortuna al gioco, per
niente o per molto non importa, e si parla di se stessi come se si trattasse di
un altro e degli altri come se fossimo noi stessi. La foto ricordo sotto
l’insegna del Circolo è d’obbligo, in pochi minuti ci si aggiorna sui morti e
sui vivi. Entriamo, ci accoglie un mobilio, anche nella collocazione, fermo probabilmente
al giorno dell’inaugurazione, qualche secolo fa, tutto uguale come ieri,
l’altro ieri e ieri l’altro ancora, immutato, l’immutabilità è conservazione,
l’unico modo per trasmettere, per salvare e salvaguardare la tradizione che è
appunto trasmissione dell’immutabilità. L’ambiente è una clessidra resa opaca
dallo scorrere della sabbia del tempo, anche il sole rivolto all’altro lato
della piazza faceva la penombra antica, e alle pareti il diploma con medaglia
al valore militare di un socio, immolatosi con onore sui campi di battaglia
della Grande Guerra, noi oggi sappiamo che fu uno spreco di giovani vite ma
l’eroe ignorava l’inutilità della sua eroica morte, l’inchiostro è ormai
talmente scolorito che il nome si legge appena, come se ne fosse ora
consapevole. Il grande della guerra diventa piccolo, minuscolo, insignificante
ma pur tuttavia ha la forza intrinseca di accrescere la dignità all’ambiente, il
rispetto al luogo, invita ad una riflessione sulla assurda pericolosità di uno
Stato che o ti chiede
la borsa o la vita, per una patria che, dall’oggi al domani, non è più quella, non
è più la stessa, perché il potere politico ha deciso che i valori sono altri o
la storia viene scritta da vincitori a cui tu non appartieni. Quel giovane ci
appare nel pieno degli anni mentre parte per la guerra, probabilmente in una
carrozzella perché all’epoca a Palazzo Adriano non vi era ancora la ferrovia. E’
stata molto triste la vista del sopravvissuto edificio ferroviario,
squallidamente silenzioso, senza lo sferragliare del treno, del fischio della
locomotiva, le distanze non collegate da strade ferrate rendono la libertà più
difficile e di conseguenza indeboliscono l’economia in genere, deprezzano i
valori immobiliari, accelerano la desertificazione ed il calo demografico delle
zone periferiche. Sono stato contrario al programma ferroviario dell’Alta Velocità a scapito delle linee
periferiche e metropolitane proprio per questi motivi. Alla Sicilia, in
particolare, invece di opere faraoniche inutili per il cittadino come il Ponte di Messina, servirebbe un rilancio
del trasporto ferroviario in forma metropolitana con i paesi dell’entroterra. Paoluccio
ricorda che, quando era bambino, all’inizio degli anni cinquanta, si assisteva
in stazione all’arrivo e alla partenza del treno ancora come un avvenimento. La stazione
ferroviaria di Palazzo Adriano è stata costruita negli anni 20 del secolo
scorso. Nel 1922 è stata inaugurata dall'On. Camillo Finocchiaro Aprile ed era
un ramo di comunicazione importante con Palermo ed Agrigento. Nel 1953 è stata
dichiarata “RAMO SECCO” e definitivamente abolita in quanto improduttiva.
Negli anni '80 gli spazi esterni dell'ex stazione, proprietà comunale, sono
stati trasformati ed adibiti ad impianti sportivi e negli anni 90 è stata
abbattuta la “TORRE” dell'acqua per la costruzione dei campetti sportivi. I
locali dell'ex stazione sono stati acquistati dall'Amministrazione Comunale nel
2000. I lavori di restauro sono stati ultimati nel 2008. Il nostro eroe arriva a Palermo, indossa la divisa
grigioverde, probabilmente è partito volontario, felice di andare incontro ad
una esperienza esaltante, la propaganda di guerra dell’epoca favoriva questi
stati d’animo, da giovani si hanno le ali di Icaro e non si ha paura di volare
incontro al sole, viene imbarcano su una nave o su una tradotta militare, si va
a combattere sulle pietre del Carso, qualche migliaio di chilometri dal suo
paese natale, per la guerra di un re piemontese, quindi straniero, contro
uomini che probabilmente neppure sanno dell’esistenza della Sicilia, come egli
nulla sa di loro e della loro terra e che mai avrebbero immaginato di
incontrarsi un giorno, migliaia di chilometri dalle loro case, per spararsi
l’uno contro l’altro, magari anch’essi contadini, artigiani, operai, con lo scapolare della Madonna al collo o il
Cuore di Gesù ricamato dalla mamma o dalla sorella, cucito sotto il bavero
della divisa a tenere lontano le pallottole, le schegge delle granate. E’ uno
dei quaranta alberi del Parco della Rimembranza di Palazzo Adriano: L’attuale Parco
della Rimembranza è anche detto Villa Comunale di Palazzo Adriano e si trova
nel Viale Vittorio Veneto. Nel 1920, a seguito del conflitto mondiale del
1915/1918, per volere delle autorità comunali, iniziarono i lavori in quel
terreno per costruire un parco della rimembranza in memoria dei palazzesi
caduti in guerra. Nel Parco sono stati piantati 40 alberi, uno per ogni
palazzese morto in guerra. Al tronco di ogni albero era legata la foto di ogni
caduto che il tempo purtroppo ha rovinato e disperso. Ogni anno l’Amministrazione
Comunale, in occasione della ricorrenza del 4 novembre fa celebrare la Santa
Messa in questo Parco. Quel giovane
soldato, il cui nome col tempo si era scolorito sul
diploma di
conferimento dell’onorificenza, era coetaneo di mio nonno che, durante le sere
d’inverno davanti al camino, mi aveva raccontato della Grande Guerra, alla quale aveva partecipato. A distanza di
cinquant’anni ne conservava ancora un vivido ricordo. Aveva 24 anni, quando ritornò a casa, dopo quattro anni di
trincea. Come ringraziamento per essersi salvato, fece realizzare, su una
parete della terrazza, un quadro della Madonna del Carmine in ceramica vietrese.
Aveva mezzo polmone rovinato dai gas, senza denti e una caviglia deformata da
una scheggia ma era vivo. (Nel film Nuovo
Cinema Paradiso, Totò, il protagonista, da bambino, siamo alla fine degli
anni Quaranta, aspetta il papà, partito per la guerra e disperso in Russia ed a
sua volta partirà anch’egli militare a Roma, una volta cresciuto, per il
servizio di leva. Nel film si vede un’altra partenza, quella di una famiglia per
la Germania, il capofamiglia, in paese, non ha lavoro, partenze significative.
Al Sud si lascia il paese natale o per il servizio militare o per la necessità di
guadagnarsi da vivere, partenze entrambe a rischio di essere senza ritorno.
Oggi, per i giovani di paese, si è aggiunto anche il partire per conseguire un titolo di studio
universitario, per migliorare la propria istruzione. Solo l’opportunità offerta
da internet potrà invertire la tendenza
allo spopolamento dei piccoli paesi. Le strade del web sono le sole che potranno supplire alla mancanza di altre vie
di comunicazione quali le autostrade, le ferrovie, le rotte marittime ed aeree,
il cui costo di realizzazione, manutenzione e ampliamento è, oggi, in tempo di
crisi, insostenibile. Ogni forma di economia senza comunicazione è destinata a
restare senza alcuna possibilità di sviluppo. La produzione senza scambio è
destinata a morire, una regola valida da sempre, come ci dice la storia della
civiltà umana. Per ammazzare un’economia basta toglierle le vie di
comunicazione. In questo modo, paesi come Palazzo Adriano, si spopolano di
gioventù, si privano del futuro. Infatti l’evoluzione demografica mostra che la
popolazione dal 1861 è andata progressivamente diminuendo, nel 1881 ha
raggiunto il picco di 5.887, fino a scendere nel 2001 a 2.530 abitanti, oggi a
quota 2.400, come si legge nel sito ufficiale del Comune. Sono gli effetti di
una concentrazione urbana, i paesi si spopolano e la desertificazione delle
campagne e delle montagne avanza con conseguenze nefaste sulla prosperità
dell’intera collettività nazionale. Il discorso su questo punto ci porterebbe
troppo lontano dall’argomento di questo numero della rivista, dedicato alle
emozioni, pensieri e sentimenti suscitati dalla breve visita a Palazzo Adriano.)
L’occasione di meditare sull’assurdo della guerra moderna suscita un confronto
con la guerra “antica”, quella combattuta dal condottiero Scanderberg, al cui
nome è intitolato il sodalizio palazzese. Quella di Scanderberg è la “guerra
divina” tra il bene ed il male, per la conquista della “Patria celeste” mentre
le guerre moderne, pur inserite nella teleologia della “guerra divina”, sono invece
guerre politiche, per interessi contingenti, sacrifici umani a mammona, senza alcuna finalità
spirituale, spesso per affermare il primato di un popolo su un altro o per
assoggettare nazioni allo sfruttamento economico. La memoria magnetica attrae a
sé i ricordi, fatti propri, dell’impresa dannunziana di Fiume e della
Dalmazia, rivendicati
agli italiani con la fondazione della Reggenza del Carnaro nel 1920, e
vanificata dall’esito della Seconda Guerra mondiale con la definitiva perdita
della propria patria da parte di quelle disgraziate popolazioni dalmate ed
istriane. Mi suggeriscono di tener conto che la guerra è necessaria quando ci
viene tolta la nostra patria ma si impone una chiarimento su cosa si intende
per patria. Ragioniamo da cristiani. La nostra unica vera patria è quella
celeste, perduta a seguito del peccato originale del nostro progenitore Adamo,
ed a quella aspiriamo tornare, siamo alberi spirituali con le radici rivolte al
cielo, come si legge nell’iscrizione neo-platonica sulla porta della città
mistica di Harran: L’uomo è una pianta celeste
con la radice rivolta verso il cielo. Durante il transito della vita
terrena, la patria è quella determinata dalla nascita. Orbene la radice della
parola patria è pater e, quindi,
occorre tener presente chi ci ha generato per stabilire quale è la nostra
patria. La patria è non solo un luogo ma anche una eredità, spirituale,
culturale, morale ed etica. La patria, come ci ricorda il poeta Ugo Foscolo nell’opera
I sepolcri, è dove sono le tombe dei
nostri avi. Chi non ha sepolcri da onorare non ha patria. La patria è comunione
dei vivi e dei morti, più che in vita, serve dopo la morte, è l’ultima casa, senza,
le nostre ossa sono in balia dei cani. La patria si alimenta del desiderio del
ritorno se si è lontano da essa. E’ il desiderio del ritorno a rivelarci quale
è la nostra patria. Applicando questo principio, Palazzo Adriano è la patria
dell’amico Paoluccio, sono compagno del suo desiderio del ritorno. Palazzo
Adriano subisce una doppia tirannia della distanza al punto di potersi ritenere
un’isola nell’isola così come è ubicato e costruito, a circa 90 chilometri da
Palermo, lontano da vie marittime, aeree ed autostradali, a 695 metri sul
livello del mare, alle pendici del cozzo Braduscia su un altopiano alle falde
del Monte delle Rose, appartenente alla catena montuosa dei monti Sicani. Intorno
all’anno Mille si fanno risalire i primi insediamenti, decisi probabilmente tenendo conto della ricchezza d’acqua e di
boschi, quindi selvaggina e legname in abbondanza, la materia prima più
importante nell’antichità, in luoghi immuni dalla malaria e difendibili in caso
di minacce esterne, facilmente avvistabili dalla posizione dominante il
paesaggio sottostante. La storia di Palazzo Adriano sul sito ufficiale del
Comune mi aiuta a stimolare la memoria magnetica più profonda: Le prime notizie riguardanti un casale
detto Palazzo Adriano risalgono al tempo dei Vespri Siciliani (1282). Tuttavia
il paese, rimasto praticamente disabitato durante il XIV sec. fu ripopolato nel
XV sec. da una colonia militare di Albanesi e da loro successive ondate
migratorie in seguito all'invasione dell'Albania da parte dei Turchi. Il Comune
di Palazzo Adriano, conservò a lungo, attraverso i secoli, cinque autonomie:
amministrativa, giudiziaria, economica, religiosa e militare, di origine
balcanica, permesse e riconosciute dalla legislazione del regno meridionale.
Esse costituiscono un fatto sostanzialmente unico nella storia dell’Italia
Meridionale. Furono sancite attraverso una lunga serie di “Capitoli” molto
vantaggiosi, ottenuti in primo luogo per il rispetto verso i grandi personaggi
della storia di Skanderberg qui radunatisi ed in seguito attraverso una lunga
serie di lotte giudiziarie contro i Baroni Opezinghi. Il tipo di cultura e di
civiltà di origine balcanica espressa in quei capitoli è stata conservata lungo
i secoli da vari grandi istituti religiosi sostenuti dalla Santa Sede, quali il
Monastero di San Salvatore di Messina e il Collegio Greco di Roma, o il
Monastero del Reres di Mezzoiuso e il Seminario Greco-Albanese di
Palermo,
istituiti e sviluppati da personalità locali quali Demetrio Reres a Mezzoiuso o
il Guzzetta ed il Gran Parrino a Palermo. Quest’ultimo istituto retto per lungo
tempo da alcuni grandi studiosi originari di Palazzo Adriano è diventato il più
importante centro d’Italia per la difesa del rito Bizantino e con l’appoggio
della Santa Sede, per la riproposizione della cultura classico-cristiana contro
le nuove tendenze d’origine transalpina diffusesi dopo le grandi rivoluzioni
europee: quella francese e quella russa. Alla cultura e alla civiltà espressa
da quel Seminario Greco-Albanese di Palermo fanno riferimento in vario modo
alcuni dei grandi nomi della storia italiana degli ultimi due
secoli
quali Crispi, Sturzo, Leone XIII e Pio XII, Costantino Mortati, Enrico Cuccia
ed in parte anche Antonio Gramsci. Il massimo sviluppo socio-politico di questo
paese si ebbe nel sec. XIX quando un'organizzazione di campieri palazzesi si
insediò nei feudi di quasi tutta la Sicilia ed arrivò ad esprimere figure di
primissimo piano in campo nazionale, la più importante delle quali fu Francesco
Crispi. Questi, originario di Palazzo Adriano, con l'aiuto di vari altri suoi
compaesani, appoggiò e sostenne nella fase iniziale la Spedizione dei Mille,
monopolizzò le posizioni della Sinistra Nazionale col giornale "La
Riforma" e riuscì ad estendere parecchie delle autonomie e tradizioni del
suo paese di origine, a tutta l'Italia, avviandone per primo la
democratizzazione. Gli abitanti di Palazzo Adriano grazie alle ampie libertà
consentite dalle loro strutture sociali e religiose, con il loro spirito fiero
e combattivo rivendicarono in campo religioso, civile e politico, l'autonomia
di varie iniziative. Esse permisero sia ai Fasci Siciliani, le cui principali
manifestazioni ebbero origine da questo paese (1893), sia, in seguito, alla
nascente democrazia cristiana del tempo di Leone XIII, di organizzare i primi
scioperi cattolici e pacifici di rilievo nazionale attraverso la Lega Cattolica
dell'Arciprete Giovanni Alessi (1901), la cui eredità fu raccolta da Luigi
Sturzo. L'azione di questi continuò poi a lungo ad essere sostenuta dagli
Albanesi di Sicilia anche durante il suo esilio, fino al riconoscimento della
nuova Democrazia Cristiana ad opera di Pio XII. Testimonianze tangibili dell'avvio
della storia di Palazzo Adriano si trovano nell'elemento urbanistico originale
di natura militare difensiva del paese consistente in cunei di case che si
addentrano in piazze previste come campi di battaglia. Questi cunei si trovano
tuttora in Piazza Umberto I, sul colle di S. Nicola e nella Piazzetta
Garibaldi. Il paese, infatti, caso unico in Europa in questo periodo (XVI-XVIII
sec.) assieme agli altri paesi siculo-albanesi di origine militare, da esso
derivanti, si sviluppò in forma di nuclei difensivi consecutivi forniti di
porte d'ingresso costituite dagli attuali archi sotto i quali si trova in
genere l'immagine della Madonna protettrice. Essi sono circondati in forma di
mura da file di case con rare strade di accesso. Il più completo di questi
nuclei è il cuneo della Piazza Umberto I che si stende fino al quartiere detto
«Cittadella» circondato da fiumi, all'interno del quale nel cortile detto dei
Fabbri, c'erano delle fabbriche di armi dalle lame rinomate. Quando nel 1448
Murat II assediò Kroja, la città di Skanderbeg in Albania, il re di Napoli
Alfonso il Magnanimo e lo stesso Skanderbeg credettero necessario provvedere
alla difesa delle coste della Sicilia, della Calabria e della Puglia per
impedire eventuali
tentativi
di invasione e per proteggere alle spalle la resistenza albanese. Così,
nonostante le difficoltà del momento, Skanderbeg mandò in Italia circa un
quinto del suo esercito agli ordini di Demetrio Reres e dei suoi due figli. Il
loro corpo militare da allora in avanti, fino alla morte di Skanderbeg nel 1468
e fino alla presa di Scutari da parte dei Turchi nel 1479, costitui la
retroguardia dell’esercito albanese operante in Albania. Il corpo militare
albanese di stanza in Sicilia, inizialmente pose la sua sede nella fortezza di
Bisir, nei pressi di Mazara del Vallo e da lì andò in cerca di nuove
postazioni. Credette opportuno sistemarsi dove c’erano vecchi casali disabitati
perché se lì c’erano state altre genti doveva esserci acqua, buon clima e buone
terre. La prima ondata di Albanesi arrivò a Bisir nel 1448 e si inoltrò verso
I’interno sostando a Contessa Entellina.
Dice il Chetta: “... gli albanesi venuti da Bisir occuparon il sesto della
piazza della Contessa avanti il tempio dell’Annunziata dentro le lor militari
tende, e padiglioni di campo con attorno una forte trincea in prontuaria
convervazion de’ loro
mobili,
e delle loro donne...”. Le colonie del Reres sono quelle di Contessa, Palazzo e
Mezzoiuso. Esse “sono tra loro più simili sul tutto”. Dunque gli Albanesi
venuti a Contessa, a Palazzo Adriano e a Mezzoiuso erano dei militari e la
sistemazione delle tende prima e delle case dopo venne fatta secondo un piano
militare. D’altra parte vennero qui con la guerra negli occhi e la morte pronta
ad inseguirli, quindi era necessario salvaguardare la propria vita e quella dei
familiari costruendo delle strutture adeguate e sicure per difendersi da
eventuali attacchi. Per Contessa abbiamo la testimonianza del Chetta, ma dalle
strutture urbanistiche che si sono studiate nell’ultimo decennio, per gli altri
due paesi, si deduce che anch’esse sono di carattere
militare
difensivo, molto somiglianti tra loro. Dopo la caduta di Scutari nel 1479
vennero i questi paesi i capi militari dell’esercito di Skanderbeg, facoltosi e
di grandi capacità organizzative e i loro nomi e cognomi vi si conservano e
sono testimoniati identici, da centinaia di anni, nei registri parrocchiali
delle rispettive chiese. Le “quattroruote” e l’aereo oggi rendono accessibile
qualsiasi posto ed hanno di molto accorciato le distanze ma il viaggio è pur
sempre affrontare una vertigine di sei,
otto ore. Il 9 agosto esco di casa a Verona, alle 18,30 circa, per andare all’aeroporto
di Villafranca. Sbrigate le formalità dell’imbarco, con Paoluccio sono salito
in aereo e si decolla intorno alle venti, si arriva a Palermo che è buio, sono
le 21 e 15 circa, tempo di prendere la Cinquecento
a noleggio, si attraversa la città, costeggiando un tratto di costa, mi
dispiace non poter vedere il colore del mare, mi avrebbe alleviato lo stress
del volo, non mi piace l’aereo, temo il cielo più del mare e delle montagne. Si
prende la statale per l’entroterra, Paoluccio guida bene, usa l’automobile con
la stessa facilità di uno che si sbarbi con il rasoio elettrico, mi sforzo di
non addormentarmi, strada per nulla
illuminata, un imbuto oscuro, sosta a Lercara Friddi, il paese natale del boss italoamericano
Lucky Luciano, nel dopoguerra, insieme a Vito Genovese, venne al seguito degli
anglo-americani a riportare la mafia in Italia, morì a Napoli, nel 1962, dopo
aver bevuto un caffè al bar dell’aeroporto di Capodichino, ufficialmente
stroncato da un infarto. Non serviva più. Per non partire soldato nella Grande Guerra si procurò una infezione
venerea da una prostituta. L’esatto opposto del soldato eroicamente morto in
battaglia, la cui medaglia abbiamo ammirato alla parete del Circolo Scanderberg
di Palazzo Adriano. Il cartello stradale
che indica Corleone mi solletica la scontata associazione con il film Il padrino ma non lascio la mente divagare
nel folclore mafioso. In una piazzetta vedo un chiosco mobile dove fanno
panini, avverto il cambiamento d’aria, questa non è aria “padana”, è aria di
campagna, di boschi, di mare, mette
appetito, il paninaro è un salernitano di Sala Consilina, il mondo è piccolo,
mi faccio un panino, farcitissimo, altro che McDonald!, trabocca di speck, formaggio emmenthal (prodotti
settentrionali, ahi!), salsiccia e peperoni, una birra Heineken in bottiglia,
bevo direttamente, non mi serve l’inquinante bicchiere di plastica, 5euro. Almeno
al Sud mangiare costa meno. Mi concedo anche un gelato, in un lussuoso bar,
arredamento e servizio cittadino, da grande città. specchi e legni pregiati,
pistacchio e cioccolato, una delizia, due palline, due euro, una montagna di
gelato, mangio con la palettina, non voglio rischiare che mi cada dal cono di
cialda quella cupola di bontà. L’amico
Paoluccio è impaziente, i parenti ci aspettano, ed è quasi mezzanotte. Non
bisogna avere fretta, gli dico, soprattutto in Sicilia, una terra dove il tempo
va gustato come un gelato al
pistacchio e
cioccolato, non troppo lentamente, altrimenti si scioglie ma neppure
velocemente se no il gelo ti martella la fronte ed hai reso la dolcezza scipita
ed il piacere un dolore. Il viaggio riprende nel buio pesto della strada,
tagliato dalle sciabolate dei fari. Una volpe ci attraversa la strada, scivola
veloce ondeggiando la lunga, soffice coda vaporosa, il muso appuntito, le
orecchie dritte. Su un ramo basso i fari inquadrano una piccola civetta che resta
immobile con gli occhi sbarrati dall’iride giallo fosforescente. Paoluccio è
bravo a schiavare un corpulento rospo assiso in mezzo alla carreggiata.
Passiamo a fianco di un grosso riccio spiaccicato sull’asfalto. Che peccato!
Questi animaletti sono utili e simpatici. Incontri nel buio di una strada in
aperta campagna, costeggiata da selve e fitta vegetazione, Curve, tornanti. Una vertigine. Mi sembra
ancora di stare per aria. Finalmente si arriva. E’ stato un flash-back. Usciamo
dal Circolo Scanderbeg. Decliniamo l’offerta del cugino di Paoluccio di andare
al bar. Abbiamo già bevuto un caffè accompagnato da un delizioso dolcetto alla
ricotta, in una piccola pasticceria, nelle vicinanze del Comune, un locale anni
sessanta. Mi ricorda La Fiorente, il
bar sotto casa mia, a Palma Campania, quando abitavo in vicolo Parrocchia n.1,
nel vecchio palazzotto di mio nonno Giuseppe, il farmacista morto giovane,
lasciò mia mamma orfana a tre anni, io e mio fratello, bambini dell’asilo, dal
balcone facevamo la pipì sui clienti del bar, se qualcuno protestava mia nonna
esclamava: E’ acqua santa! Sono gli
stessi palazzotti che vedo qui nel paese, bassi con l’intonaco delle facciate
corrose dal tempo, i portoni di legno scoloriti sotto un arco a volta di pietra
viva. Pietre antiche di secoli come quelle delle strade di Palazzo Adriano,
tutte, nessuna esclusa, lastricate con piccoli blocchi di pietra viva, squadrati come
sanpietrini ma di dimensioni maggiori, centinaia di scalpellini e stradini li
avranno posizionati nei secoli addietro. Il paese ha una struttura da castro romano, realizzato con mentalità
militare, ed alcune strade si inerpicano ripide in alto fino al castello
aragonese, d’inverno coperte di ghiaccio o in caso di pioggia è un’impresa
percorrerle a piedi ed il vento vi si incanala tagliente. Ogni paese al Sud è
fatto di case sbarrate su strade vuote, le auto che girano di continuo non
modificano questo scenario, l’atmosfera è quella del deserto affollato. La
nostra Cinquecento ( coincidenza, da
tener presente, nello spot pubblicitario di lancio della nuova FIAT 500 ci sono alcune scene tratte dal film
Nuovo Cinema Paradiso) è parcheggiata
in piazza, sotto la torre campanaria con l’orologio, intonacata a malta grezza,
appoggiata vi è una casetta ad un piano, con un solo balcone ed il tetto
spiovente coperto di tegole a coppo, ne ho una simile, fatta di cartone, sul mio presepe, fotografo la parete su cui
vi sono due lastre di marmo bianco, una più grande con inciso Piazza Umberto I°, i caratteri
tipografici rivelano che la posa risale ai primi del novecento ed una più
piccola posta sotto: Set naturale del
film Oscar “Nuovo Cinema Paradiso”. Sarebbe stato meglio modificare
l’intitolazione in Piazza Nuovo Cinema Paradiso
e togliere quella ad Umberto I°, passato
alla storia come “Re
Mitraglia” per le cannonate sparate
sulla popolazione milanese nei moti popolari del 1898 a Milano. I regnanti
sabaudi non meritano di essere onorati con piazze e strade, basta considerare le recenti revisioni della Storia
“risorgimentale”, la promulgazione delle leggi razziali del 1938 e l’epilogo
inglorioso della dinastia con la disfatta bellica del ’43. Le popolazioni del
Regno delle Due Sicilie non hanno avuto alcun vantaggio cambiando i Borbone con
i Savoia e l’annessione al regno di Sardegna, a seguito dell’infausta guerra garibaldina,
come numerosi recenti studi storici hanno dimostrato svelando le menzogne di
regime sul cosiddetto Risorgimento, ha peggiorato la situazione ed tolto per
sempre la possibilità di decidere liberamente il proprio destino ai popoli del
Sud dell’Italia. Probabilmente
l’intitolazione della piazza ad Umberto I avvenne poco dopo la sua uccisione,
nell’attentato del 29 luglio 1900 a Monza, per mano dell’anarchico toscano Gaetano
Bresci (in precedenza era scampato ad altri due attentati, uno per mano
dell’anarchico lucano Giovanni Passannante, l’altro da parte di Pietro
Acciarito), sicuramente per compiacere il politico massone Francesco Crispi, di
padre palazzese. Questi fu nominato nel 1887 da re Mitraglia capo del Governo,
la sua attività governativa fu nefasta
per le regioni meridionali, penalizzate economicamente a favore di quelle
settentrionali e piemontesi, in particolare. Un personaggio negativo secondo i
nostri valori, non meno di quanto oggi lo siano alcuni politici contemporanei, prese
parte diretta alla sciagurata spedizione garibaldina dei Mille, fu anche bigamo, nel 1894 sciolse il Partito socialista dei
lavoratori italiani, precludendo così in Italia l’esperienza di un socialismo
democratico e preparando l’avvento di un socialismo antidemocratico quale fu il
fascismo che, per questo, lo reputò un
precursore, represse con violenza ogni forma di dissenso politico tanto che si rese inviso alla borghesia più
progressiva ed evoluta, soprattutto quella lombarda, propugnò l’insediamento di
Tribunali marziali per reprimere ogni movimento secessionista, soprattutto in
Sicilia, avviò insediamenti siderurgici che avrebbero compromesso per sempre la
salubrità di alcune delle più belle città d’Italia, tra cui Napoli, e di cui,
oggi, con la crisi dell’ILVA di Taranto paghiamo ancora le conseguenze, paradossalmente,
all’inizio della sua carriera
parlamentare, in gravi ristrettezze economiche, mentre si trovava a
Torino, quando era capitale d’Italia, come neo-eletto deputato, fu aiutato,
anche materialmente, da san Giovanni Bosco. A Palazzo Adriano c’è ancora la
casa dove Crispi veniva d’estate in vacanza, me la mostra l’amico Paoluccio che
del Crispi è lontano parente per il ramo materno Sulli. Da Palazzo Adriano è
passato il “Duce”. L’avvenimento ha lasciato una traccia, merita di essere
ricordata. Quanto si legge nel sito ufficiale del Comune, è la testimonianza di
una sensibilità verso le condizioni del popolo oggi sconosciuta. Il lavatoio
comunale di Palazzo Adriano è stato costruito nell'era fascista............. ( fine prima puntata)
l’intitolazione della piazza ad Umberto I avvenne poco dopo la sua uccisione,
nell’attentato del 29 luglio 1900 a Monza, per mano dell’anarchico toscano Gaetano
Bresci (in precedenza era scampato ad altri due attentati, uno per mano
dell’anarchico lucano Giovanni Passannante, l’altro da parte di Pietro
Acciarito), sicuramente per compiacere il politico massone Francesco Crispi, di
padre palazzese. Questi fu nominato nel 1887 da re Mitraglia capo del Governo,
la sua attività governativa fu nefasta
per le regioni meridionali, penalizzate economicamente a favore di quelle
settentrionali e piemontesi, in particolare. Un personaggio negativo secondo i
nostri valori, non meno di quanto oggi lo siano alcuni politici contemporanei, prese
parte diretta alla sciagurata spedizione garibaldina dei Mille, fu anche bigamo, nel 1894 sciolse il Partito socialista dei
lavoratori italiani, precludendo così in Italia l’esperienza di un socialismo
democratico e preparando l’avvento di un socialismo antidemocratico quale fu il
fascismo che, per questo, lo reputò un
precursore, represse con violenza ogni forma di dissenso politico tanto che si rese inviso alla borghesia più
progressiva ed evoluta, soprattutto quella lombarda, propugnò l’insediamento di
Tribunali marziali per reprimere ogni movimento secessionista, soprattutto in
Sicilia, avviò insediamenti siderurgici che avrebbero compromesso per sempre la
salubrità di alcune delle più belle città d’Italia, tra cui Napoli, e di cui,
oggi, con la crisi dell’ILVA di Taranto paghiamo ancora le conseguenze, paradossalmente,
all’inizio della sua carriera
parlamentare, in gravi ristrettezze economiche, mentre si trovava a
Torino, quando era capitale d’Italia, come neo-eletto deputato, fu aiutato,
anche materialmente, da san Giovanni Bosco. A Palazzo Adriano c’è ancora la
casa dove Crispi veniva d’estate in vacanza, me la mostra l’amico Paoluccio che
del Crispi è lontano parente per il ramo materno Sulli. Da Palazzo Adriano è
passato il “Duce”. L’avvenimento ha lasciato una traccia, merita di essere
ricordata. Quanto si legge nel sito ufficiale del Comune, è la testimonianza di
una sensibilità verso le condizioni del popolo oggi sconosciuta. Il lavatoio
comunale di Palazzo Adriano è stato costruito nell'era fascista............. ( fine prima puntata)
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